Pane nero

Novelle rusticane: Pane nero
È una novella che è stata pubblicata per la prima volta in un piccolo volume nel 1882, per poi venire inglobata nel raccolta delle Novelle Rusticane nel 1883 edite dalla Tipografia-Editrice di Francesco Casanova.
Trama
[edit]La scena iniziale si apre con la morte per malaria del compare Nanni che era il capofamiglia e marito della madre anziana di Santo e Carmenio ma che era per Lucia matrigna, i quali ora non sapevano come mantenerla. Con la morte di compare Nanni abbiamo una divisione familiare: Santo si sarebbe preso cura della madre, Carmenio, al contrario, avrebbe lavorato come pastore da un tale Vito che possedeva un terreno di pascolo al “Camemi” in territorio di Vizzini e mentre Lucia viveva insieme a Santo, ma per non stare insieme alla cognata, minacciava di diventare serva. La madre pensava che <<io vi mangio il pane a tradimento >>[1] e poteva solo ascoltare e masticare le sofferenze degli altri come le <<angustie di Santo, i piagnistei di sua moglie, il pensiero dell’altro figlio lontano >>[2]. Al suo decesso, quindi, lasciava Santo che aveva moglie, chiamata “la Nena” che aveva come tratto di distinzione i suoi capelli rossi, figlia di un camparo, ma senza dote che, però, nonostante questo difetto, per fare la corte a Santo stesso, conosciuti quando lavorava a Castelluccio, gli aveva regalato la berretta di seta nera che era stata votata a Santa Agrippina oppure gli offrì un pezzo di formaggio che era la sua fonte di sostentamento, e, Lucia, la quale anche lei rischiava di rimanere, invece, <<senza dote su di una strada >>[3] e Carmenio, il quale se avesse voluto sopravvivere, avrebbe dovuto cercare un padrone. Riguardo la Nena, che da nubile aiutava nei lavori agricoli come raccogliere le spighe e levare con le mani i sassi, il padre di Santo raccomandava a suo figlio di non prenderla in sposa perché non aveva nulla e, invece, gli suggeriva la vedova di massaro Mariano che, invece, era ricca ma zoppa e ,però, di certo non si accontentava di uno come Santo. Il padre si voleva opporre rinfacciandogli sempre il fatto che la ricchezza era molto poca e presto sarebbero arrivati i figli. Un incontro significativo che tuttavia sancì la prossima unione tra lui e la Nena fu a Santa Brigida quando Santo stesso la incontrò che stava raccogliendo degli asparagi. In quel momento ebbe l’occasione di baciarle la guancia e confortò poi il padre suo dicendogli che l’avrebbe sposata. Fu proprio la domenica che seguiva che si erano organizzati gli sponsali, cioè il fidanzamento ufficiale. Durante la cerimonia la madre aveva uscito dalla cassapanca il rotolo di filato che era riservato per la dote di Lucia e che, a causa di questo gesto, si indispose tanto. Purtroppo per la povertà economica, la Nena doveva lavorare pure in gravidanza e gli sforzi e le fatiche non bastavano a garantire di certo un buon raccolto ai due e di fronte, per esempio, al campo ingiallito per la secchezza inaugurata dal mese di Maggio, trovavano la ragione di tale situazione in un <<castigo di Dio >>[4]; di certo erano tutte conseguenze della povertà le litigate quando la Rossa gli chiedeva i soldi per la spesa o la lite iniziata se lei stessa si alzava tardi per la gravidanza e lei, per colpa di esse, spesso si prendeva le botte dal marito. Perché era così tanto preso dalle paure e dai problemi, lui voleva arrivare addirittura a farla abortire. Successivamente, però, nacque una bambina e ci fu una veloce riappacificazione. Tuttavia la situazione non migliorò affatto: La Rossa accusava la cognata, cioè Lucia, di non aiutarla nelle faccende di casa però, al contrario, lei si sentiva del tutto isolata e messa da parte come quando veniva invitata dal crocchio delle comari e lei rispondeva che non trovava alcuna utilità in ciò visto che non poteva sfoggiare il vestito di seta che non aveva. I rapporti si incrinarono tra la Rossa e Lucia quando lei spettegolò voci, sostenute dal marito, su come Pino il Tomo, colui che pescava le rane, fosse un fannullone e non un buon marito; di fatti pensavano che un buon partito fosse un contadino che <<se non ha roba almeno è fatto della stessa pasta tua >>[5]. Riguardo sempre Pino il Tomo, si scoprì successivamente che stava progettando un matrimonio con la vedova ricca del massaro Mariano, riempiendo così il ventre, però non riuscendo a rimuovere tutti i rimpianti che espose, successivamente, a Lucia <<è stato per amor del pane, vi giuro! >> [6]e come risposta Lucia stessa lo intimò di non mettere più piede davanti