Per le vie. Camerati, Conforti,L'ultima giornata,Via Crucis
Questa pagina analizza tre novelle della raccolta milanese "Per le Vie" (1883) di Giovanni Verga, mettendo in luce alcuni temi centrali: la sofferenza per la lontananza dalla terra natale, il peso della miseria e della malattia, e la crisi dell’individuo nella moderna realtà urbana, segnata da povertà, disoccupazione e destino tragico.

| Autore | Giovanni Verga |
|---|---|
| 1ª ed. originale | 1883 |
| Genere | Raccolta di novelle |
| Lingua originale | Italiano |
| Ambientazione | Milano |
Per le vie, pubblicata nel 1883, occupa una posizione appartata ma tutt’altro che marginale all’interno della produzione novellistica di Giovanni Verga. Uscita quasi in concomitanza con le più celebri Novelle rusticane, la raccolta ha goduto di minore fortuna critica, anche per l’assenza di un racconto-capolavoro unanimemente riconosciuto, come era stato La roba per le Rusticane. Tuttavia, proprio questa sua apparente marginalità consente di cogliere con particolare nitidezza uno dei nuclei più profondi e coerenti della poetica verghiana: quello del movimento incessante dell’esistenza, dell’erranza come condizione strutturale dell’umano.
Il titolo stesso, Per le vie, nella sua nudità sintattica e semantica, suggerisce una dimensione di transito più che di approdo. Non indica una meta, ma un modo dell’essere nel mondo: stare “per le vie” significa esporsi al caso, alla dispersione, a un destino che non si governa ma si subisce. Come è stato osservato, la narrativa verghiana rinuncia programmaticamente a ogni finalismo consolatorio per aderire a una rappresentazione impersonale e necessitata del reale, secondo quel principio dell’“eclissi dell’autore” teorizzato nella celebre lettera a Salvatore Farina, vero manifesto del Verismo italiano (Verga, Lettere, in particolare la missiva del 1879).
I personaggi di Per le vie si muovono lungo traiettorie che non sono mai pienamente scelte: pellegrinaggi della fame, vagabondaggi della miseria, spostamenti dettati dalla necessità più che dal desiderio. La strada, lungi dall’essere spazio di libertà romantica, si configura come luogo della precarietà e dell’esposizione al rischio. In questo senso, il motivo del cammino assume una valenza profondamente anti-epica: non è il viaggio dell’eroe, ma quello dell’uomo qualunque, trascinato da forze economiche, sociali e naturali che lo sovrastano.
La prosa di Verga accompagna questo moto con un andamento narrativo che appare divagante ma risponde in realtà a un disegno rigoroso: la ripetizione di verbi di transito (“andare”, “passare”, “girare”), l’insistenza su itinerari frammentari, l’assenza di una vera conclusione narrativa restituiscono l’impressione di un fluire inarrestabile, in cui il destino si compie senza dichiararsi apertamente. Come ha mostrato la critica più attenta, il caso non è mai puro arbitrio, ma una forma opaca della necessità.
In Per le vie la mobilità non coincide mai con il progresso. Al contrario, essa si accompagna a una profonda malinconia, a un senso di perdita e di sradicamento che avvicina queste novelle ad altre pagine verghiane segnate dal tema dell’addio e della separazione (Di là dal mare, Fantasticheria). Il vagabondaggio diventa così la cifra di una condizione antropologica universale, che trascende il contesto siciliano per farsi metafora della modernità nascente, segnata dalla dissoluzione dei legami tradizionali e dalla circolazione forzata degli individui.
In questa prospettiva, Per le vie appare come una raccolta esemplare per comprendere il Verga più radicale: quello che, rinunciando a ogni indulgenza sentimentale, affida alla forma narrativa il compito di far emergere, senza commento, la dura legge dell’esistenza. Una legge che non giudica e non assolve, ma registra, con implacabile coerenza, il passaggio degli uomini “di qua e di là del fiume”, lungo le strade del mondo.
Camerati
[edit]Camerati di Giovanni Verga è una novella ambientata nel mondo militare, che racconta la storia di tre giovani soldati legati dalla vita di caserma e dalla comune esperienza della guerra, mostrando il contrasto tra la realtà urbana e le loro umili origini e culminando nella partecipazione alla battaglia di Custoza.
Vicenda editoriale
[edit]La novella Camerati fu pubblicata per la prima volta sul «Fanfulla della Domenica» il 25 marzo 1883, e nello stesso anno, venne riproposta sull’«Illustrazione popolare» dell’8 luglio, caso unico all’interno della raccolta Per le vie. [1]Il manoscritto autografo inviato in tipografia per il «Fanfulla», oggi noto attraverso il microfilm conservato nel Fondo Mondadori, mostra evidenti segni di una complessa fase redazionale: Verga riutilizzò fogli appartenenti a stesure precedenti, apportando numerose correzioni e aggiunte, mentre sono riconoscibili anche interventi del tipografo. Il testo del manoscritto concorda in larga misura con quello della prima pubblicazione in rivista, mentre presenta lievi divergenze, perlopiù di carattere formale e interpuntivo, rispetto alla versione inclusa nel volume Per le vie e a quella dell’«Illustrazione popolare». È probabile che quest’ultima sia stata stampata utilizzando direttamente le bozze del volume o una copia del testo già corretto per l’edizione in libro, dato che entrambe facevano capo all’editore Treves. Sono inoltre conservati alcuni frammenti autografi di stesure anteriori, che documentano tentativi narrativi preliminari, anche con titolo e nome del protagonista differenti. La novella fu particolarmente apprezzata dall’editore Emilio Treves e rientra tra i testi che Verga elaborò e pubblicò in tempi ravvicinati in vista dell’uscita della raccolta.
