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Novelle rusticane: L'asino di San Giuseppe, Pane Nero

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Editio princeps del 1883, edita da F. Casanova e illustrata da Alfredo Montalti.

Le Novelle rusticane: Storia dell'asino di S. Giuseppe, Pane nero

Nelle Novelle rusticane confluiscono 12 racconti composti da Giovanni Verga (Catania, 1840-1922, Catania) tra il 1881 e il 1883, anni cruciali della sua piena maturità artistica e della definizione del metodo verista successivamente alla pubblicazione della “Vita dei campi” nel 1880 che è un’altra raccolta di novelle e al romanzo nonché pietra miliare della letteratura italiana moderna “I Malavoglia” pubblicato nel 1881. La prima edizione organica della raccolta risale al 1883 presso l’editore Treves, dopo che molte novelle erano già apparse singolarmente su riviste e giornali, secondo una prassi editoriale che lo scrittore catanese utilizzò a lungo come banco di prova per il perfezionamento dello stile e l’ispessimento tematico. La raccolta rappresenta per Verga un momento di svolta: un laboratorio narrativo in cui l’autore mette a punto, con rigore quasi sperimentale, i principi del Verismo, portando alle estreme conseguenze la poetica dell’impersonalità e l’osservazione spietata dei meccanismi sociali che regolano la vita delle comunità rurali e borghesi siciliane. Nell’evoluzione del progetto verista di Giovanni Verga, le Novelle Rusticane si collocano come il secondo grande momento della sua produzione narrativa dopo la pubblicazione autonoma di alcune di esse e lo stesso Ciclo dei Vinti. Secondo la studiosa Sarah Zappulla Muscarà, le Novelle Rusticane si distinguono per la loro «sofferta, opprimente desolazione, percorse da un più cupo pessimismo, e nessun spiraglio di luce sembra illuminare i protagonisti di questa disperata tragedia del vivere»[1]. Tale giudizio coglie con precisione la cifra stilistica e tematica dell’opera che si configura come un affresco della Sicilia rurale di fine Ottocento, segnata da tensioni sociali, miseria diffusa e dalla lotta incessante per la sopravvivenza. La gestazione delle Novelle Rusticane e delle altre opere coeve provengono da un periodo di grande difficoltà economica e dal consequenziale disorientamento emotivo dell’autore stesso come testimonia l’epistolario delle “Lettere sparse”[2] dove racconta che il famoso editore Treves non poteva mantenergli la promessa del compenso di 2.000 lire alla fine del mese, per cui si è ritrovato <<senza denari>> e <<stanco e sfiduciato di tutto>>[3]. Tuttavia, nonostante questa situazione scevra di fiducia verso il futuro, Giovanni Verga ha trovato un appiglio nella “Rassegna settimanale” di Carlo Cecconi. Pertanto, nel 26 dicembre 1880 abbiamo l’uscita della “Roba” che formerà il nucleo delle Novelle Rusticane. Negli anni che seguiranno, le novelle saranno un campo di sperimentazioni preparatorie in vista dello stesso romanzo. Verga stesso lo riconoscerà dialogando con Francesco Torraca nell’estate del 1883 affermando: I miei bozzetti sono proprio gli schizzi e le prove con cui preparo alla mia maniera i quadri[4]. Sarà questo il “brodo primordiale” del Verga, autore del Mastro-Don Gesualdo. In aggiunta di quanto detto, gli “schizzi” che compongono le Novelle Rusticane si distinguono da quelli della “Vita dei campi” perché prendono come oggetti d’esame le categorie umane delle classi lavorative-sociali intermedie come proprietari terrieri, notabili di paese o borghesi arricchiti (in pratica il mondo borghese) che sono pur sempre fissati nei cicli inesorabili delle parvenze del loro essere in relazione al mondo sociale in cui