alla sua porta e la vedova “sciancata” aggiunse pure che se avesse continuato ad andarci, lo avrebbe cacciato <<nudo e affamato come l’aveva preso >>. Successivamente la stessa madre si ammalò di malaria e venne aiutata solo per riconoscenza; <<infatti ha lavorato anch’essa la sua parte, quand’era tempo >>. In più si ammalò, sempre di malaria, pure Carmenio al Camemi. A causa della febbre procurata dalla malattia, Carmenio, che era stato assunto precedentemente dal curatolo Vito, poiché lui credeva che, per questa buona azione e, così facendo, si sarebbe fatto vedere benevolmente dalla provvidenza, non riuscì a controllare a causa di un suo svenimento, le pecore che irruppero nello spazio del seminato del vicino Zio Cheli che, vedendo l’annata persa, voleva ora citare in giudizio il curatolo. Carmenio poi ritornò a casa e la madre gli suggerì di non dire a nessuno del motivo perché fu cacciata dal curatolo Vito, altrimenti nessuno l’avrebbe preso per garzone e anche che aveva contratto la malaria poiché questo dettaglio era compromettente. Don Venerando, vicino di casa della famiglia, poi lo assunse e gli fornì lui stesso le medicine contro la malaria, così che stesse attento alle sue pecore; inoltre propose alla famiglia di prendere anche Lucia come serva. Nella casa del padrone lei stessa poteva lavorare per la dote e anche provvedere per un buon partito, il quale era per lei Brasi <<lo sguattero che faceva la cucina >>, seguendo allora la logica per la quale così come il padrone don Venerando si era arricchito quando era al servizio del precedente, così Brasi poteva fare lo stesso. A Lucia spettavano i compiti meno duri <<perché veniva da una famiglia benestante caduta in bassa fortuna, e si sapeva che era onesta >> come lavare i piatti, scendere in cantina e governare il pollaio e si affezionò a questa vita tanto che la stessa <<voleva lasciarli soltanto dopo che era morta >>. Tuttavia lo stesso padrone stava prendendo confidenza con Lucia stessa e la stuzzicava con l’idea che lui potesse fargli la dote più velocemente di quel che poteva fare lei, sebbene lei resisteva alla sua idea, dicendogli che voleva pensarci lei in modo onesto. Il padrone stesso era un’altra persona quando di fronte alla moglie, la quale si pavoneggiava, la trattava malamente e la <<serva e cuoco si confidavano la loro “mala sorte” che nascevano di “gente rispettata” >>. Tra Brasi e Lucia nacque una certa confidenza. Di fatti le venne raccontata che lo stesso padre di Brasi era “carradore”, cioè artigiano di carri e suo figlio aveva la colpa di non aver seguito il suo mestiere, andando a vagabondare per le stesse fiere. Una sera, per lo stimolo del vino, Brasi e Lucia si erano baciati però al pensiero del matrimonio lui si allontanava e, a causa di questo, lei pensava che gli uomini fossero <<tutti bugiardi e traditori>>[7]. Così non vedendo più un senso del farsi la dote con le sue mani, ripensava all’offerta del padrone. Con il vederla con gli orecchini, Brasi si mostrava, al contrario, servizievole e premuroso e aveva il sogno che, appena arrivava a possedere 20 onze, apriva una piccola bettola e prendeva moglie. Nonostante ciò, Lucia si vergognava al tal punto da non andare alla messa di Pasqua e di Natale, però Brasi la consolava dicendole che era una fortuna il fatto che loro fossero capitati in quella situazione e che le calunnie fossero solo la manifestazione della invidia dei calunniatori. Invece, la Nena e Santo erano totalmente allibiti appena ebbero notizia dello stile di vita condotto da Lucia tanto che quest’ultimo desiderava che tutto questo fosse successo quando la madre non era più in vita. Di fatti lei, inferma, era accudita da Carmenio che aveva invece voglia di raggiungere il curatolo Decu, accettando molto di grado il suo invito di <<corri fino alla mandra dei fichidindia, lassù, che c’è gente >>. La madre, a causa della malattia, non poteva parlare ed era troppo spaventata; Carmenio cercò di chiamare aiuto dai monti ma la voce che udiva da lassù credeva che il problema fosse il rincorrere le pecore e, dunque, era solo in una notte con la neve. Infine erano arrivati Santo, la Nena con i bambini dietro e Lucia stessa che arrivò in gravidanza. Santo si lamentava che almeno non si facesse vedere con la pancia e lei, invece, che non aveva avuto modo di poterla accudire dato che ora aveva medico e speziale. La novella si conclude con la Rossa che afferma che la madre ora sta con Dio per pregare per loro peccatori e che è sicuro che Mastro Brasi sposerà Lucia.