Trama
[edit]La novella Camerati di Giovanni Verga segue tre giovani soldati che si ritrovano a condividere la stessa camerata durante il servizio militare. Sono ragazzi provenienti da regioni diverse d’Italia, con caratteri e abitudini lontanissimi tra loro, ma costretti dalla vita di caserma a convivere, conoscersi e, in un certo senso, a diventare compagni di destino. Tra loro spicca Malerba, un giovane del Sud timido, impacciato, quasi spaesato. Milano, dove è di stanza il reggimento, per lui è un mondo estraneo: non capisce la città, non si orienta, non sa divertirsi come gli altri. I compagni lo prendono spesso in giro, non con cattiveria vera, ma con quella leggerezza un po’ crudele che nasce dalla giovinezza e dalla noia della vita militare. Malerba sopporta tutto in silenzio, chiuso nella sua malinconia. Gli altri due, Lucchese e Gallorini, vivono la leva con spirito diverso: scherzano, si ambientano, trovano il modo di rendere più sopportabili le giornate fatte di esercitazioni, ordini e attese. La camerata diventa un piccolo mondo, con le sue dinamiche, le sue alleanze e le sue fragilità. Quando però arriva il momento di partire per la guerra — la campagna del 1866, durante la Terza Guerra d’Indipendenza — tutto cambia. I tre ragazzi, che fino a quel momento avevano condiviso solo la routine della caserma, si ritrovano fianco a fianco nel caos della battaglia di Custoza. La guerra li mette di fronte alla paura, alla confusione, alla morte. Non c’è più spazio per gli scherzi: resta solo l’istinto di sopravvivere e la solidarietà che nasce nei momenti estremi. Verga racconta questo passaggio con grande sobrietà, senza retorica: la guerra non è eroica, è un’esperienza che travolge e segna. E non tutti i camerati torneranno indietro. La novella si chiude con un senso di amarezza e disillusione, tipico del Verga maturo, che guarda al Risorgimento non come a un’epopea gloriosa, ma come a un insieme di vite comuni, spesso spezzate.
Contesto
[edit]La novella Camerati si colloca nel clima dell’Italia post‑unitaria e riflette la crisi degli ideali risorgimentali che caratterizza il Verga maturo. L’ambientazione rimanda alla Terza guerra d'indipendenza e in particolare alla battaglia di Custoza del 1866, un episodio militare che segnò profondamente la memoria collettiva dei patrioti italiani. Verga osserva questo momento storico non con spirito celebrativo, ma con uno sguardo critico e disincantato: la guerra non è rappresentata come un’epopea eroica, bensì come un’esperienza vissuta da giovani comuni, spesso spaesati, lontani dagli ideali patriottici che avrebbero dovuto animarli. Il contesto milanese, condiviso anche da altre sue novelle, diventa lo sfondo di una riflessione più ampia sulla distanza tra gli ideali dell’Unità e la realtà quotidiana dei nuovi italiani, segnati da differenze regionali, difficoltà di integrazione e un crescente senso di disillusione. La vita milanese di quegli anni, ricca di fermento sociale e industriale è vista attraverso gli occhi del Verga “flâneur”, che osserva la città e i suoi abitanti, dagli emarginati ai salotti mondani.
Analisi dei personaggi
[edit]I personaggi principali – Malerba, Lucchese e Gallorini – incarnano tipologie umane diverse, mostrando le contraddizioni e le difficoltà dell’Italia postunitaria e mettendo in evidenza il distacco tra ideali risorgimentali e realtà quotidiana.
- Malerba è il personaggio più fragile e significativo. Ragazzo del Sud, timido e impacciato, fatica a integrarsi nella vita della caserma e nella Milano urbana, lontano dai suoi campi e dalle abitudini contadine. Malerba soffre in silenzio, disorientato di fronte agli eventi della guerra, e rappresenta l’uomo comune travolto dalla storia, lontano da ogni eroismo, simbolo della solitudine e della disillusione tipica del Verismo.
- Lucchese è invece socievole, aperto e adattabile. Affronta la leva con leggerezza, scherza e si ambienta facilmente nel contesto militare. Funziona da contrasto rispetto a Malerba: dove quest’ultimo è chiuso e diffidente, Lucchese mostra spontaneità e vivacità, ma anche lui, di fronte alla battaglia, rivela la stessa vulnerabilità di tutti gli altri soldati.
- Gallorini è colto, brillante e spesso al centro dell’attenzione; incarna il giovane moderno, cittadino e consapevole del mondo urbano. Tuttavia, come gli altri, durante la guerra si scopre fragile e impotente davanti alla violenza e al caos dello scontro.
Insieme, i tre camerati rappresentano tre Italie diverse – Sud, Centro e Nord – costrette a convivere sotto la divisa e a condividere le stesse paure e lo stesso destino. Verga utilizza questi personaggi per demistificare l’idea eroica del Risorgimento, contrapponendo al mito patriottico la cruda realtà vissuta dai soldati comuni.
