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Novelle rusticane: Malaria, Gli orfani, La roba

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Editio princeps del 1883, edita da F. Casanova e illustrata da Alfredo Montalti.

Novelle rusticane è una raccolta di dodici novelle dello scrittore siciliano Giovanni Verga, edita per la prima volta nel 1883 dall’editore F. Casanova di Torino.

Storia editoriale

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La maggior parte delle novelle fu dapprima pubblicata separatamente su riviste e giornali tra il 1880 e il 1882. Una volta consegnata all’editore Treves la seconda parte de I Malavoglia nel settembre del 1880, Verga visse giorni di ristrettezza economica, che gli fecero accettare la proposta di collaborazione con la «Rassegna settimanale», rivista fondata da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Il 24 dicembre del 1880 venne pubblicata per la stessa la novella La roba.[1]

Le tre novelle La roba, Cos’è il re e Storia dell’asino di S. Giuseppe venivano offerte a Emilio Treves il 10 aprile 1881 e dovevano rappresentare – per come Verga le aveva pensate – un’integrazione alla precedente raccolta Vita dei Campi, in vista di una seconda edizione. Lo stesso 10 aprile, Verga ricevette la risposta dell’editore: «Non c’è più tempo. E se anche ci fosse, non accetterei per amor vostro. Le tre novelle che mi proponete faranno parte quando che sia di qualche altro volume e qui sarebbero sacrificate. Si può sacrificare la roba mediocre come Il come, non le cose buone. L’opinione del pubblico e della critica s’è fatta sulla prima edizione; quel Come nessuno lo guarderà e basta ad ingrossare il volume» [2]. Cominciava dunque la stesura della nuova raccolta e, neanche otto giorni dopo, il 18 aprile annunciava a Treves una riscrittura del Marito di Elena. Il passaggio successivo fu rappresentato da Malaria, novella apparsa sulla «Rassegna settimanale» del 14 agosto 1881. L’obiettivo di Verga era stavolta quello di misurarsi con Émile Zola, scrivendo una novella che avesse radici nella propria giovinezza latitante nelle campagne catanesi desertiche per sfuggire al colera. Successivamente, su consiglio di Federigo Verdinois, il 23 settembre nasceva Gli orfani. Un anno dopo, entrambe le novelle furono allungate di una decina di righe su richiesta dell’editore Casanova, in vista di una pubblicazione definitiva il 1° ottobre.

L’edizione princeps del 1883 per l’editore F. Casanova di Torino fu illustrata da Alfredo Montalti. L’ultima volontà dell’autore la ritroviamo nell’edizione definitiva del 1920, edita per la Società Anonima Editrice «La Voce» di Roma. In questa edizione, l’autore si preoccupò di mettere in atto una normalizzazione grammaticale e linearizzazione della sintassi, nonché un passaggio stilistico dal tono marcatamente grottesco già utilizzato nel 1883 a uno più tragico e meno ambiguo, allineando l’opera alla poetica del romanzo Mastro Don Gesualdo (1889, Treves).

Origini e antecedenti del genere rusticale

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Novelle rusticane si pone, nella poetica dell’autore, come un superamento del Ciclo dei Vinti e della raccolta Vita dei campi: i protagonisti delle novelle non appartengono più ai ceti subalterni della Sicilia rurale, ma alla piccola borghesia di provincia. Verga si concentra dunque sull’espandere il proprio campo di ricerca dai valori rurali e arcaici tipici delle prime raccolte alla dissoluzione degli stessi, soppiantati da ciò che il critico letterario Luigi Russo definì la «religione della Roba»[3]. Nello specifico, è possibile individuare nella novella La roba «il momento generativo delle novelle rusticane», poiché l’ascesa borghese di Mazzarò consente di mostrare attraverso lo stesso personaggio lo sgretolarsi dei valori che caratterizzano la sopravvivenza degli umili nel panorama rurale siciliano nel passaggio immediatamente successivo della lotta per il possesso.[4]

