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==Commento== [[File:Prima_notte_pagina_1.jpg|thumb|right|Pagine della prima pubblicazione della novella ''Prima notte'', apparsa sulla rivista ''[https://it.wikipedia.org/wiki/Il_Marzocco/ Il Marzocco]'' il 18 novembre 1900.]] [[File:Prima_notte_pagina_2.jpg|thumb|right|]] ''Prima notte'' è la seconda novella della raccolta e intreccia un forte legame con la novella d’apertura, ''Scialle nero''. Entrambe le novelle sono infatti incentrate sul tema matrimoniale, attraverso il quale Pirandello descrive l’ambiente sociale in cui (non) agiscono i suoi personaggi e da cui sono determinati. Se nella scrittura di Pirandello il matrimonio viene sempre rappresentato negativamente, ciò che è preminente in ''Prima notte'' è la sua dimensione sociale, un contesto in cui la protagonista, Marestella, privata di ogni libertà d’azione, accondiscende malvolentieri e subisce una decisione dettata da logiche di convenienza. Il ruolo passivo della protagonista si evince già dalle prime righe della novella, uno spazio narrativo connotato in maniera teatrale e interamente occupato dalla madre che ''in media res'' dà inizio all’intreccio, tutta orgogliosa nella contemplazione di quel corredo della figlia che ha «messo su, un filo oggi, un filo domani, con la pazienza d’un ragno»<ref>Pirandello Luigi, ''Novelle per un anno'', vol. I, Mondadori, Milano, 2021, p. 33.</ref>. Un ''incipit'' scandito con un ritmo poetico in cui sono racchiusi l’inizio e la fine della storia di Marastella, simbolicamente presente solo nella bella biancheria che la madre, Mamm’Anto’, «levava dalla vecchia cassapanca d’abete, lunga e stretta che pareva una bara»<ref>''Ibidem''.</ref>. [https://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Mazzacurati/ Giancarlo Mazzacurati] osserva come Marastella, al pari di altri personaggi pirandelliani, venga introdotta nella storia quando tutto è già deciso, già prestabilito, riducendo il suo raggio d’azione, quindi la sua volontà e il suo essere, a un vuoto e inerme vivere, prigioniera di un destino a cui non è possibile sottrarsi. Un destino di infelicità e coercizione, «dimensione totalizzante e senza via d’uscita»<ref>Venturini Monica, ''Narrazione, spazialità e distopia nella novellistica pirandelliana'', p. 4. [https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/letteratura-e-potere]</ref>, che la figlia di Mamm’Anto’ condivide in parte con il suo futuro e anziano marito, Don Lisi Chirichi, custode del camposanto in cui sono sepolti il padre di Marestella, il giovane ragazzo da lei amato, Tino Sparti, e la stessa moglie del custode, Nunzia’. In compagnia di Don Lisi c’è solo la sorella, donna Nela, di cui il lettore conosce prima le azioni che la sua effettiva esistenza. Don Lisi si presenta in casa di Mamm’ Anto’ senza barba e visibilmente ferito e, allo stupore delle donne così come alla vergogna dello stesso Lisi, segue un impetuoso e invadente «Io, io, gliel’ho fatta radere io»<ref>Pirandello Luigi, ''op. cit.'', p. 36.</ref> proferito dalla sorella. Nela viene descritta come grassa e scalmanata e «parve, entrando, che ingombrasse tutta quanta la stanzuccia»<ref>''Ibidem.''</ref>, una presenza imponente, indifferente e «chiassona»<ref>''Ivi'', p. 37.</ref>, che afferma la propria autorità con una triplice ripetizione della sua persona e il proprio diritto di possesso sul fratello fatto radere innanzi le nozze, dettaglio interpretabile come un simbolico atto di evirazione. Calcando la lettura di Mazzacurati e portandola agli estremi, si potrebbe aggiungere che il personaggio di Marastella esiste di fatto solo nei dettagli simbolico-espressivi che pervadono il testo, mentre la sua effettiva presenza fisica, i suoi dialoghi come le sue lacrime, non sono altro che gli atti di un simulacro. Privata di ogni libertà, come privata fu dell’amore, Marastella è ridotta alla stregua di una ''cosa'', per cui verrebbe spontaneo rivolgere anche a lei le parole pronunciate dalla madre quando osserva con gioia i risultati del suo faticoso lavoro: «roba da poverelli, ma pulita»<ref>''Ivi'', p. 33.