Temi principali
[edit]1. Disillusione risorgimentale La novella smonta l’immagine eroica del Risorgimento: la guerra non è un’impresa gloriosa, ma un’esperienza confusa e dolorosa vissuta da ragazzi comuni, spesso impauriti e impreparati.
2. Fragilità umana e destino I soldati non sono eroi, ma giovani travolti dagli eventi storici. La guerra mette a nudo la loro vulnerabilità e mostra come il destino possa spezzare vite ordinarie senza alcuna retorica.
3. Differenze regionali e difficoltà di integrazione I tre camerati provengono da regioni diverse (Nord, Centro, Sud) e faticano a capirsi. Verga evidenzia un’Italia appena unita ma ancora profondamente divisa per mentalità, lingua e abitudini.
4. Solitudine e spaesamento Malerba incarna il tema della solitudine: non si integra né nella città né nella vita militare. Il suo disagio rappresenta la condizione di chi non trova un posto nel nuovo mondo post‑unitario.
5. Fratellanza forzata La vita di caserma crea una convivenza obbligata: i soldati diventano “camerati” più per necessità che per scelta. La guerra, però, li unisce nella paura e nella condivisione del pericolo.
6. Contrasto tra ideali e realtà Gli ideali patriottici dell’Unità d’Italia si scontrano con la realtà concreta: miseria, confusione, paura, disorganizzazione. Verga mostra la distanza tra mito e vita quotidiana.
Conforti
[edit]La novella Conforti di Giovanni Verga racconta la vita dura e segnata dalla miseria di sora Arlìa, una pettinatrice milanese che vive tra sacrifici, lutti familiari e continue disgrazie. Verga ambienta la storia nella Milano popolare di fine Ottocento, mostrando con sguardo realistico e impietoso la precarietà dell’esistenza dei ceti più umili. Al centro c’è il contrasto tra la speranza ingenua — alimentata dalla profezia della “donna dell’uovo” — e la cruda realtà fatta di malattie, povertà, figli perduti, debiti e illusioni che si infrangono. Attraverso la vicenda di Arlìa e della sua famiglia, Verga mette in scena la condizione dei poveri, schiacciati da un destino che sembra ineluttabile e che nessuna promessa di fortuna riesce davvero a cambiare.
Vicenda editoriale
[edit]La novella Conforti è tramandata da un manoscritto autografo conservato al B.U.C. (Ms. U. 239.268), integrato dalle riproduzioni microfilmate del Fondo Mondadori per le parti mancanti.[2] Il manoscritto originale comprendeva otto fogli protocollo, scritti principalmente sul recto, con alcune annotazioni a margine e impronte delle bozze di stampa sul verso dell’ultimo foglio. Tali segni testimoniano l’uso dei fogli sia per la composizione del testo che per la correzione delle bozze destinate alla stampa. La novella fu pubblicata il 16 maggio 1883 sulla rivista «Cronaca bizantina», dopo un iniziale tentativo di invio alla «Domenica Letteraria». Il carteggio con Luigi Capuana documenta le difficoltà organizzative e le trattative tra Verga e i vari editori per assicurare la pubblicazione e il pagamento del compenso. Parti di redazioni precedenti, nonché abbozzi rimasti frammentari, mostrano come Verga avesse lavorato intensamente sulla novella, spesso riutilizzando fogli di manoscritti anteriori per stesure diverse. Varianti e correzioni sono state raccolte in apparato critico, mentre le redazioni più antiche sono riportate in appendice nelle edizioni critiche.
Trama
[edit]La novella Conforti di Giovanni Verga racconta la vita dolorosa di sora Arlìa, pettinatrice milanese, e di suo marito Manica, barbiere povero e sfortunato. Una donna indovina, “quella dell’uovo”, le aveva predetto che sarebbe stata felice, ma solo dopo molti guai. E i guai arrivano davvero: Arlìa resta incinta continuamente, perde quasi tutti i figli per la tisi, e la bottega di famiglia va in rovina. Il marito, logorato dal dolore, comincia a bere, mentre lo zio prete, don Calogero, osserva tutto con rassegnazione. L’unica figlia rimasta, Fortunata, mostra gli stessi segni di malattia dei fratelli, ma un giorno la madre la sorprende con un giovane. La ragazza confessa di essere incinta e teme la reazione del padre; arriva perfino a minacciare di buttarsi dalla finestra pur di non fare la stessa fine dei fratelli. Il giovane vorrebbe sposarla, ma non ha denaro e pretende una dote che la famiglia non può permettersi. Disperata, Arlìa comincia a giocare alla lotteria, convinta che la profezia dell’indovina si avvererà. Alla fine, durante un triste pranzo di Natale, lo zio prete si impietosisce e promette la dote. Il matrimonio si fa, ma la felicità dura poco: il genero si rivela un violento che sperpera tutto, e Fortunata torna a casa maltrattata e con figli da mantenere. Gli anni passano e la miseria cresce. Arlìa e Manica invecchiano tra debiti, lavoro malpagato e alcol. La donna, ormai stanca e svuotata, passa le giornate seduta alla finestra, bevendo acquavite di nascosto e guardando i tetti bagnati, mentre la promessa di felicità della donna dell’uovo si rivela solo un’illusione.
