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=='''Tematiche'''== In questa novella come nelle altre della raccolta troviamo un incremento del pessimismo verghiano che aveva trovato principio in “Nedda” nel 1874 e che viene ispessito con l’aggiunta del tema della “roba” e che, in ultimo, sarà esplorato ed elaborato nelle “Rusticane” e sarà la forza motrice del Mastro-don Gesualdo. In questa prospettiva, la novella “Pane nero” può essere collocata al centro delle Novelle Rusticane, divenendo campo di prova per le sue tecniche narrative. È molto considerevole che, a differenza degli altri racconti verghiani, i quali si concentrano su uno o due personaggi, la novella si sviluppa intorno alla vicenda di un’intera famiglia, i quali membri vengono presentati già sotto il peso del loro umile ma schiacciante e inevitabile dramma quotidiano. Nonostante non siano illustrati seguendo una loro crescita, gli stessi non sono statuari ma vivi e vitali. Il titolo “Pane Nero” vuole definire la sostanza della narrazione e, quindi, il tema centrale che è la miseria, fissata ancora di più dalla frase emblematica detta da Santo negli ultimi paragrafi finali ''<<il guaio è che non siamo ricchi, per volerci sempre bene >>'' Più precisamente esso vuole riferirsi alla miseria che conduce l’affamato ad accettare ogni possibilità per allontanarsene, sebbene debba compromettere i propri principi morali come nel caso di Lucia che, dietro la spinta di Brasi, cede alle lusinghe di don Venerando allo scopo di procurarsi una dote così che un giorno lo stesso Brasi la sposerà solo quando l’avrà oppure lo stesso Pino il Tomo, che, nonostante l’amasse, deve sposare la sciancata perché solo così potrà assicurarsi il pane. I morsi della miseria colpiscono anche la condizione matrimoniale di Santo e Nena, la quale spensieratezza giovanile viene sostituita dal desiderio di sopravvivere, facendo il tutto possibile per allontanare la minaccia della fame. La problematica della “roba” in “Pane nero” viene affrontata non da chi l’ha, ma da chi non l’ha; il personaggio di Don Venerando si confronta con essa solo quando si parla di curarla. La miseria non si traduce nella resa delle privazioni fisiche e morali ma bensì nella necessità di mantenere quel mezzo che possa permettere la sopravvivenza e, in questa ottica, la sua mancanza viene vista come retaggio naturale della povertà e l’accettazione di tale misera condizione porta il misero a chinare il suo capo al destino inevitabile. Qui sta la differenza con l’altra raccolta della “Vita dei campi” dove la miseria era solo una componente che non diveniva determinante ma rimaneva nel substrato e le stesse passioni primigenie, indipendenti dalla stessa miseria, guidavano gli stessi personaggi e contribuivano a creare il loro destino. Negli stessi Malavoglia Alfio Mosca, seconda questa logica, non spingerebbe mai la donna che ama a procurarsi la dote nel modo in cui se la procura Lucia. In Pane Nero i personaggi come eroi tragici vanno incontro a un destino che non possono con le loro azioni combattere e sono costretti a subire. Quindi, in maniera programmatica e predisposta, i personaggi sono proiettati nella lotta per la sopravvivenza che coordina e subordina tutti i loro pensieri e, persino, i desideri “d’altra natura”. Però, rispetto a novelle come la “Malaria” e la “Roba”, i personaggi non sono completi sin dall’inizio; dunque, non seguono la logica narrativa del Mastro Don Gesualdo. Come accade solitamente nelle prime pagine e in altri esempi in Malaria e la Roba la famiglia viene presentata alla morte del padre: Santo con ''<<moglie e figliuoli sulle braccia >>'' e dunque, sin da subito, in un vicolo cieco; Lucia ''<<senza dote, su di una strada >>''<ref>''Ibidem''</ref> e che per procurarsela dovrà contravvenire ai suoi precetti morali; Carmenio che andrà a fare il