Personaggi
[edit]I personaggi principali e secondari sono:
• Compare Nanni: è il capofamiglia e padre di Santo, Carmenio e Lucia. Muore nelle prime pagine per malaria per poi ritornare sporadicamente nella narrazione.
• La madre anziana: è madre rispettivamente di Santo e Carmenio ma matrigna di Lucia.
• Santo: è il figlio di Compare Nanni e moglie della Nena, cioè la “Rossa”.
• Nena: è la moglie di Santo.
• Lucia: sorella di Santo, compagna di Brasi e amante di Don Venerando presso cui lavorava come domestica.
• Carmenio: è prima pastore presso il curatolo Vito e poi presso don Venerando.
• Curatolo Vito: responsabile di una mandria presso Camemi, contrada di un feudo rurale nel territorio di Vizzini.
• Zio Chieli: possessore di un campo di raccolto.
• Brasi: cuoco nella villa di don Venerando.
• Don Venerando: ricco vicino di casa che adocchia Lucia.
• Pino il Tomo: venditore di rane.
• Moglie del massaro Mariano: ricca vedova e soprannominata “sciancata” perché è zoppa. Diventerà moglie successivamente di Pino il Tomo che, grazie a questo matrimonio, lavorerà come amministratore.
Tematiche
[edit]In questa novella come nelle altre della raccolta troviamo un incremento del pessimismo verghiano che aveva trovato principio in “Nedda” nel 1874 e che viene ispessito con l’aggiunta del tema della “roba” e che, in ultimo, sarà esplorato ed elaborato nelle “Rusticane” e sarà la forza motrice del Mastro-don Gesualdo. In questa prospettiva, la novella “Pane nero” può essere collocata al centro delle Novelle Rusticane, divenendo campo di prova per le sue tecniche narrative. È molto considerevole che, a differenza degli altri racconti verghiani, i quali si concentrano su uno o due personaggi, la novella si sviluppa intorno alla vicenda di un’intera famiglia, i quali membri vengono presentati già sotto il peso del loro umile ma schiacciante e inevitabile dramma quotidiano. Nonostante non siano illustrati seguendo una loro crescita, gli stessi non sono statuari ma vivi e vitali. Il titolo “Pane Nero” vuole definire la sostanza della narrazione e, quindi, il tema centrale che è la miseria, fissata ancora di più dalla frase emblematica detta da Santo negli ultimi paragrafi finali <<il guaio è che non siamo ricchi, per volerci sempre bene >> Più precisamente esso vuole riferirsi alla miseria che conduce l’affamato ad accettare ogni possibilità per allontanarsene, sebbene debba compromettere i propri principi morali come nel caso di Lucia che, dietro la spinta di Brasi, cede alle lusinghe di don Venerando allo scopo di procurarsi una dote così che un giorno lo stesso Brasi la sposerà solo quando l’avrà oppure lo stesso Pino il Tomo, che, nonostante l’amasse, deve sposare la sciancata perché solo così potrà assicurarsi il pane. I morsi della miseria colpiscono anche la condizione matrimoniale di Santo e Nena, la quale spensieratezza giovanile viene sostituita dal desiderio di sopravvivere, facendo il tutto possibile per allontanare la minaccia della fame. La problematica della “roba” in “Pane nero” viene affrontata non da chi l’ha, ma da chi non l’ha; il personaggio di Don Venerando si confronta con essa solo quando si parla di curarla. La miseria non si traduce nella resa delle privazioni fisiche e morali ma bensì nella necessità di mantenere quel mezzo che possa permettere la sopravvivenza e, in questa ottica, la sua mancanza viene vista come retaggio naturale della povertà e l’accettazione di tale misera condizione porta il misero a chinare il suo capo al destino inevitabile. Qui sta la differenza con l’altra raccolta della “Vita dei campi” dove la miseria era solo una componente che non diveniva determinante ma rimaneva nel substrato e le stesse passioni primigenie, indipendenti dalla stessa miseria, guidavano gli stessi personaggi e contribuivano a creare il loro destino. Negli stessi Malavoglia Alfio Mosca, seconda questa logica, non spingerebbe mai la donna che ama a procurarsi la dote nel modo in cui se la procura Lucia. In Pane Nero i personaggi come eroi tragici vanno incontro a un destino che non possono con le loro azioni combattere e sono costretti a subire. Quindi, in maniera programmatica e predisposta, i personaggi sono proiettati nella lotta per la sopravvivenza che coordina e subordina tutti i loro pensieri e, persino, i desideri “d’altra