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Prima notte

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La novella Prima notte è stata pubblicata per la prima volta sulla rivista «Il Marzocco» il 18 novembre 1900; segue un ulteriore pubblicazione all’interno della raccolta Bianche e nere, edita da Streglio nel 1904; ed è infine inclusa in Scialle nero, la prima raccolta di novelle con cui Luigi Pirandello inizia l’ambizioso progetto delle Novelle per un anno, inaugurato nel 1922 dall’editore Bemporad di Firenze.

Trama

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Marastella è una giovane ragazza destinata, suo malgrado, a un matrimonio con un uomo più vecchio di lei, Don Lisi Chirico, il custode del cimitero. Il matrimonio è voluto dalla madre per sottrarre la figlia da un futuro di miseria, specialmente dopo la morte del padre a causa di un naufragio. In quello stesso evento drammatico, Marastella ha perduto anche l’uomo di cui era innamorata. Don Lisi è invece vedovo da un anno, soffre ancora per la perdita della moglie amata e convola a nozze con la stessa infelicità di Marastella. Al termine della triste cerimonia nuziale, piena di lacrime, i novelli sposi si recano sulle tombe delle persone amate per piangerne la morte.

Commento

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Pagine della prima pubblicazione della novella Prima notte, apparsa sulla rivista Il Marzocco il 18 novembre 1900.

Prima notte è la seconda novella della raccolta e intreccia un forte legame con la novella d’apertura, Scialle nero. Entrambe le novelle sono infatti incentrate sul tema matrimoniale, attraverso il quale Pirandello descrive l’ambiente sociale in cui (non) agiscono i suoi personaggi e da cui sono determinati. Se nella scrittura di Pirandello il matrimonio viene sempre rappresentato negativamente, ciò che è preminente in Prima notte è la sua dimensione sociale, un contesto in cui la protagonista, Marestella, privata di ogni libertà d’azione, accondiscende malvolentieri e subisce una decisione dettata da logiche di convenienza. Il ruolo passivo della protagonista si evince già dalle prime righe della novella, uno spazio narrativo connotato in maniera teatrale e interamente occupato dalla madre che in media res dà inizio all’intreccio, tutta orgogliosa nella contemplazione di quel corredo della figlia che ha «messo su, un filo oggi, un filo domani, con la pazienza d’un ragno»[1]. Un incipit scandito con un ritmo poetico in cui sono racchiusi l’inizio e la fine della storia di Marastella, simbolicamente presente solo nella bella biancheria che la madre, Mamm’Anto’, «levava dalla vecchia cassapanca d’abete, lunga e stretta che pareva una bara»[2]. Giancarlo Mazzacurati osserva come Marastella, al pari di altri personaggi pirandelliani, venga introdotta nella storia quando tutto è già deciso, già prestabilito, riducendo il suo raggio d’azione, quindi la sua volontà e il suo essere, a un vuoto e inerme vivere, prigioniera di un destino a cui non è possibile sottrarsi. Un destino di infelicità e coercizione, «dimensione totalizzante e senza via d’uscita»[3], che la figlia di Mamm’Anto’ condivide in parte con il suo futuro e anziano marito, Don Lisi Chirichi, custode del camposanto in cui sono sepolti il padre di Marestella, il giovane ragazzo da lei amato, Tino Sparti, e la stessa moglie del custode, Nunzia’. In compagnia di Don Lisi c’è solo la sorella, donna Nela, di cui il lettore conosce prima le azioni che la sua effettiva esistenza. Don Lisi si presenta in casa di Mamm’ Anto’ senza barba e visibilmente ferito e, allo stupore delle donne così come alla vergogna dello stesso Lisi, segue un impetuoso e invadente «Io, io, gliel’ho fatta radere io»[4] proferito dalla sorella. Nela viene descritta come grassa e scalmanata e «parve, entrando, che ingombrasse tutta quanta la stanzuccia»[5], una presenza imponente, indifferente e «chiassona»[6], che afferma la propria autorità con una triplice ripetizione della sua persona e il proprio diritto di possesso sul fratello fatto radere innanzi le nozze, dettaglio interpretabile come un simbolico atto di evirazione.

Calcando la lettura di Mazzacurati e portandola agli estremi, si potrebbe aggiungere che il personaggio di Marastella esiste di fatto solo nei dettagli simbolico-espressivi che pervadono il testo, mentre la sua effettiva presenza fisica, i suoi dialoghi come le sue lacrime, non sono altro che gli atti di un simulacro. Privata di ogni libertà, come privata fu dell’amore, Marastella è ridotta alla stregua di una cosa, per cui verrebbe spontaneo rivolgere anche a lei le parole pronunciate dalla madre quando osserva con gioia i risultati del suo faticoso lavoro: «roba da poverelli, ma pulita»[7]. È in atto un processo di reificazione di Masteralla che si compie e si conclude ritualmente col matrimonio, come fosse vittima sacrificale designata per porre rimedio alla sciagura, di verghiana memoria, del naufragio del luntro. «T’accompagneremo tutti noi»[8] dice la madre per rincuorare la figlia e piange anche lei mentre si mette in moto il corteo nuziale, della cui celebrazione e del cui dolore è partecipe la gente del paese. Proprio quest’ultima – alla stregua di coro tragico, rappresentante della collettività, della norma sociale e della misura – svolge una funzione mediatrice tra azione e pubblico, e ad essa è soprattutto affidata la memoria del tragico naufragio: «Era ancor viva, in tutta la gente di mare, la memoria di questo naufragio»[9]. Non è un caso che questa frase sia stata oggetto di revisione da parte dell’autore, il quale ha preferito una forma decisamente più evocativa rispetto alla variante della precedente redazione; così come avviene nella sequenza del ritrovamento degli annegati, quando Marastella e la madre vi giungono «tutt’e due urlanti, con le braccia levate, tra il vento e la spruzzaglia dei cavalloni»[10].

