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Storia dell'asino di S. Giuseppe

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Novelle rusticane: Storia dell'asino di S. Giuseppe

Occupa una posizione strategica all’interno delle Novelle rusticane, poiché condensa in forma esemplare i nuclei tematici che definiscono la raccolta: la miseria contadina, il fatalismo, la superstizione, la ciclicità della sventura e la logica della sopraffazione, riassunti nella forma e nei gesti animaleschi dell’asino che diventa una metafora di un’esistenza sfruttata, destinata al collasso, in contrasto con la sua tradizionale sacralità assunta nei presepi. Tale contrasto finisce per sovrapporsi, mostrando come anche la fatica di un animale (e quindi dell’uomo) possa essere vista nell’ottica della redenzione e dell’incarnazione di Cristo, ma in un contesto di crudo realismo, dove la salvezza dell’uomo si accosta al suo desiderio prevaricatore in un mondo di sofferenza. La novella, quindi, pur nella sua apparente semplicità, è una delle più “programmatiche” del volume: mostra come la vita rurale sia regolata da forze estranee e da un sistema economico e mentale che schiaccia tanto gli uomini quanto gli animali.

Trama

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La novella racconta la vicenda di un asino pezzato, comprato da compare Neli alla fiera di Buccheri. L’animale è giovane, vivace, un po’ cocciuto, ma robusto: Neli lo acquista in un’annata agricola particolarmente favorevole, durante la quale l’asino si rivela utilissimo nei lavori dei campi. Proprio perché l’annata è buona, e i guadagni sono alti, Neli decide di rivenderlo per comprare un mulo, considerato più prestigioso e redditizio. Da questo momento inizia la discesa dell’asino. Passa nelle mani di massaro Cirino, poi di compare Luciano, poi di un gessaiolo, e infine di una lavandaia e del figlio. Ogni nuovo padrone vive un’annata peggiore della precedente: raccolti scarsi, malattie, incidenti, perdite economiche. La colpa viene attribuita sempre all’animale, che diventa presto noto come “l’asino della malannata”. L’asino, sfruttato senza pietà, maltrattato e caricato oltre misura, si indebolisce progressivamente. A ogni passaggio è più stanco, più magro, più segnato. Eppure continua a essere comprato e rivenduto, perché ogni padrone spera di liberarsi della sventura scaricandola su qualcun altro. Alla fine, l’animale è ridotto allo stremo. La sua storia diventa un racconto proverbiale nel paese: un esempio di come la malasorte possa incarnarsi in un oggetto o in una bestia, e di come la comunità rurale cerchi sempre un capro espiatorio per spiegare la propria miseria. La novella si chiude senza riscatto, senza redenzione, senza morale esplicita: l’asino è solo una vittima in più della logica spietata della vita contadina, dove la sventura è ciclica e la colpa ricade sempre sul più debole.

Personaggi

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I personaggi principali e secondari sono:

L'Asino: Il vero protagonista, il cui destino riflette quello degli uomini, passando di mano in mano, subendo maltrattamenti e sfruttamento, fino al suo esaurimento, diventando simbolo della sofferenza e della ciclicità del destino umano;

Compare Neli: Il contadino che lo acquista per primo, con l'intento di farci buoni guadagni, ma poi lo rivende per necessità, avviando così il ciclo delle sfortune legate all’animale;

Massaro Cirino: Agricoltore e secondo proprietario che lo acquista e che segna il destino dell'animale a causa di una annata andata male. È anche la figura che inaugura la lettura superstiziosa dell’animale come portatore di malasorte;

Compare Luciano: Un carrettiere e terzo proprietario, che lo compra per sfruttarlo nel traino del gesso, evidenziando la logica del bisogno;

Gessaiolo, la Vecchia Lavandaia e figlio: Ultimi proprietari, che sfruttano l’asino nel lavoro più duro, portandolo alla morte e rappresentando la fine della fatica;

Maria e Giuseppe (impliciti): L’asino è chiamato “di San Giuseppe” perché la sua figura ricorda l’asino che potò Maria a Betlemme e che, nella tradizione, simboleggia umiltà e pazienza, anche se nell’opera Verga più delle due virtù viene sottolineato il destino di fatica.