natura”. Però, rispetto a novelle come la “Malaria” e la “Roba”, i personaggi non sono completi sin dall’inizio; dunque, non seguono la logica narrativa del Mastro Don Gesualdo. Come accade solitamente nelle prime pagine e in altri esempi in Malaria e la Roba la famiglia viene presentata alla morte del padre: Santo con <<moglie e figliuoli sulle braccia >> e dunque, sin da subito, in un vicolo cieco; Lucia <<senza dote, su di una strada >>[8] e che per procurarsela dovrà contravvenire ai suoi precetti morali; Carmenio che andrà a fare il pastore, colpito poi dalla malaria e la madre che passerà di fratello in fratello per il suo mantenimento in vecchiaia e in malattia. L’ultimo fratello sarà proprio Carmenio che sperimenterà la solitudine e l’abbandono facendo compagnia alla madre morente. Questa solitaria attesa costituita da aspettativa e terrore è vaticinata dalla descrizione dell’ambiente del villaggio e delle sue vicinanze, presentati anche essi in un certo isolamento. Gli stessi suoi abitanti sono fissati in una certa tragicità come le donne che sul poggio, <<nere contro l’orizzonte pallido >> pregano e fanno gli scongiuri. In più la sua richiesta d’aiuto viene confusa dal lontano ascoltatore per qualcosa che riguarda le pecore. Egli, perciò, sente la sua impotenza e il peso della solitudine. In questo momento ritorna il tema della memoria e cioè quando lo stesso Carmenio ricorda delle storie sulle streghe che montano a cavallo delle scope e assorbe il ricordo proiettandolo in un cieco bisogno di evasione. Lo stesso zufolo che aveva nella tasca ricoprirà il ruolo di trascinatore protettivo nei momenti più belli della sua vita e cioè quando in un passato momento bucolico ascoltava le sue note che si inserivano nel concerto dei rumori naturali che lo circondavano. Tuttavia, come Santo e Nena, anche lui infine uscirà dall’idillio del ricordo constatando la sofferenza di sua madre e la sua incapacità nel poter fare nulla. Nonostante ciò, egli rimane ancorato a delle immagini seppur spaventose come il giubbone che in un angolo sembra che si gonfia o il diavolo del San Michele Arcangelo che digrigna i denti. Nella novella “Il pane nero” l’ideale dell’ostrica si estremizza ancora di più proprio perché non c’è altro che accettare il proprio stato con tutte le possibili conseguenze, anche se ciò dovesse significare la morte come per compare Nanni che decide liberamente di lavorare alla mezzeria della Lamia dove lascerà la pelle e questo è dato dalla frase <<Quasi fossi un barone, che può fare quello che gli pare e piace !>>[9]. Secondo quest’ultima frase, ancora di più incide nella lettura il fatto che il sentimento e l’umanità in generale vengono ignorati nel momento in cui il povero si debba confrontare con la povertà e la stessa evasione nel ricordo o l’essere empatici diventano un privilegio delle persone che non devono soddisfare le preoccupazioni più elementari. È molto evidente quando la Rossa prima si scandalizza del comportamento di Lucia con Don Venerando ma, appena ha constatato i risultati- i gioielli e il denaro e nello stesso tempo i progetti di matrimonio di Brasi- subito dopo approva. Perciò, il bisogno elementare che impedisce l’espansione dei sentimenti non mostra un’origine polemica, ma è insito dentro il mondo che vi si va rappresentando. In misura maggiore constatiamo una differenza tra i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni dove il percorso dei protagonisti è condotto dalla Provvidenza e, al contrario, nella novella Santo cerca in un primo momento di affidarsi alla giustizia divina per quanto riguarda il rapporto con la Rossa per poi vedere frantumata questa certezza e, l’idillio che si era immaginato prima del matrimonio ora viene sostituto dalla realtà sorretta dalla logica della miseria e della sopravvivenza. Di fatti Santo. che prima guardava con tenerezza la ragazza, è oggi curvo sotto il peso di preoccupazioni schiaccianti e lei stessa viene paragonata a una giumenta per come porta i piccoli al campo, perdendo ogni tratto di femminilità. Dunque, possiamo vedere come la visione di verga sia altamente pessimistica e ciò lo pone nella condizione di andare oltre le incrostazioni romantiche fino a vedere nude le radici della vita stessa, prendendo sempre come modello e punto di partenza le teorie veristiche.