sono collocati e resi attraverso un montaggio sperimentale e dissonante dei punti di vista contrapposti. In modo più preciso si potrebbe dire che quel che interessa a Verga nelle Novelle Rusticane <<non è più l’eroe della natura e il suo destino di disadattato e di sconfitto ma piuttosto l’intreccio discorde e ironico fra modernità e arretratezza, fra dominio e superstizione che relega i valori senza tempo dell’uomo al livello elementare e parodistico dell’animalità… l’occhio borghese, insieme utilitario e conformista (che) punta alla realtà inesorabile dei fatti economici, parteggiando sempre per chi riesce a imporsi nella moderna lotta per la vita; ma d’altro canto il mondo ridicolo e degradato dei “vinti” racchiude… un’autenticità di passioni primordiali preclusa al “ragionevole” dominio borghese sulle cose>>[5] . Così, per esempio, la “Storia dell’asino di San Giuseppe” avrà il ruolo di essere la satira del mondo nobile e arcaico. Inoltre, la critica ha individuato nelle Novelle Rusticane la novità della radicale presa di distanze dell’autore dalle figure e dai fatti che rappresenta; dunque, il suo obbiettivo di eclissarsi trova molto più spazio nelle Novelle Rusticane. Invece, in una maniera più specifica, in esse Verga elimina le residue note di una personale partecipazione psicologica nella scrittura, preferendo, al contrario, l’imparzialità e l’oggettività di un dettaglio icastico o di un gesto esteriore come “non si vergognava” o “non lo nascondeva che suo fratello l’aspettava col fanale in anticamera” nel “Reverendo”. Avremo poi un’altra edizione e operazione correttoria del 1920 che sovrappone istanze distinte ed eterogenee, ridefinendo la tecnica stessa del racconto. Alcuni studiosi come Luigi Russo spiegano questo rimaneggiamento del testo come la volontà di correggere quella che appariva a lui come irregolarità grammaticale mentre secondo altri lui stesso vuole sveltire il discorso, eliminando gli indugi della forma indiretta. Infine Luigi Russo aveva ristampato la prima edizione delle Rusticane presso Vallecchi nel 1924, sostenendo che andava preferita a quella del 1920, andando a trascurare le correzioni (come sciogliere il discorso indiretto in diretto, sopprimere i “che” parlati sicilianeggianti e ridimensionare i paragrafi) apportate dal Verga che, al contrario, dovevano essere considerate più per il notevole apporto stilistico che ai fini della narrazione. A dare la conferma di quanto detto vi è il fatto che mancano elementi che costituiscono l’interiorità di Carmenio, per esempio, lo zufolo, la notte di Natale sostituiti da un vago accenno al campanile del villaggio. Malgrado ciò, abbiamo altre correzioni che si riallacciano al dato folcloristico e che presentano un’altra trasformazione. Infatti le attività delle donne negli ultimi paragrafi della novella di “Pane Nero” che facevano gli scongiuri ora vengono assunte anche dagli uomini, sebbene questo pregare fosse rivolto esplicitamente alle comari. Il cambio di direzione in questo passo è evidente anche perché, originariamente, aveva detto lo stesso Verga che gli uomini si trovavano fuori dal villaggio. Un altro caso di questa peculiarità può interessare anche l’abitino della Madonna che non porta più il senso di protezione che acquista per Carmenio stesso. Queste correzioni sui dati folcloristici sono portati a un processo di esteriorizzazione o “sliricizzazione”, cioè la riduzione dei termini o degli stilemi lirici a favore dello stile impersonale. Tale situazione interessa pure la descrizione del campo di maggese di Zio Chieli che al confronto con la versione del 1882 quella del 1920 appare in quest’ultima come un commento superficiale.