Tecnica narrativa

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La “Storia dell'asino di San Giuseppe” di Giovanni Verga è un racconto verista che usa la vita ciclica e sfortunata di un asino per riflettere sulla povertà, sul fatalismo e sulla misera condizione rurale siciliana. Attraverso la tecnica narrativa impersonale e oggettiva vengono delineate le vicende dell'animale, che, culminando nella sua morte simbolica in una ascesa liberatoria, che richiama la Passione di Cristo, diventano una allegoria delle vite umane accomunate a quelle delle bestie dalla logica della necessità e del bisogno che è alla base della loro stessa sopravvivenza. Per quanto riguarda la principale tecnica narrativa che si fonda sull’impersonalità e sull’oggettività, il narratore si nasconde, raccontando i fatti senza giudizio, come se fossero eventi naturali, riflettendo il disincanto verista. Per quanto riguarda la storia, la prospettiva animale, cioè il punto di vista dell'asino, è ciò che la guida e la sorregge. Inoltre il suo protagonismo, nonché il suo destino procede in sintonia con quello dei suoi padroni, evidenziando come il bisogno e la casualità abbiano lo stesso peso sia per gli uomini sia per gli animali. Concentrandoci sul fatalismo e sulla ciclicità, l'asino viene acquistato e rivenduto sempre e soltanto per necessità, passando, dunque, di mano in mano e peggiorando, conseguentemente, le sue condizioni e quelle dei suoi proprietari; quindi tutte queste azioni nel quadro del fatalismo verghiano diventano conseguenze ineluttabili delle precedenti naufragando nella rovina più distruttiva.

Quindi, la sua vita è un ciclo di sfruttamento e sfortuna, legato alle “annate”. È presente, inoltre, il linguaggio popolare e regionale, cioè l’utilizzo di espressioni tipiche del mondo contadino siciliano (compare, massaro), che conferiscono autenticità e realismo. Focalizzandoci sul simboleggiamento dell'asino, pur essendo visto come simbolo di ignoranza, qui diventa emblema della sofferenza, del lavoro umile e della fatica. La sua morte sulla salita, con il carico di legna, incarna il destino umano e richiama alla mente la Passione di Cristo e il sacrificio, ma, pur sempre, in un contesto di miseria umana. Infine, ulteriore tecnica narrativa risulta essere quella della “parabola” del bisogno che si configura nella prassi secondo la quale ogni proprietario cerca di trarre il massimo profitto dall'animale, ma il bisogno (siccità, debiti) lo consuma sempre di più, mostrandone il valore d'uso che non rende, di certo, il prezzo. Infine, e riassumendo quanto detto, Verga usa l'asino come specchio della società contadina, seguendo la sua vita per mostrare la fallimentare e incessante lotta contro la miseria e la legge della sopravvivenza, con una narrazione che mima la durezza e l'ineluttabilità della vita stessa.

Lessico e sintassi

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Il lessico si presenta realista e popolare (es. tarì, carcame), mentre la sintassi è spesso frammentata, usando frasi brevi e nominali per accentuare il pessimismo e la desolazione del quadro narrativo, tipico del verismo. Parlando in modo più specifico nel lessico sono presenti molti termini popolari. Infatti, si utilizzano parole dialettali o antiche come “tarì” (moneta antica) e “carcame” (carcassa) per ancorare la storia alla realtà materiale e popolare. Sono presenti anche verbi di senso come “farneticava”, “balbettava”, “mordevano” nell’espressione integrale “mordevano gli orecchi”, che rendono vivida la sofferenza dell'animale e la disperazione della padrona. Infine troviamo aggettivi descrittivi come “occhio di pesce morto”, “muso freddo”, “tamburo sfondato”, che creano immagini di decadenza e morte. Invece, analizzando più attentamente la sintassi si può dire che è caratterizzata dall’uso di frasi semplici e coordinate per dare ritmo incalzante e sottolineare la sequenza di eventi negativi (es. “Il figlio malato, i soldi divorati dal medico, il furto di legna, l'ultimo carico, la morte dell'animale...”). È frequente l’uso dello stile nominale, cioè di frasi senza verbo principale (“Anime sante! — borbottava la donna — portatemelo voialtre quel carico di legna!”), che crea un'atmosfera di urgenza e rassegnazione.