Negli anni milanesi, Giovanni Verga sviluppa progressivamente il cosiddetto "genere rusticale", orientato alla rappresentazione della società contadina siciliana. Tale svolta deriva dall’incontro con il realismo europeo e dalla sperimentazione di nuove tecniche narrative, come la focalizzazione interna sui personaggi popolari e il ricorso al discorso indiretto libero. Una tappa fondamentale è la raccolta Vita dei campi (1880), in cui Verga introduce i nuclei essenziali del verismo: la centralità della lotta per la sopravvivenza, la dimensione comunitaria del racconto e la riduzione dell’intervento autoriale. Con Novelle rusticane (1883), questi elementi vengono accentuati nella direzione di una visione più economica e sociale della vita rurale: la famiglia si trasforma in spazio di difesa degli interessi e dei beni e le dinamiche collettive assumono un ruolo primario rispetto ai destini individuali. La critica ha sottolineato come nelle Rusticane emerga una prospettiva più aspra e disincantata rispetto a Vita dei campi: la comunità popolare non è più osservata attraverso il richiamo ai valori tradizionali, ma come sistema regolato da necessità materiali e da rapporti di forza. Questa evoluzione narrativa coincide con un processo di spoliazione stilistica: Verga elimina progressivamente regionalismi marcati, snellisce le strutture sintattiche e rafforza l’identificazione con il punto di vista dei personaggi, raggiungendo il grado massimo di impersonalità. Novelle rusticane rappresenta quindi l’esito compiuto della fase verista: un modello narrativo corale, deterministico e privo di idealizzazioni, considerato dalla critica come il momento di piena maturità della poetica verghiana.

Malaria

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Malaria comincia con una lunga descrizione paesaggistica, da cui si coglie la solitudine delle strade desertiche, intrappolate tra disperazione e speranza, dove sembra di poter «toccare con mano» il morbo che appesta la terra e che è sul volto di ogni abitante. Come una maledizione dalla quale non si può sfuggire, la malaria entra nel corpo degli uomini mediante il pane che mangiano e l’aria che respirano e li blocca davanti agli usci delle loro case e li abbandona morti sui campi che lavorano, com’è successo al camparo di Valsavoia, massaro Croce chiamato il Rospo per la sua rozzezza e per i suoi occhi febbricitanti. Carmine, l’oste del lago, aveva perso i suoi cinque figli a causa della febbre, rimpiangendo soprattutto i maschi, per cui cercava di pescare dei buoni cefali e delle buone anguille ogni mattina, affinché si nutrissero adeguatamente. Il resto del pescato veniva dato a Nanni il carrettiere per andare a venderlo in città. Nanni, per consolare Carmine, diceva che il lago dava e ripigliava: dava abbondanza che riempiva le tavole a Natale, ma la pretendeva indietro.

La malaria, però, non colpisce tutti e alcuni, come Cirino lo scimunito, la combattono. Cirino lo scimunito non solo non aveva padrone, ma neanche la malaria riuscì a fargli da padrone: a un certo punto neppure lei sapeva più che prenderne dopo «avergli mangiato il cervello, la polpa delle gambe e dopo avergli gonfiato la pancia». Cirino lo scimunito inseguiva la gente gridando e loro, di risposta, gli lanciavano due centesimi, che servivano a pagare il riparo sotto la tettoia in cui l’oste lo accoglieva. La ferrovia, una volta inaugurata, divenne la nuova attrazione di Cirino, che stavolta gridava inseguendo il treno. L’oste, invece, aveva la nomina «Ammazzamogli», perché aveva già visto morire quattro mogli, tutte per colpa della malaria. La moglie era necessaria per tenere su l’osteria, visto che i clienti si erano allontanati per carenza di presenza femminile. L’unico cliente era compare Mommu, il cantoniere della ferrovia, che non parlava mai. «Ammazzamogli» odiava solo due cose: la ferrovia che gli toglieva i clienti e la malaria che gli toglieva le mogli. La ferrovia diventa, tuttavia, quasi il contrario del suddetto lago: la ferrovia toglie e la ferrovia dà. Infatti, quando «Ammazzamogli» non poté più pagare l’affitto, fu cacciato dopo 57 anni, ma trovò impiego nella ferrovia per tenere la bandiera quando passava il treno, osservando quel piccolo concentrato di città al suo interno e pensando che per i passeggeri lì dentro la malaria non esisteva.