Contesto
[edit]La novella è ambientata nella Milano popolare di fine Ottocento, una città in rapido cambiamento, attraversata da fermenti industriali e sociali che però non migliorano la vita delle classi più umili. Verga osserva questo ambiente con lo sguardo del narratore verista, attento ai quartieri poveri, alle botteghe modeste e alle case anguste dove la miseria è una presenza costante. Le strade umide, le vetrine appannate, le scale buie e i tetti sgocciolanti non sono semplici dettagli descrittivi, ma elementi che riflettono la condizione interiore dei personaggi, intrappolati in un’esistenza fatta di sacrifici, malattie e lutti. Milano diventa così un luogo indifferente e impersonale, dove la modernità non porta progresso ai più deboli, ma accentua la distanza tra chi ha mezzi e chi vive di espedienti. L’ambientazione urbana contribuisce a creare un clima di oppressione e fatalismo: la città non offre vie d’uscita, ma amplifica la solitudine di sora Arlìa e della sua famiglia, rendendo ancora più evidente il contrasto tra le loro speranze e la dura realtà quotidiana.
Analisi dei personaggi
[edit]- 'Sora Arlìa' – la madre che resiste Sora Arlìa è il personaggio centrale della novella, una donna del popolo che incarna la sofferenza silenziosa e la resistenza quotidiana delle classi umili. Lavora instancabilmente come pettinatrice, ma la sua vita è segnata da lutti continui, miseria e responsabilità schiaccianti. La sua psicologia è dominata da due forze opposte: da un lato la disperazione per i figli che muoiono uno dopo l’altro, dall’altro una speranza ostinata, nutrita da superstizioni e dalla profezia della “donna dell’uovo”. Arlìa è una figura tragica ma profondamente umana: non si ribella, non si lamenta, ma continua a credere che, dopo tanti guai, arriverà un po’ di felicità. La sua fede ingenua nella fortuna è l’unico modo per sopravvivere a un destino che la travolge.
- 'Manica' – il marito sconfitto Manica è un uomo semplice, un barbiere che sogna una bottega più grande e una vita migliore, ma che viene rapidamente schiacciato dalla realtà. La morte dei figli, i debiti e il fallimento economico lo trasformano in un uomo disilluso e amareggiato, che trova rifugio nell’alcol. Non è cattivo, né violento: è semplicemente un uomo che non ha più la forza di reagire. La sua figura rappresenta la sconfitta maschile di fronte alla miseria, il crollo delle ambizioni e la resa totale al destino. Anche quando tenta di mantenere l’onore della famiglia, lo fa con un’autorità fragile, ormai svuotata.
- 'Fortunata' – la figlia che ripete il destino della madre Fortunata è l’unica figlia sopravvissuta, ma porta addosso i segni della stessa fragilità dei fratelli. È una giovane che desidera vivere, amare, sfuggire alla malattia e alla miseria, ma la sua storia ripete tragicamente quella della madre. Rimane incinta, teme la reazione del padre, e arriva perfino a minacciare il suicidio pur di non essere travolta dal destino familiare. Il matrimonio con Silvio Liotti, invece di salvarla, la condanna a nuove sofferenze: violenze, fame, figli da mantenere. Fortunata è il simbolo del ciclo della sventura, della vita che si ripete identica da una generazione all’altra.
- 'Don Calogero' – il prete distaccato Don Calogero è lo zio prete, una figura che rappresenta la morale tradizionale e allo stesso tempo l’impotenza delle istituzioni. È prudente, distaccato, spesso rassegnato: preferisce “lavarsene le mani” piuttosto che intervenire davvero. Eppure, in alcuni momenti, mostra un barlume di umanità, come quando decide di offrire la dote a Fortunata. La sua figura incarna la religione come conforto minimo, incapace però di cambiare la realtà.
- 'Silvio Liotti' – il giovane opportunista Silvio Liotti è il commesso che mette incinta Fortunata. Non è un vero malvagio, ma un uomo debole e opportunista: vorrebbe sposarla, ma solo se la famiglia gli garantisce una dote. Quando i soldi finiscono, si rivela violento e irresponsabile. È il simbolo della violenza sociale che colpisce i più fragili: un uomo che approfitta della situazione e poi abbandona la moglie al suo destino.
- La 'donna dell’uovo' – la speranza illusoria La donna dell’uovo non è un personaggio centrale, ma ha un ruolo simbolico potentissimo. Rappresenta la superstizione popolare, l’illusione di un destino migliore, la speranza che i poveri coltivano per non soccombere. La sua profezia — “Sarai contenta, ma prima passerai dei guai” — accompagna Arlìa per tutta la vita, diventando una sorta di luce fragile che però non si realizza mai.
Temi principali
[edit]I temi principali della novella ruotano attorno alla condizione dei poveri, schiacciati da un destino che sembra ripetersi identico di generazione in generazione. Verga mette in scena un mondo dove la miseria, la malattia e la morte non sono eventi eccezionali, ma presenze quotidiane che modellano la vita dei personaggi. La speranza — spesso affidata a superstizioni, profezie o alla lotteria — diventa un’illusione necessaria per sopravvivere, mentre la famiglia, invece di essere un rifugio, si trasforma in un luogo di sacrificio e dolore. Attraverso la storia di sora Arlìa e della sua famiglia, Verga mostra la durezza della vita popolare, la fragilità delle donne e il ciclo inesorabile della sventura che nessuno riesce a spezzare.