Lessico e sintassi
[edit]Linguisticamente parlando, la novella viene costruita secondo una tecnica narrativa che si può chiamare musicale o variazionale. Infatti tale stile sembrare che essa ruoti unicamente intorno a un minimo denominatore che è la miseria, però, a un certo punto, si diversifica in diverse variazioni micro-tematiche che culminano sempre nella riaffermazione finale del tema centrale sopra ogni altro aspetto dell’esistenza umana. Questa rende una certa liricità in Verga. Inoltre, tale procedimento della variazione di un unico motivo diventa un principio costitutivo nel Mastro-don Gesualdo che si innesta nella sete del possesso che domina e conduce gli stessi personaggi. Riguardo, invece, il lessico la parola che diventa emblema della novella è proprio il termine “pane” che, dopo che si è rivelata nel titolo, ritorna in altri passaggi essenziali della novella come quando Santo si invaghisce di Nena e suo padre gli consiglia di non sposarla perché <<il pane è scarso >> oppure quando Santo si pente di non aver sposato, invece, la “sciancata” e confessa di <<essersi lasciato sfuggire il pan di bocca >>[10] oppure lo stesso Pino il Tomo che si giustifica per aver abbandonato Lucia <<per amore del pane >>[11]. Invece, lei stessa intende il termine “pane” in diverse accezioni, cioè non solo in un senso economico ma anche amoroso e il totale contrasto tra queste due sfumature semantiche si vede quando Brasi le fa la proposta di vita in comune senza matrimonio e lei risponde che <<non ne mangia di quel pane >>[12]. Un’altra parola che si ripete è proprio “seminato”. Infatti, nell’idillio di Santo e Nena il primo guardava il petto di lei che <<face l’onda al par del seminato >>[13] e tale parola in questo caso nella sua accezione è legata al sogno di una annata abbondante, di un benessere futuro e diventa una estensione della stessa parola "pane" proprio perché, in senso metaforico, il pane-nutrimento amoroso si amalgama nell’equivalenza seminato-sogno-abbondanza. Abbiamo altre occorrenze, per esempio, nella novella della Lupa dove la parola “seminato” è più associata alla forza istintiva della natura e nel caso di Mazzarò quando sente la morte che è vicina e fissa i campi che ondeggiano di spighe come un mare. In corrispondenza della storia di Santo e la Nena, troviamo un’altra espressione iconica che suggella, invece, il rapporto tra Pino il Tomo e Lucia e cioè “pesci-cantanti” che viene interiorizzata da Lucia assieme alle canzoni del suo amato, sebbene qui la rottura del loro idillio sia profetizzata dalla frase dei spettatori-attori <<come se i poveretti di quelle straduccie potessero comperare dei pesci-cantanti >>[14] e preannuncia la sorte di Pino il Tomo per la quale lui andrà a sposare la “sciancata”. Per quanto riguarda la sintassi, essa è prevalentemente paratattica, con frasi ellittiche e spezzate e l’imperfetto e in generale i tempi storici che scandiscono la trama narrativa. Per quanto riguarda la struttura narrativa, essa è costituta dalla inserzione immediata di scene retrospettive che completano le figure dei personaggi e ne creano anzi la storie interiori; per esempio: nella prima pagina vi sono i fratelli che litigano perché nessuno vuole pagare la spesa del funerale del padre e poi vi è compare Nanni ancora vivo che raccomanda al medico di non scrivere la ricetta troppo lunga oppure quando è già entrata nella narrazione la Nena deve fare un passo indietro per parlare della storia dell’innamoramento tra lei e Santo e, successivamente, le