Gli orfani

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Gli orfani è una novella di Giovanni Verga contenuta nelle Novelle rusticane. La storia è ambientata in un contesto rurale siciliano e si apre con una bambina orfana, la quale viene affidata alle comari del paese mentre la sua matrigna, Nunzia, sta morendo. Le donne si occupano di lei e allo stesso tempo discutono delle condizioni della madre e delle difficoltà economiche della famiglia.

Alla morte della matrigna, il padre della bambina, compare Meno, manifesta grande dolore per la perdita e per il venir meno del sostegno domestico che Nunzia garantiva. Le comari lo invitano subito a pensare a un nuovo matrimonio, ritenuto necessario per la cura della casa e della piccola. Tra le possibili soluzioni viene suggerita la cugina Alfia, la quale porterebbe in dote un pezzo di vigna.

Parallelamente, un’altra vicina, Angela, sta affrontando la morte del proprio asino, indispensabile per il lavoro e per il sostentamento. L’animale, disteso nel cortile, è assistito dalla padrona e dallo stesso compare Meno, che ne osservano gli ultimi spasmi e la crescente sofferenza. Quando l’asino muore, le donne del paese mettono a confronto le due sventure familiari e sottolineano come entrambe mettano a rischio la sopravvivenza domestica.

Nella parte conclusiva della novella, la scena dell’asino morente prosegue come momento centrale della narrazione: compare Meno e la vicina rimangono seduti a osservare l’animale che si irrigidisce e smette lentamente di muoversi, mentre le comari si riuniscono per discutere del da farsi. Le donne continuano a insistere sull’urgenza che l’uomo si risposi, considerando il matrimonio non solo una soluzione affettiva, ma una necessità economica e sociale per garantire un futuro alla bambina. Nonostante fosse ancora scosso dal lutto, compare Meno inizia a valutare questa possibilità come unica alternativa per ristabilire un equilibrio domestico.

La roba

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La settima novella di Novelle Rusticane si concentra sulla figura di Mazzarò, self-made man che è stato capace di arricchirsi grazie alla propria intelligenza, diventando proprietario delle terre presso cui aveva in principio lavorato come bracciante.

Il racconto si apre con una descrizione che permette di comprendere quanto siano estesi i possedimenti di Mazzarò, divenuto il più grande proprietario terriero della zona. Il viandante che si ritrova ad attraversare la piana di Catania, ogniqualvolta che si informi sui terreni coltivati e le masserie che vede lungo il proprio percorso, si sente rispondere dal lettighiere che tutto è di proprietà di Mazzarò, al punto tale da far pensare che a Mazzarò appartenesse anche il sole, e che lui fosse esteso quanto la terra stessa, come sottolinea lo stesso autore per spiegare l’onnipresenza di Mazzarò sul territorio: «Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia».

Mazzarò è infatti riuscito ad arricchirsi grazie alla propria intelligenza, alla sua «testa come un brillante», sapendo sfruttare l’ingenuità e la trascuratezza amministrativa del barone per cui prima lavorava. Chi gli tirava calci e lo deriva quand’era bracciante, si ritrova adesso a chiamarlo eccellenza e a portargli un profondo rispetto.

Mazzarò ci viene descritto come un uomo dall’aspetto insignificante, il quale, pur essendosi arricchito, continua a vivere come un povero, mangiando solo pane e cipolla, privo di vizi. Per Mazzarò, anche i legami più sacri non hanno più valore, al punto che ricorda con dolore la morte della madre, ma soltanto per il costo delle esequie. Mazzarò sacrifica tutto per l’accumulo della Roba, che non percepisce come un mezzo per poter migliorare il proprio tenore di vita, ma come il fine ultimo della propria esistenza, giungendo alla tragica conclusione.