Accenni editoriali

Le edizioni curate effettivamente dall’autore sono: una del 1883 pubblicata da Francesco Casanova con i disegni di Alfredo Montalti, un’altra edizione nel 1885 costellata di varianti minime per lo più interpuntive, e l’altra pubblicata dalla Società Anonima Editrice a Roma nel 1920. Per quanto riguarda i materiali d’autore, essi sono conservati dal 1978 nel Fondo Verga della Biblioteca Regionale Universitaria di Catania e una altra più ampia serie di autografi attestati dai microfilm fatti eseguire fra il 1957 e il 1967 dall’editore Arnoldo Mondadori e custoditi oggi nel Fondo Mondadori. Abbiamo anche una prima edizione di Nicolò Giannotta nel 1882 in volumetto della novella “Pane Nero” di Giovanni Verga, in cui si ha l’inserimento di tre ampi brani attestati anche da sette fogli autografi. Riguardo l’edizione della Società Anonima Editrice, era Massimo Bontempelli che proponeva di inserire un volume delle novelle in una nuova collana dell’Istituto editoriale italiano; contemporaneamente Verga si era già organizzato con Treves per una ripubblicazione. Tuttavia, il testo delle Rusticane non era più coperto dal diritto d’autore e venne, così, riprodotto in due edizioni economiche all’insaputa del Verga: l’edizione scadente di Sesto San Giovanni nel 1918 e poi nella modesta “Biblioteca Amena Quattrini”. Intorno al 3 febbraio 1920, in vista delle celebrazioni per l’ottantesimo compleanno dello scrittore, Giuseppe Prezzolini avanzò la proposta di effettuare una nuova edizione per la casa editrice “La Voce”. Il 9 febbraio Prezzolini inviava un modello di contratto e poi Verga avanzava un’analoga proposta di Luigi Russo. Questa nuova riedizione può spiegarsi con la volontà di recuperare i diritti d’autore persi, sebbene questa avventura letteraria picaresca non è stata che l’opportunità per Verga di condurre l’edizione con crescete entusiasmo e impegno. In questa atmosfera, ai primi di ottobre del 1920, uscirà il volume con il titolo di “Novelle rusticane Edizione definitiva riveduta e corretta dall’autore”. Possiamo dire che i materiali preparatori dell’edizione del 1920 documentano un lavoro correttorio serrato e sistematico e dunque non è solo una copia corretta in “anni lontani”. Per spiegare in modo preciso il percorso evolutivo, possiamo dire che Verga fa fare una copia a mano dell’edizione del 1883 e interviene con interventi in inchiostro rosso; successivamente fa riprodurre il manoscritto corretto di ciascuna novella in tre dattiloscritti identici, non controllandoli ma inviandone una copia al Prezzolini e tenendosi le altre due. Inoltre, la copia calligrafica dell’opera dell’edizione del 1883 aveva caratteri molto grandi e a righe ben spaziate. Alla fine del 1920 con il consenso del Verga e dietro versamento di 500 lire a “La Voce”, sette novelle della nuova edizione furono ristampate da Mario Puccini nella collana “I migliori novellieri del mondo” della Casa Editrice Urbis. Tuttavia, nonostante l’ampia campagna promozionale che annunciava “l’ultimo lavoro” del “Grande Maestro”, l’uscita del nuovo testo delle Rusticane è stata superata dagli eventi e dalle celebrazioni per l’ottantesimo compleanno dello scrittore, non destando particolare attenzione.

Il cantiere dell’opera

Verga, come Pirandello, in Novelle per un Anno, è un instancabile revisore di sé stesso: molte novelle esistono in più redazioni, spesso profondamente diverse, e l’autore interviene con tagli, riscritture e spostamenti di prospettiva per raggiungere quella “trasparenza” stilistica che è la cifra del Verismo. Il Verga compie una operazione correttoria già dal 1920. Di fatti, in essa troviamo anche delle puntualizzazioni legate a motivi storici come in “Libertà” nella quale il “fazzoletto a tre colori” viene sostituito da un “fazzoletto rosso” in seguito al clamore dei moti insurrezionali del 1919-20. Secondo il giudizio di Gian Paolo Marchi, la “varia lectio” è legata solo a una serie di reazioni mutevoli e occasionali o per conformarsi a un cupo “pessimismo integrale” o per sopprimere qualche asperità sintattica e metaforica più marcata. Infine, Giorgio Patrizi riconosce nelle tarde “Rusticane” un’opera autonoma concepita secondo un canone realista tradizionale. Andando oltre al giudizio dello studioso, “Le Rusticane” costituiscono un tassello fondamentale nell’intero percorso verista: non sono semplici racconti autonomi, ma veri e propri studi preparatori, nuclei narrativi che anticipano temi, dinamiche sociali e tensioni psicologiche in forma concentrata e potentissima che troveranno pieno sviluppo nei romanzi maggiori: la legge dell’interesse, la lotta per la sopravvivenza, l’illusione del riscatto sociale, la violenza latente nelle comunità rurali. Ogni novella è un frammento di un mondo chiuso, regolato da codici implacabili, dove la vita scorre secondo ritmi antichi e dove l’individuo è sempre subordinato alla comunità: contadini, massari, piccoli proprietari, donne segnate dalla fatica, uomini schiacciati dalla legge ferrea dell’interesse e dell’onore. Molti di questi personaggi, come accadrà poi per La Lupa o, approdando alla prospettiva romanzesca, Mastro‑don Gesualdo, maturano fino a diventare figure emblematiche del teatro narrativo verghiano. Sempre focalizzandoci sulle tematiche, il tema centrale è quello della “roba”, già presente in altre opere verghiane (si pensi al celebre Mastro- don Gesualdo), che assurge a simbolo della condizione esistenziale dei personaggi. La “roba” non è soltanto il possesso materiale di terre e denaro, ma diventa la misura del valore sociale e della possibilità di resistere agli imprevisti della natura e alle avversità della vita. In questo senso, Verga mette in scena la “legge del più forte”, secondo cui soltanto chi riesce ad accumulare beni può garantirsi una relativa sicurezza. Dunque, Le Novelle rusticane introducono una riflessione di carattere socio-economico, che si intreccia con la poetica verista: la rappresentazione impersonale e oggettiva della realtà, priva di idealizzazioni, restituisce un quadro crudo e realistico della Sicilia contadina. In modo inequivocabile, l’autore abbandona ogni prospettiva di riscatto o di progresso, insistendo invece sulla ciclicità della miseria e sulla condanna ineluttabile dei protagonisti, incapaci di emanciparsi da un destino segnato.