loro nozze. Malgrado l’utilizzo della stessa tecnica da parte di altri autori, lui la sfrutta non per spiegare il presente ma facendo vedere come queste stesse scene retrospettive provengano dall’animo del personaggio che le rivive nella memoria come anche lo stesso Santo che rivive nel ricordo suo la vicenda del suo innamoramento per Nena e tale rimuginare attuale e contemporaneo non tanto è rivolto allo stesso personaggio ma anche allo spettatore e al lettore come succede nei pezzi puramente lirici o musicali. Così Verga fa parlare gli stessi suoi personaggi, facendo loro rivelare segreti e confessioni. In questo senso è necessaria la mancanza di spiegazioni. Questo suo procedere si basa sulla sua aderenza al “semplice fatto umano” e alla “narrazione popolare”, di cui parlò nella nota lettera a Salvatore Farina. Tale peculiarità emergono nel racconto popolare che si scorge un apparente disordine logico. Altre parole come la <<coda del drago >>[15] che si connette al passaggio di una civetta, <<malanotte>>[16] o le inflessioni regionali come << i loro uomini anch’essi>>[17] appaiono negli ultimi paragrafi della novella e qualificano i dati folcloristici che rappresentano le elementari superstizioni e primordiali paure. Per quanto riguarda il ritmo stesso della novella e, soprattutto gli ultimi suoi paragrafi, con l’omissione dei legamenti logici, esso segue i movimenti del coro popolare, sostenuto dalla narrazione impersonale e il rimuginare dei personaggi, dispiegandosi, infine, in una letterale cantilena. Sempre negli ultimi paragrafi che illustrano la solitudine di Carmenio ritroviamo la <<nepitella e ramerino >>[18] che vengono posti sempre in un’aurea di benessere, di “festa” seppure i momenti sono diversi: nell’episodio di Carmenio e della sua solitudine vengono invocati sempre nello scopo del ricordo assieme alle usanze contadine e ai dati paesistici. Inoltre la presenza di tanti elementi come i racconti delle streghe, l’abitino della Madonna, lo zufolo definisce il carattere pre-impressionistico della prosa verghiana. Troviamo, come è stato annunciato prima, la presenza del coro pseudo-reale nascosto negli interstizi del racconto <<L’è che è una bella cosa quando si può piangere i morti senza pensare ad altro!>>[19]. Questo enunciato fa capire come gli stessi poveri, incalzati dalla fame, non possono dedicare nemmeno un istante al dolore provocato dalla scomparsa d’una persona cara. Tuttavia, la vita, seppur spiazzata dalla miseria, e così anche la narrazione non deve essere considerata ferma, arida e quindi morta. Di fatti, è sempre in movimento proprio perché i desideri e le passioni coprono e trovano un certo sviluppo, sebbene devono riconoscere il dominio della sopravvivenza fisica. Infine possiamo constatare come il linguaggio verghiano sia composto da parole dotte, popolari e dialettali come “arrabbiata” in accezione sessuale, detto da Nena a Lucia, che diventano necessarie a estrinsecare l’animo dei personaggi. Nella stessa novella si trovano inflessioni, toni, moduli ritmici e parole isolate e composte come la stessa <<Malanotte>>. Dal dialetto siciliano provengono il continuo uso del pronome <<esso-essa>> e anche l’uso errato dell’articolo. Invece da quello toscano troviamo il “gli” femminile toscano e anche il più grammaticale “le”. Troviamo, infine, il pronome pleonastico “E’”. Finiamo questa trattazione ricordando ancora una volta come il lessico e la sintassi hanno una finalità di rappresentazione del sentimento umano degli stessi personaggi.