1. La miseria come destino ineluttabile La povertà non è solo una condizione economica: è una trappola sociale da cui nessun personaggio riesce a uscire. Ogni tentativo di miglioramento fallisce: la bottega non rende, i figli si ammalano, i debiti aumentano, il marito cade nell’alcol. Verga mostra una realtà in cui i poveri sono condannati a soffrire, senza possibilità di riscatto.
2. La malattia e la morte come presenze quotidiane La tisi che uccide uno dopo l’altro i figli di Arlìa è un simbolo della fragilità della vita popolare. La morte non arriva come evento eccezionale, ma come una presenza costante, quasi familiare. La novella mette in scena un mondo in cui la vita è breve, precaria, consumata dalla fatica.
3. L’illusione della speranza La profezia della “donna dell’uovo” rappresenta la speranza ingenua dei poveri, che si aggrappano a superstizioni e segni per sopravvivere al dolore. Arlìa crede che, dopo tanti guai, arriverà la felicità. Ma la promessa non si realizza mai: la speranza diventa un autoinganno, un modo per non crollare.
4. La famiglia come luogo di dolore La famiglia non è rifugio, ma spazio del sacrificio: Arlìa perde i figli uno dopo l’altro; Manica si rifugia nell’alcol; Fortunata ripete il destino della madre, tra gravidanze, violenze e miseria.
5. La condizione femminile Le donne sono le vere protagoniste del dolore: Arlìa lavora senza sosta, si sacrifica, spera, prega, si illude; Fortunata vive la paura della malattia, della vergogna e della violenza del marito; i clienti e i vicini giudicano; la società non offre protezione. Verga mostra una femminilità schiacciata, senza voce né diritti.
6. La violenza sociale e morale La società giudica, osserva, condanna, ma non aiuta. Il giovane che mette incinta Fortunata pretende la dote; i vicini sparlano; il prete si tira indietro; il marito sfoga la frustrazione nell’alcol. È un mondo dove i più deboli vengono abbandonati, e ogni errore diventa una colpa irreparabile.
7. Il ciclo della sventura La novella è costruita come un cerchio che non si spezza: Arlìa perde i figli, Fortunata ripete la stessa vita, i nipoti nascono e portano nuovi guai, la miseria continua. È il tema verghiano del ciclo della vita che si ripete, senza progresso né salvezza.
L'ultima giornata
[edit]La novella L'ultima giornata di Giovanni Verga racconta la tragica vicenda di un migrante anonimo che arriva a Milano con la speranza di trovare lavoro, ma incontra solo miseria e solitudine. Verga ambienta la storia nella Milano popolare di fine Ottocento. Al centro c’è il contrasto tra l’illusione di una vita migliore e la cruda realtà fatta di povertà, indifferenza e disperazione. Alla fine, schiacciato dalle delusioni, l’uomo si getta sotto un treno, mentre la folla reagisce con curiosità e superficialità. Attraverso questa vicenda, Verga mette in scena la condizione dei poveri nella società moderna, schiacciati da un destino ineluttabile che nessuna promessa di progresso riesce davvero a cambiare.
Vicenda editoriale
[edit]La novella L’ultima giornata ebbe una lunga e complessa gestazione, documentata da numerosi manoscritti autografi conservati presso la Biblioteca Universitaria di Catania e nel Fondo Mondadori. Le prime redazioni presentavano un’impostazione narrativa diversa da quella definitiva, poiché ricostruivano il percorso esistenziale del protagonista fino al suicidio, mentre il testo pubblicato si concentra sulle reazioni della collettività al ritrovamento del corpo.[3] Nel corso del lavoro Verga elaborò più abbozzi e frammenti, alcuni dei quali sembrano essere stati inizialmente destinati alla stampa e poi ritirati. Da una di queste redazioni preliminari deriva il testo noto come Un caso di suicidio, pubblicato postumo nel 1985 e non riconosciuto come novella autonoma dall’autore. La versione definitiva fu inviata da Verga a Luigi Capuana il 23 ottobre 1882, pubblicata sul «Fanfulla della Domenica» il 12 novembre dello stesso anno e successivamente inclusa nella raccolta Per le vie (1883). Le ristampe successive, tra cui quella sull’«Illustrazione popolare» del 1904, derivano da edizioni non direttamente riviste dall’autore.
Trama
[edit]La novella L’ultima giornata di Giovanni Verga si apre con un episodio drammatico: durante la festa dell’Ascensione, un treno diretto a Como sobbalza poco dopo Sesto, e i passeggeri scoprono che sui binari giace il cadavere di un uomo sconosciuto. La scena è subito segnata dal contrasto tra la spensieratezza dei viaggiatori, intenti a godersi la giornata di festa, e la macabra scoperta che interrompe la loro allegria. Intorno al corpo si raduna una folla curiosa: contadini, carabinieri, cantoniere, tutti mossi da curiosità, superstizione, o dal desiderio di ricavare numeri per il lotto. Il cadavere, sfigurato dall’impatto, indossa abiti logori e porta in tasca solo una polizza del lotto: segni di una vita povera e senza speranza. A poco a poco, attraverso indizi e testimonianze, si ricostruisce la storia dell’uomo. Era un migrante giunto a Milano in cerca di lavoro, alloggiava in un affittaletto e ogni giorno aspettava una lettera che non arrivava mai. Stanco, affamato, con un braccio fratturato, aveva tentato invano di trovare un’occupazione in officina. La sera precedente, mentre la città festeggiava tra musica e balli, lui vagava silenzioso, incapace di unirsi alla gioia degli altri. Solo una donna gli rivolge qualche parola, ma è un incontro fugace, privo di vera comprensione. All’alba, l’uomo decide di porre fine alla sua vita gettandosi sotto il treno. La novella si chiude con un senso di indifferenza collettiva: la festa continua, l’oste chiude la locanda, le ragazze commentano distrattamente l’accaduto, e il canto dei grilli torna a riempire la notte. La morte di quell’uomo resta un fatto isolato, senza clamore, immerso nell’ordinaria vita cittadina. Verga racconta tutto con sobrietà, senza retorica: non c’è eroismo né tragedia solenne, solo la cruda realtà di una vita spezzata dall’emarginazione e dalla solitudine.