</ref>. È in atto un processo di reificazione di Masteralla che si compie e si conclude ritualmente col matrimonio, come fosse vittima sacrificale designata per porre rimedio alla sciagura, di verghiana memoria, del naufragio del ''luntro''. «T’accompagneremo tutti noi»<ref>''Ivi'', p. 38</ref> dice la madre per rincuorare la figlia e piange anche lei mentre si mette in moto il corteo nuziale, della cui celebrazione e del cui dolore è partecipe la gente del paese. Proprio quest’ultima – alla stregua di coro tragico, rappresentante della collettività, della norma sociale e della misura – svolge una funzione mediatrice tra azione e pubblico, e ad essa è soprattutto affidata la memoria del tragico naufragio: «Era ancor viva, in tutta la gente di mare, la memoria di questo naufragio»<ref>''Ivi'', p. 34.</ref>. Non è un caso che questa frase sia stata oggetto di revisione da parte dell’autore, il quale ha preferito una forma decisamente più evocativa rispetto alla variante della precedente redazione; così come avviene nella sequenza del ritrovamento degli annegati, quando Marastella e la madre vi giungono «tutt’e due urlanti, con le braccia levate, tra il vento e la spruzzaglia dei cavalloni»<ref>''Ibidem.</ref>. Un linguaggio arricchito di dettagli fortemente espressivi ricorre ancora nella descrizione del vestito di donna Nela («con quell’abito di seta verde pisello, che frusciava come una fontana»<ref>''Ivi'', p. 36.</ref>) e nella turpe descrizione che viene fatta della sequenza in cui gli sposi giungono davanti al cancello del cimitero sull’altipiano, raffigurato come «aereo punto di congiunzione fra vivi e morti»<ref>Costa Simona, ''Introduzione'', in L. Pirandello, ''Scialle nero'', a cura di S. Costa, Mondadori, Milano 2021, p. IX. </ref>, tra un cielo «tutto rosso, di fiamma»<ref>Pirandello Luigi, ''op. cit.'', p. 38</ref> e un mare «arroventato»<ref>''Ibidem.''</ref>. Altri interventi sul piano lessicale, sintattico e interpuntivo, offrono l'opportunità di registrare un cambiamento della lingua di Pirandello, orientato non solo verso una forma più agile e moderna, ma anche e soprattutto verso una scrittura più vicina alla forma del teatro. Poco più avanti nel testo, si registra, inoltre, l’aggiunta più sostanziale presente nella stesura del 1922, con la chiara volontà di rendere più lenti e riflessivi i tempi della narrazione così da accrescerne il senso di angoscia che vi è contenuto: «A tutti parve più bianco, udendo la campanella, quel muro del camposanto. Forse perché l’aria s’era fatta più scura. Bisognava andar via per non far tardi. E tutti presero a licenziarsi, con molti augurii alla sposa»<ref>''Ibidem.''</ref>. Nell’ultima scena, Marastella e Lisi cadono in ginocchio, singhiozzanti, e piangono il padre, il giovane amato, la moglie, e le miserie umane di cui è testimone solo la luna, immancabile compagna nella notte, a cui Pirandello con prosopopea fa guardare «dal cielo il piccolo camposanto su l’altipiano. Lei sola vide quelle due ombre nere su la ghiaja gialla d’un vialetto presso due tombe, in quella dolce notte d’aprile»<ref>''Ivi'', p. 41.</ref>. Alla fine, Marastella diviene «padrona»<ref>''Ivi'', p. 39.</ref>, termine fortemente ossimorico rispetto alla libertà che istituzioni e poteri più grandi le hanno tolto; moderna Persefone il cui ingresso nell’Ade segna la fine dell’innocenza e l’inizio di una nuova identità: «padrona mia e di tutto»<ref>''Ibidem.''</ref>.
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