Ormai vecchio e roso dall’invidia nei confronti dell’altrui giovinezza e, soprattutto, angosciato dalla consapevolezza di dover, morendo, abbandonare tutta la roba al quale accumulo aveva dedicato la propria esistenza, è quando gli si fa notare di dover smettere di pensare ai propri possedimenti per concentrarsi sulla propria anima, che Mazzarò esce di senno. Mazzarò, reso folle dalla disperazione, esce barcollando in cortile e con un bastone ammazza le sue anatre e i suoi tacchini, strillando loro l’emblematica battuta: «Roba mia, vietene con me!».

Critica

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Pubblicata dall’editore Casanova nel 1883, la raccolta di Novelle rusticane segna l’ultimo periodo milanese di Verga, prima del ritorno a Catania a causa di una crisi psicologica dovuta alle ristrettezze economiche. La raccolta – e quasi l’intera produzione verghiana – porta ancora i segni del periodo fiorentino, al fianco di Luigi Capuana (e proseguito a Milano al salotto Maffei al fianco di Arrigo Boito, Emilio Praga ed Emilio Treves), trascorso a disquisire di naturalismo e verismo, sulla scorta di Balzac, Flaubert e Zola (che, sostiene Cameroni, Verga supererà per lo «scrupoloso oggettivismo del racconto»), sulla scorta di un’onda nuova e di un nuovo secolo che si affaccia e che porta aria di progresso e innovazione. Era debitore ai colleghi francesi di un nuovo modo di vedere il mondo, di analizzarlo e determinarlo, attraverso il canone dell’impersonalità, già sperimentata nella precedente raccolta Vita dei campi: il narratore onnisciente scompare, racconta per bocca e occhi dei personaggi. Se le tecniche narrative avevano radice nel naturalismo francese, i personaggi la trovano invece nei romanzi manzoniani, più precisamente nell’atteggiamento di rassegnazione degli umili di fronte all’ingiustizia.[5] È importante dunque guardare «attraverso le fessure», perché così facendo si ha la possibilità di smascherare la faccia “pulita” della borghesia e di mostrare che quei personaggi, in realtà, non sono tanto diversi dal popolo, come il caso di Mastro-don Gesualdo e – basandoci solo sulla sua ricchezza – Mazzarò.[6]

Mazzarò si presenta quindi come fratello del Mastro, in un tempo in cui «si degradano i vincoli tradizionali nel passaggio dal mondo umile e arcaico della sopravvivenza al gradino poco più elevato della lotta per il possesso» [7], di conseguenza perdono valore la famiglia, la religione, la giustizia, l’ordine sociale, la vecchiaia. Dice Pellini «La strategia figurale del testo, fra iperboli e sublimazioni metaforiche, induce un sentimento di inquietante ammirazione nei confronti di un protagonista che si è fatto da sé; mostrandone al contempo, con movenza balzachiana, la totale reificazione: come l’avaro della Commedia umana, (Mazzarò) si è trasformato, anche fisicamente, in uomo-roba, del tutto alienato e privo di qualsiasi desiderio che non sia quello di nuove terre da acquistare» [8]. La terra diventa dunque una divinità da venerare a tal punto da annullare non solo se stessi, ma anche la propria bontà o compassione.

La stessa morale appartiene anche all’oste «Ammazzamogli» di Malaria. Egli detesta la ferrovia che gli sottrae i clienti, ma finirà per lavorarci, dopo averla osservata con simpatia per interessi economici. «Ammazzamogli», che porta con sé la sfortuna di veder morire di malaria ogni donna che prende in moglie (da qui il soprannome, indice di un sottilissimo umorismo di matrice verghiana), è testimone dell’egoismo che Verga vuole mettere in luce: all’«Ammazzamogli» non interessa della malaria che ha causato morti e cambiamenti drastici a tutta la Piana, perché a lui interessa solo della sua condizione precaria (ecco perché poi rivaluta la ferrovia). Non c’è tempo per la compassione, né per la guarigione dalla perdita: è importante la resilienza, caratteristica insita nei catanesi. Come il consiglio che, ne Gli orfani – novella prettamente dialogica –, compare Meno dà a comare Angela «Ora che ci aspettate a fare scuoiare l’asino? Almeno pigliate i denari della pelle» [9], perché si pensa che il denaro possa limitare il danno e diventa più importante di qualsiasi compassione poiché permette il sostentamento.