Contesto
[edit]L’ultima giornata è ambientata nella Milano industriale di fine Ottocento nel giorno di festa dell’Ascensione. La città è viva, animata da gente che si sposta verso i luoghi di svago, tra stazioni ferroviarie e strade affollate. La ferrovia, simbolo di modernità e progresso, diventa il luogo centrale della vicenda: è lì che si consuma il suicidio del protagonista, un uomo povero e sconosciuto, travolto dal treno. La stazione e i binari diventano il simbolo di un mondo impersonale, dove la vita di un uomo si perde nell’indifferenza generale. È un contesto urbano moderno, lontano dai paesaggi rurali delle prime opere di Verga, e riflette le tensioni sociali dell’Italia postunitaria: migrazioni interne, precarietà, disuguaglianze.
Analisi dei personaggi
[edit]I personaggi principali non hanno nomi propri, ma sono caratterizzati dal ruolo e dal comportamento che riflettono.
- Il Migrante è il fulcro della novella. Uomo povero, giunto a Milano in cerca di lavoro, porta con sé la speranza di un riscatto che non arriva mai. È timido, silenzioso, isolato: vaga tra la folla festante senza riuscire a partecipare alla gioia collettiva. La sua figura incarna la solitudine dell’individuo nella città moderna, simbolo della disillusione verista. Il suicidio sui binari non è un gesto eroico, ma l’atto estremo di chi è schiacciato dalla miseria e dall’indifferenza sociale.
- La Folla è un personaggio collettivo, rappresentato con crudezza e ironia. Curiosa, chiassosa, si raduna attorno al cadavere per superstizione o per ricavarne numeri da giocare al lotto. Non c’è pietà né partecipazione: la morte diventa spettacolo, occasione di chiacchiere. Questo atteggiamento rivela la distanza tra la tragedia individuale e la superficialità della vita quotidiana.
- Le Figure marginali – il cantoniere che copre il corpo con erbacce, i carabinieri che compilano il verbale, le ragazze che commentano distrattamente – incarnano l’indifferenza istituzionale e sociale. Nessuno si ferma a riflettere sul dramma umano: tutto si riduce a un fatto burocratico o a un pettegolezzo.
Insieme, questi personaggi rappresentano la Milano moderna e impersonale, dove il progresso (la ferrovia, la festa cittadina) convive con la miseria e la solitudine. Verga utilizza questa coralità per smascherare l’illusione della modernità, contrapponendo alla retorica del progresso la realtà di vite comuni, spezzate senza clamore.
Temi principali
[edit]1. Illusione e fallimento della modernità La novella smonta l’immagine positiva del progresso urbano: la ferrovia, simbolo di modernità, diventa strumento di morte. Milano, città delle opportunità, si rivela ostile e indifferente verso chi è povero e solo.
2. Solitudine e marginalità Il protagonista è un migrante anonimo, isolato nella folla festante. La sua incapacità di integrarsi nella vita cittadina riflette la condizione di chi resta ai margini della società industriale, senza reti di sostegno.
3. Indifferenza collettiva La morte dell’uomo non suscita pietà, ma curiosità e superstizione. La folla cerca numeri per il lotto, i carabinieri compilano verbali: la tragedia individuale diventa un fatto burocratico o un pretesto per chiacchiere.
4. Contrasto tra festa e tragedia La giornata dell’Ascensione, segnata da musica e allegria, si intreccia con il suicidio del protagonista. Questo contrasto accentua la distanza tra la vitalità della città e la disperazione di chi non trova un posto nel mondo.
5. Ironia “disumana” Verga racconta con tono impersonale e frammentato: la vita continua, la locanda chiude, i grilli cantano. La morte non interrompe il ritmo della città, rivelando l’assenza di senso e la crudeltà della realtà.
6. Crisi dell’individuo nella società moderna Il migrante incarna la fragilità umana di fronte alle trasformazioni economiche e sociali: la promessa di lavoro si infrange contro la precarietà, e il suicidio diventa l’unica via di fuga.
Via Crucis
[edit]La novella Via Crucis di Giovanni Verga narra il tragico declino di Santina, una giovane sarta povera che, attraverso una serie di tradimenti amorosi e degradazioni sociali, precipita nella prostituzione. Il titolo evoca simbolicamente la Passione di Cristo, sottolineando le “stazioni” di sofferenza della protagonista, accentuando il tema religioso.