pastore, colpito poi dalla malaria e la madre che passerà di fratello in fratello per il suo mantenimento in vecchiaia e in malattia. L’ultimo fratello sarà proprio Carmenio che sperimenterà la solitudine e l’abbandono facendo compagnia alla madre morente. Questa solitaria attesa costituita da aspettativa e terrore è vaticinata dalla descrizione dell’ambiente del villaggio e delle sue vicinanze, presentati anche essi in un certo isolamento. Gli stessi suoi abitanti sono fissati in una certa tragicità come le donne che sul poggio, ''<<nere contro l’orizzonte pallido >>'' pregano e fanno gli scongiuri. In più la sua richiesta d’aiuto viene confusa dal lontano ascoltatore per qualcosa che riguarda le pecore. Egli, perciò, sente la sua impotenza e il peso della solitudine. In questo momento ritorna il tema della memoria e cioè quando lo stesso Carmenio ricorda delle storie sulle streghe che montano a cavallo delle scope e assorbe il ricordo proiettandolo in un cieco bisogno di evasione. Lo stesso zufolo che aveva nella tasca ricoprirà il ruolo di trascinatore protettivo nei momenti più belli della sua vita e cioè quando in un passato momento bucolico ascoltava le sue note che si inserivano nel concerto dei rumori naturali che lo circondavano. Tuttavia, come Santo e Nena, anche lui infine uscirà dall’idillio del ricordo constatando la sofferenza di sua madre e la sua incapacità nel poter fare nulla. Nonostante ciò, egli rimane ancorato a delle immagini seppur spaventose come il giubbone che in un angolo sembra che si gonfia o il diavolo del San Michele Arcangelo che digrigna i denti. Nella novella “Il pane nero” l’ideale dell’ostrica si estremizza ancora di più proprio perché non c’è altro che accettare il proprio stato con tutte le possibili conseguenze, anche se ciò dovesse significare la morte come per compare Nanni che decide liberamente di lavorare alla mezzeria della Lamia dove lascerà la pelle e questo è dato dalla frase ''<<Quasi fossi un barone, che può fare quello che gli pare e piace !>>''<ref>''Ibidem''</ref>. Secondo quest’ultima frase, ancora di più incide nella lettura il fatto che il sentimento e l’umanità in generale vengono ignorati nel momento in cui il povero si debba confrontare con la povertà e la stessa evasione nel ricordo o l’essere empatici diventano un privilegio delle persone che non devono soddisfare le preoccupazioni più elementari. È molto evidente quando la Rossa prima si scandalizza del comportamento di Lucia con Don Venerando ma, appena ha constatato i risultati- i gioielli e il denaro e nello stesso tempo i progetti di matrimonio di Brasi- subito dopo approva. Perciò, il bisogno elementare che impedisce l’espansione dei sentimenti non mostra un’origine polemica, ma è insito dentro il mondo che vi si va rappresentando. In misura maggiore constatiamo una differenza tra i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni dove il percorso dei protagonisti è condotto dalla Provvidenza e, al contrario, nella novella Santo cerca in un primo momento di affidarsi alla giustizia divina per quanto riguarda il rapporto con la Rossa per poi vedere frantumata questa certezza e, l’idillio che si era immaginato prima del matrimonio ora viene sostituto dalla realtà sorretta dalla logica della miseria e della sopravvivenza. Di fatti Santo. che prima guardava con tenerezza la ragazza, è oggi curvo sotto il peso di preoccupazioni schiaccianti e lei stessa viene paragonata a una giumenta per come porta i piccoli al campo, perdendo ogni tratto di femminilità. Dunque, possiamo vedere come la visione di verga sia altamente pessimistica e ciò lo pone nella condizione di andare oltre le incrostazioni romantiche fino a vedere nude le radici della vita stessa, prendendo sempre come modello e punto di partenza le teorie veristiche.
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