La differenza con il romanzo di Zola sta nella centralità dell’ambientazione, la quale dovrà cedere i riflettori all’uomo, finendo in secondo piano. Nelle suddette novelle, il paesaggio occupa comunque una posizione di rilievo, soprattutto in La roba e Malaria, dove la Piana di Catania è descritta nella prima novella come «romantica e malinconica» [10], nella seconda invece deserta e pericolosa. Entrambe rappresentano «rifunzionalizzazione del genere odeporico» [11], diffuso al tempo per descrivere luoghi colpiti da malattie endemiche. La terra di Malaria è «benedetta da Dio», perché nonostante muoiano uomini, donne e bambini, chi rimane cresce su forte e robusto, secondo la legge darwiniana della lotta per la vita.

Influenza culturale

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Esistono molte riscritture indipendenti delle opere di Giovanni Verga.

La maggior parte dei riadattamenti teatrali o cinematografici che si ispirano alla raccolta verghiana Novelle rusticane si concentrano sulla figura di Mazzarò, protagonista della novella La roba. Uno dei più recenti riadattamenti vede, in occasione del centenario della morte di Giovanni Verga nel 2023, la realizzazione della riduzione teatrale de La roba ad opera del regista Guglielmo Ferro, figlio del celebre attore e regista catanese Turi Ferro, con la drammaturgia di Micaela Miano e l’interpretazione, in alcune stagioni, di Enrico Guarneri nel ruolo del protagonista.

Il rapper italiano Caparezza, pseudonimo di Michele Salvemini, si è ispirato alla novella La roba per il brano Ninna Nanna di Mazzarò, contenuta nell'album Habemus Capa (2006).

Bibliografia

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  • Alfieri G. (a cura di), Verga, Roma, Salerno Editrice, 2016;
  • Pellini P. (a cura di Andrea Battistini), Verga. Profili di storia letteraria, Bologna, Il Mulino, 2013;
  • Pilato F., Mesiano L. (a cura di), Verga, Roma, Carocci, 2011;
  • Verga G. (a cura di Giorgio Forni), Novelle rusticane, Novara, Fondazione Verga - Interlinea, 2016.

Note

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  1. Giovanni Verga, Novelle Rusticane, a cura di Giorgio Forni, Novara, Fondazione Verga - Interlinea, 2016, p. XVI.
  2. Giovanni Verga, Novelle Rusticane, a cura di Giorgio Forni, Novara, Fondazione Verga - Interlinea, 2016, p. XXXIV.
  3. Pierluigi Pellini, Verga. Profili di storia letteraria, a cura di Andrea Battistini, Bologna, Il Mulino, 2013, p. 110.
  4. Giovanni Verga, Novelle Rusticane, a cura di Giorgio Forni, Novara, Fondazione Verga - Interlinea, 2016, p. XVI.
  5. Gabriella Alfieri, Verga, Roma, Salerno Editrice, 2016, p. 113.
  6. Giovanni Verga, Novelle Rusticane, a cura di Giorgio Forni, Novara, Fondazione Verga - Interlinea, 2016, p. XIII.
  7. Giovanni Verga, Novelle Rusticane, a cura di Giorgio Forni, Novara, Fondazione Verga - Interlinea, 2016, p. XVII.
  8. Pierluigi Pellini, Verga. Profili di storia letteraria, a cura di Andrea Battistini, Bologna, Il Mulino, 2013, p. 111-112.
  9. Giovanni Verga, Novelle Rusticane, a cura di Giorgio Forni, Novara, Fondazione Verga - Interlinea, 2016, p. 69.
  10. Giovanni Verga, Novelle Rusticane, a cura di Giorgio Forni, Novara, Fondazione Verga - Interlinea, 2016, p. XVI.
  11. Gabriella Alfieri, Verga, Roma, Salerno Editrice, 2016, p. 148.