Vicenda editoriale
[edit]La novella Via Crucis fu pubblicata per la prima volta sul «Fanfulla della Domenica» il 29 aprile 1883. Della sua elaborazione sono pervenuti soltanto alcuni frammenti di manoscritti autografi, conservati in riproduzione microfilm nel Fondo Mondadori, che testimoniano ancora una volta il laborioso metodo compositivo di Giovanni Verga.[4]I materiali superstiti documentano almeno due redazioni differenti, entrambe incomplete, precedute da un foglio non autografo recante il titolo e l’indicazione della futura collocazione nella raccolta Per le vie. Le stesure mostrano una notevole distanza dal testo definitivo, sia per la disposizione degli episodi sia per la caratterizzazione dei personaggi, segno di un profondo ripensamento narrativo nel corso della scrittura. Le varianti tra le redazioni preparatorie e il testo pubblicato riguardano in particolare la sequenza degli eventi e il tono complessivo del racconto, che nella versione finale risulta più compatto e controllato. I frammenti manoscritti, proprio per la loro lontananza dalla redazione a stampa, sono considerati materiali preparatori e vengono generalmente presentati in appendice nelle edizioni critiche. La pubblicazione della novella si inserisce nella fitta attività di collaborazione di Verga con il «Fanfulla della Domenica» nella primavera del 1883, come attestato anche dal carteggio con Luigi Capuana.
Trama
[edit]La novella Via Crucis racconta la parabola tragica di Santina, una giovane sarta milanese che, all’inizio della vicenda, vive ancora con la madre e lavora onestamente in una bottega. La sua vita cambia bruscamente quando scopre che Poldo, l’uomo che ama e al quale si è concessa, sta per sposare un’altra donna, più ricca e socialmente adatta a lui. La notizia la colpisce come un fulmine: incredula, corre al Municipio per verificare, e lì trova la conferma che la distrugge. Determinata a ottenere spiegazioni, Santina affronta Poldo, che prima nega, poi si giustifica dicendo che entrambi sono poveri e che unirsi a lei significherebbe “fare un bel marrone”. È il primo colpo alla sua dignità, e segna l’inizio della sua lenta discesa. Nel tentativo di ricominciare, Santina si avvicina a Renna, un giovane che la corteggia e sembra offrirle un po’ di affetto. Ma anche lui la tratta con leggerezza e sospetto, rinfacciandole continuamente la relazione con Poldo. Per dimostrargli il suo amore, Santina finisce per cedere di nuovo, ma Renna presto si stanca e la abbandona, lasciandola umiliata e senza difese. Quando la sua padrona scopre la verità, la licenzia con disprezzo. Il fratello, venuto a sapere della sua “disonoratezza”, giura di ucciderla. Santina è costretta a fuggire di casa la Vigilia di Natale, sola e senza nulla. Dopo mesi di miseria, Santina torna a Milano, ridotta pelle e ossa. Una vecchia amica cerca di aiutarla, ma non può offrirle lavoro. È allora che Santina incontra un giovane ricco e gentile che si innamora sinceramente di lei. Per un breve periodo, la ragazza vive un sogno: un appartamento elegante, passeggiate in carrozza, serate a teatro, gite nel parco di Monza. Ma anche questa felicità è fragile. Il giovane è oppresso dai debiti e dal padre, che pretende che si sposi “bene”. Alla fine, la lascia con una lettera e un vaglia di mille lire. Santina sviene in mezzo alla strada: è l’ennesimo abbandono. Da quel momento, la vita di Santina precipita. Diventa una donna “di strada”, mantenuta occasionalmente da uomini di passaggio. A volte ha fortuna, come con un ricco forestiero che le paga un mese di lusso; altre volte finisce sfruttata e derubata.L’unico che le offre un affetto sincero è un maestro di musica malato e poverissimo. Santina lo assiste con dedizione, vivendo con lui nella miseria più nera. Quando l’uomo muore, lei lo accompagna sola al cimitero, in una Milano gelida e coperta di neve. Nell’ultima parte della novella, Verga descrive con crudezza la “via crucis” finale della protagonista: Santina percorre la Galleria, via Santa Margherita, piazza della Scala, sotto lo sguardo sprezzante dei passanti e il controllo dei questurini. Il suo corpo è ormai l’unica merce che possiede; la sua identità è annullata. Il momento più tragico e simbolico avviene quando Poldo, ormai sposato, le compra un bacio con i soldi della moglie: l’umiliazione è totale. La novella si chiude con un’immagine amarissima: Santina, infreddolita e affamata, riesce finalmente a ottenere qualche moneta e va a comprare del pane. Esce dal negozio sotto gli sghignazzi, stringendo il pane sotto il mantello di seta “come una regina”: un’immagine ironica e tragica, che suggella il senso profondo della novella. La sua via crucis non porta a nessuna redenzione, ma solo alla sopravvivenza, in una società che prima seduce, poi giudica e infine distrugge.
Contesto
[edit]Ambientata nella Milano industriale degli anni Ottanta dell’Ottocento, la novella riflette il periodo di transizione di Verga dal romanticismo al Verismo, esplorando ambientazioni urbane lombarde lontane dalle radici siciliane e catturando la miseria cosmopolita dell’Italia post-unitaria. Contestualizzata nelle difficoltà economiche dello scrittore, adotta un narratore onnisciente tendente all’impersonalità, anticipando tecniche veriste come il “regresso” e criticando le ipocrisie borghesi in un contesto di industrializzazione nascente.