Significato

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La “Storia dell'asino di San Giuseppe” affonda le sue radici principalmente in due ambiti: quello religioso che comprende la tradizione cristiana del presepe, dove l'asino simboleggia umiltà e gli stessi pagani come si approfondirà sotto, e quello materialistico nella stessa novella che usa l'asino come allegoria del lavoro sfruttato e del determinismo sociale, culminando nella sua tragica morte. Sebbene i Vangeli canonici non menzionino l'asino, la sua presenza nel presepe deriva da varie profezie (tra le quali quella di Isaia) e dallo stesso viaggio della sacra famiglia, divenendo nel mondo cristiano, in tal modo, immagine di umiltà e di accoglienza della salvezza, insieme al bue. Nel Presepe e nella Teologia Cristiana l'asino, insieme al bue, fu introdotto nel presepe da San Francesco d’Assisi nel 1223, ispiratosi, come è stato detto, dai passi biblici (come per esempio Isaia) e dal viaggio di Maria e Giuseppe a Betlemme. Rappresenta la povertà e l'umiltà del Salvatore, che sceglie di nascere in una stalla. Simboleggia i pagani che riconoscono Cristo, in contrasto con il bue che invece personifica il popolo ebraico che non lo riconosce. Esso, in maniera più approfondita, rappresenta la dualità di Cristo, che unisce natura divina e umana, e l'accoglienza di tutti i popoli. Infine, esso costituiva “materialmente” il mezzo di trasporto di Maria. Quindi, la sua presenza è logicamente implicita negli eventi evangelici (viaggio a Betlemme o la fuga in Egitto). Invece, nella novella di Giovanni Verga, invece, l'asino è un simbolo del lavoro umile e sfruttato, che si consuma per la sopravvivenza. La sua morte, stremata dal carico, riflette il destino ineluttabile dei poveri e degli oppressi, incapaci di sfuggire alla loro condizione. L'asino, che nella tradizione è umile e sacro, qui è ridotto a mera merce, evidenziando la disumanizzazione della vita contadina, dando luogo a una sacralità rovesciata. Inoltre, l'asino, inizialmente “come quelli della razza di san Giuseppe” (considerati vili, ma in realtà robusti), diventa il simbolo del lavoro sfruttato che crolla sotto il peso della miseria e della malattia. La storia, infine, è un quadro della povertà che caratterizzava la vita rurale del tempo e della conseguente lotta per la sopravvivenza, dove anche un animale, prezioso strumento, viene svenduto per pochi spiccioli.

Testimoni, autografi e a stampa

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La novella compare per la prima volta nel volume “Novelle rusticane”, pubblicato da Treves nel 1883. Dopo il 1883, la novella è stata ripubblicata nelle ristampe Treves che si collocano tra la fine Ottocento e gli inizi Novecento. Le Novelle rusticane, come si è visto, ebbero numerose ristampe Treves, spesso con lievi aggiornamenti tipografici ma senza varianti d’autore significative. Abbiamo, successivamente, le edizioni Treves–Treccani–Tumminelli (anni ’20–’30), a cui, dopo la crisi della casa Treves, passarono i diritti che ristampò l’intero corpus verghiano. Inoltre, abbiamo le edizioni Ricciardi con un’edizione critica negli anni ’50–’60. Al contrario, abbiamo La grande svolta filologica con l’edizione diretta da G. Russo e C. Muscetta che produssero un apparato critico e confronto con manoscritti e prime stampe sulla base del testo stabilito sulla base dell’edizione Treves 1883. In conclusione, abbiamo edizioni scolastiche e divulgative (dal Novecento a oggi), mentre la novella è oggi disponibile nelle ristampe di Mondadori (Oscar), Garzanti, Einaudi (Tascabili), Laterza (edizioni scolastiche)

Sitografia

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"Storia dell'asino di San Giuseppe", in https://doc.studenti.it/riassunto/italiano/storia-asino-san-giuseppe.html#:~:text=Giovanni%20Verga%2C%20%E2%80%9CStoria%20dell',che%20consuma%20uomini%20e%20bestie.

STORIA DELL’ASINO DI S. GIUSEPPE, in https://www.edimediafirenze.it/IMM/verga/Storia_asino.pdf

Animali da fiaba: l'Asino, in https://fiabeinanalisi.blogspot.com/2013/01/animali-nelle-fiabe-lasino.html#:~:text=Tra%20i%20tanti%20animali%20il,simbolo%20di%20sapere%20e%20ignoranza.