Un linguaggio arricchito di dettagli fortemente espressivi ricorre ancora nella descrizione del vestito di donna Nela («con quell’abito di seta verde pisello, che frusciava come una fontana»[11]) e nella turpe descrizione che viene fatta della sequenza in cui gli sposi giungono davanti al cancello del cimitero sull’altipiano, raffigurato come «aereo punto di congiunzione fra vivi e morti»[12], tra un cielo «tutto rosso, di fiamma»[13] e un mare «arroventato»[14]. Altri interventi sul piano lessicale, sintattico e interpuntivo, offrono l'opportunità di registrare un cambiamento della lingua di Pirandello, orientato non solo verso una forma più agile e moderna, ma anche e soprattutto verso una scrittura più vicina alla forma del teatro. Poco più avanti nel testo, si registra, inoltre, l’aggiunta più sostanziale presente nella stesura del 1922, con la chiara volontà di rendere più lenti e riflessivi i tempi della narrazione così da accrescerne il senso di angoscia che vi è contenuto: «A tutti parve più bianco, udendo la campanella, quel muro del camposanto. Forse perché l’aria s’era fatta più scura. Bisognava andar via per non far tardi. E tutti presero a licenziarsi, con molti augurii alla sposa»[15].

Nell’ultima scena, Marastella e Lisi cadono in ginocchio, singhiozzanti, e piangono il padre, il giovane amato, la moglie, e le miserie umane di cui è testimone solo la luna, immancabile compagna nella notte, a cui Pirandello con prosopopea fa guardare «dal cielo il piccolo camposanto su l’altipiano. Lei sola vide quelle due ombre nere su la ghiaja gialla d’un vialetto presso due tombe, in quella dolce notte d’aprile»[16]. Alla fine, Marastella diviene «padrona»[17], termine fortemente ossimorico rispetto alla libertà che istituzioni e poteri più grandi le hanno tolto; moderna Persefone il cui ingresso nell’Ade segna la fine dell’innocenza e l’inizio di una nuova identità: «padrona mia e di tutto»[18].

Note

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  1. Pirandello Luigi, Novelle per un anno, vol. I, Mondadori, Milano, 2021, p. 33.
  2. Ibidem.
  3. Venturini Monica, Narrazione, spazialità e distopia nella novellistica pirandelliana, p. 4. [1]
  4. Pirandello Luigi, op. cit., p. 36.
  5. Ibidem.
  6. Ivi, p. 37.
  7. Ivi, p. 33.
  8. Ivi, p. 38
  9. Ivi, p. 34.
  10. Ibidem.
  11. Ivi, p. 36.
  12. Costa Simona, Introduzione, in L. Pirandello, Scialle nero, a cura di S. Costa, Mondadori, Milano 2021, p. IX.
  13. Pirandello Luigi, op. cit., p. 38
  14. Ibidem.
  15. Ibidem.
  16. Ivi, p. 41.
  17. Ivi, p. 39.
  18. Ibidem.

Bibliografia

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  • Bellinzani Debora, Un percorso di lettura tra le novelle di Scialle nero, in Le novelle di Pirandello «raccolte», a cura di Stefano Milioto, Caltanissetta, Edizioni Lussografica, 2022.
  • Blazina Sergio, L’epilogo e la novella: Verga, d’Annunzio, Pirandello, in Giorgio Bàrberi Squarotti (a cura di), Metamorfosi della novella, Bastogi, Foggia 1985, pp. 247-82.
  • Calendoli Giovanni, Luigi Pirandello, La Navicella, Roma-Milano, 1962.
  • Costa Simona, Introduzione, in L. Pirandello, Novelle per un anno, vol. I, a cura di S. Costa, Mondadori, Milano, 2021, pp. V-XL.
  • De Bella Nino, Narrativa e teatro nell’arte di Luigi Pirandello, D’Anna, Messina-Firenze, 1962.
  • De Castris A. Leone, Storia di Pirandello, Laterza, Bari, 1962.
  • Janner Arminio, Luigi Pirandello, La Nuova Italia, Firenze, 1973.
  • Longo Nicola, Roma nelle novelle pirandelliane, in Pirandello tra Leopardi e Roma, Studium, Roma, 2018.
  • Lugnani Lucio, Note, in L. Pirandello, Tutte le novelle, vol. I, a cura di L. Lugnani, Rizzoli, Milano, 2007.
  • Mazzacurati Giancarlo, Pirandello nel romanzo europeo, Il Mulino, Bologna, 1987.
  • Moestrup Jorn, The Structural Patterns of Pirandello’s Work, Odense University Press, Odense, 1972.
  • Venturini Monica, Dal qui all’oltre. Narrazione e spazialità in «Scialle nero» di Luigi Pirandello, in «Studi (e testi) italiani», 44, 2020, pp. 165-87.
  • Venturini Monica, Narrazione, spazialità e distopia nella novellistica pirandelliana in https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/letteratura-e-potere [data ultima consultazione: 11/01/2026].
  • Zangrilli Franco, Dal personaggio femminile vergine alla zitella, alla vedova: prigioniere della tradizione, in L’arte novellistica di Pirandello, Longo, Ravenna 1983, pp. 139-82.
  • Zangrilli Franco, Il paesaggio nella novellistica pirandelliana, in AA.VV., Lo specchio per la maschera. Il paesaggio in Pirandello, Libreria Editrice E. Cassitto, Napoli 1994, pp. 69-134.