Analisi dei personaggi
[edit]- Santina è la protagonista della novella e rappresenta una delle figure più tragiche del Verismo verghiano. Giovane sarta di umili origini, è ingenua, sensibile e profondamente bisognosa d’amore. La sua vicenda mostra come una donna povera e sola sia completamente esposta alla violenza morale della società urbana. Innamorata di Poldo, Santina si affida a lui con totale fiducia, immaginando un futuro stabile; quando viene abbandonata, non perde soltanto l’amore, ma anche onore, lavoro, famiglia e identità sociale. La sua discesa nella prostituzione non è frutto di una scelta, ma di una necessità. Nella parte finale della novella, Santina appare svuotata, rassegnata, privata di emozioni: la sua esistenza diventa una via crucis quotidiana, fatta di freddo, fame e umiliazione. È una vittima sacrificale, condannata senza colpa.
- Poldo è l’uomo che segna il destino di Santina. Rappresenta il seduttore egoista e opportunista, incapace di assumersi responsabilità. Dopo averle promesso amore, la abbandona per sposare una donna più ricca, giustificando la scelta con motivazioni economiche. In lui Verga denuncia l’ipocrisia della morale borghese: Poldo non viene mai punito, conserva il rispetto sociale e arriva persino a comprare un bacio da Santina con i soldi della moglie. È il simbolo di una società che assolve gli uomini e condanna le donne.
- Matilde è una compagna di lavoro di Santina e rappresenta la mentalità pragmatica e cinica della città. Non è malvagia, ma disincantata: considera l’amore come qualcosa di passeggero e consiglia a Santina di adattarsi, scegliendo uomini ricchi. Attraverso Matilde, Verga mostra l’indifferenza quotidiana del mondo popolare urbano, che non si ribella all’ingiustizia ma la accetta come normale.
Personaggi secondari (Renna, madre, fratello)
- Il Renna riproduce lo stesso schema di Poldo: seduce e poi abbandona Santina, rinfacciandole il passato.
- La madre è una figura debole, incapace di proteggerla.
- Il fratello Beppe incarna l’ossessione per l’onore maschile e contribuisce alla sua espulsione dalla famiglia.
Tutti concorrono alla rovina della protagonista.
Temi principali
[edit]1. La condizione femminile Il tema centrale della novella è la condizione della donna povera nella società ottocentesca, segnata da una profonda disuguaglianza. Santina viene sedotta, abbandonata e infine condannata senza possibilità di riscatto. La società attribuisce esclusivamente a lei la colpa della relazione illegittima, mentre gli uomini che l’hanno sfruttata restano impuniti e socialmente rispettati. Verga mette così in luce l’ingiustizia di un sistema morale che colpisce solo i più deboli, in particolare le donne.
2. Amore e denaro In Via Crucis l’amore è subordinato al denaro e alla convenienza economica. I rapporti sentimentali non si basano su sentimenti autentici, ma su calcoli materiali: chi è povero non può permettersi di amare né di costruire un futuro. L’espressione “fare un bel marrone”, usata da Poldo, sintetizza questa visione cinica e materialistica, in cui l’amore senza sicurezza economica è considerato una colpa o un errore.
3. Emarginazione sociale Santina subisce una progressiva espulsione dalla comunità. Dopo l’abbandono, perde il lavoro, viene rifiutata dalla famiglia e giudicata dall’ambiente sociale. Una volta caduta, non le è più consentito rientrare nella società rispettabile. La città diventa così uno spazio ostile e disumanizzante, in cui la protagonista è costretta a sopravvivere ai margini, privata di ogni riconoscimento umano.
4. La “Via Crucis” laica Il titolo della novella richiama la Passione di Cristo, ma in una chiave laica e realistica. La Via Crucis di Santina non conduce alla redenzione, bensì alla sopravvivenza nella miseria. Le sue “stazioni” non sono luoghi sacri, ma strade, piazze e caffè, attraversati sotto lo sguardo indifferente o sprezzante degli altri. Il dolore non ha valore salvifico, ma diventa una condizione quotidiana e senza fine.
5. Caduta sociale e morale La vicenda di Santina è dominata da una caduta sociale e morale irreversibile. L’abbandono di Poldo rappresenta l’inizio della rovina, a cui seguono il giudizio spietato della società e la condizione di povertà e solitudine. Costretta a sopravvivere in un ambiente ostile, Santina perde progressivamente dignità e identità, fino ad annullarsi completamente come persona.
6. Il destino inesorabile e il Verismo Come in molte opere di Verga, il destino dei personaggi è determinato da forze esterne e incontrollabili: l’ambiente sociale, la povertà, il caso. L’autore adotta una narrazione impersonale, senza giudizi morali, limitandosi a mostrare i fatti. La tragedia di Santina non nasce da scelte individuali, ma da un meccanismo sociale implacabile, che non concede possibilità di riscatto ai più deboli.
Bibliografia
[edit]- A. Baldi, La narrativa di Verga, Carocci, Roma, 2012.
- G. Verga, Novelle, a cura di A. Marchese, Torino, Società editrice internazionale, 1994.
- G. Verga, Per le vie. Edizione critica a cura di Raffaele Morabito, Firenze, Le Monnier, 2003.
- G. Verga, Per le vie. Edizione a cura di R. Benporad, Firenze,1930.
Sitografia
[edit]- https://bibliotecagerace.com/wp-content/uploads/2023/10/Per-le-vie-Verga.pdf
- https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/scenari-del-conflitto/Leonardi%20Matteo.pdf
- https://www.iuncturae.eu/2018/04/13/andare-per-le-vie/