Testimoni, autografi e a stampa
[edit]La prima comparsa della novella nel mercato e nel mondo della letteratura avvenne tramite l’editore Niccolò Giannotta nel 1882. Egli presentò il testo dell’edizione princeps della novella in un volume autonomo. Esiste una seconda edizione, come è stato anticipato soprastante, per mezzo dell’editore Francesco Casanova nel 1883 nella quale essa venne inglobata stabilmente nel corpus delle altre Novelle Rusticane di Verga. Questi due testimoni rappresentano, per la critica filologica, lo stato originario e primigenio del testo. secondo la prima volontà dell’autore (successivamente Verga curerà l’ultima edizione prima della sua morte, cioè quella del 1920). Nel 2016 venne redatta un’edizione critica moderna, cioè quella del filologo Giorgio Forni, la quale è provvista di un apparato critico che studia il manoscritto e il testo a stampa con note critiche e bibliografiche, e venne conglobata nell’Edizione Nazionale insieme alle altre opere dello stesso Giovanni Verga. Riguardo precisamente il testimone autografo della novella, è conservato, insieme agli altri racconti, all’interno della Fondazione Verga e della BRUC (Biblioteca regionale universitaria di Catania). In conclusione, abbiamo delle edizioni scolastiche e antologizzate per lo scopo didattico della novella “Il Pane Nero” come quella del quotidiano “Il Sole 24 Ore”, cioè “I libri della Domenica. Racconti d’autore", dove compare sia essa sia altre novelle selezionate provenienti dalle Novelle Rusticane e, quella della casa editrice Feltrinelli con la collana Zoom Flash dove compare pubblicata la novella come e-book autonomo.
Sitografia
[edit]Giovanni Cecchetti, "Pane nero" di Giovanni Verga, Belfagor, Vol. 17, No. 2 (31 MARZO 1962), pp. 129-152 (24 pages), in https://www.jstor.org/stable/26106067?read-now=1&seq=19#page_scan_tab_contents, ultima visione (25/12/2025, 19:50). “La vicenda redazionale delle Novelle Rusticane. Un quadro di risultati conseguiti” di Giorgio Forni on JSTOR annali 23.pdf, Fondazione Verga, in https://www.fondazioneverga.it/wp-content/uploads/2025/07/Annali-n.s.-11.pdf, ultima visione (25/12/2025, 19:50). Verga G. Pane Nero Niccolò Giannotta, Editore Catania 1882 Fondazione Verga, in https://www.fondazioneverga.it/wp-content/uploads/2018/04/Verga-G.-Pane-nero.pdf, ultima visione (03/01/2026, 16:23). Verga, G. Pane nero. Catania: Niccolò Giannotta, 1882. Disponibile su: https://catalog.hathitrust.org/Record/008965520 ultima visione (07/01/2026 14:30)
Verga, G. Novelle rusticane. Torino: F. Casanova, 1883. Disponibile su: https://books.google.com/books/about/Novelle_rusticane.html?id=1AkJAAAAQAAJ ultima visione (07/01/2026 14:50)
Forni, G. (a cura di). Novelle rusticane. Edizione Nazionale delle opere di Giovanni Verga. Interlinea / Fondazione Verga, 2016. Disponibile su: https://www.interlinea.com/scheda-libro/giovanni-verga/novelle-rusticane-9788882129705-434299.html ultima visione (07/01/2026, 15:21)
Interlinea / Mediabiblos. Edizione Nazionale delle opere di Giovanni Verga – presentazione e piano editoriale. Novembre 2023. Disponibile su: https://interlinea.mediabiblos.it/news/allegati/Sedicesimo%20piano%20editoriale%20Verga%20novembre%202023.pdf ultima visione (07/01/2026 15:40)
Verga, G. Pane nero e altre novelle rusticane. Milano: Il Sole 24 Ore, collana I libri della Domenica. Racconti d’autore, n. 38, 2016. Scheda disponibile su LaFeltrinelli.it: https://www.lafeltrinelli.it/pane-nero-altre-novelle-rusticane-libri-vintage-giovanni-verga/e/2570040304225 ultima visione (07/01/2026 16:00)
Verga, Giovanni. Pane nero. Milano: Giangiacomo Feltrinelli Editore, collana ZOOM Flash, 17 dicembre 2013. ISBN 9788858851982. Scheda disponibile su Feltrinelli Editore: https://www.feltrinellieditore.it/opera/pane-nero/ ultima visione (07/01/2026 16:30)