Lingua e stile

La lingua delle Novelle rusticane è uno dei risultati più alti della ricerca verghiana. Pur scritte in italiano, sono percorse da un fitto tessuto di dialettismi, toscanismi, modi di dire, inflessioni sintattiche che riproducono la voce collettiva della comunità siciliana. La tecnica dell’impersonalità — il famoso “coro” — raggiunge qui una delle sue espressioni più compiute: il narratore arretra, si mimetizza, lascia che siano i personaggi, o meglio l’ambiente stesso, a raccontare. Verga, quindi, adotta una lingua che si avvicina più al parlato popolare, con frequenti incursioni nel dialetto siciliano, ma sempre filtrata da un rigoroso controllo narrativo. Nonostante ciò, rimane sempre autentica la rappresentazione dei personaggi e delle loro vicende, accentuando il senso di fatalismo che permea l’opera. Infatti, per immergersi totalmente nell’universo verbale dei personaggi, Verga include dei veri e propri calchi dialettali come “paraspolo” da paraspolu che può significare “pezzo di terra quanta può seminare un contadino” nel “Reverendo” oppure “mostaccoli” da mustazzolu che significa “biscotto di pasta dolce” nel “Cos’è il re” oppure lavuraturi, cioè “zappatore” in Malaria. Al contrario di ciò, elimina i modi di dire troppo spiccatamente dialettali come ad esempio “dava impaccio” da dari impacciu e cioè “ostacolare il maneggio degli affari” dal (Il Reverendo). Le forme dialogiche, quindi risultano essenziali, spesso spezzate, e la narrazione procede per scorci, ellissi, improvvise accelerazioni. Il dramma non è mai psicologico, ma sociale: i protagonisti sono figure “vittime”, ingranaggi di un sistema immutabile, e la loro vicenda individuale è sempre inscritta in un destino collettivo. Le novelle si distinguono anche per la loro struttura asciutta, quasi scheletrica: nessuna concessione al patetico, nessuna morale esplicita, nessuna via d’uscita. Il mondo rusticano è un labirinto senza centro, regolato da leggi ferree che nessuno può infrangere senza pagarne il prezzo. In conclusione, le Novelle rusticane non sono soltanto un documento letterario, ma anche una testimonianza storica e antropologica: esse restituiscono la voce di una comunità segnata dalla povertà e dalla lotta per la sopravvivenza, offrendo al lettore moderno una chiave di lettura imprescindibile per comprendere la poetica verghiana e il contesto socio-culturale della Sicilia ottocentesca.

Elenco completo

Il Reverendo

Cos'è il re

Don Licciu papa

Il mistero

Malaria

Gli orfani

La roba

Storia dell'asino di S. Giuseppe

Pane nero

I galantuomini

Libertà

Di là del mare'

Bibliografia

G. Verga, Novelle rusticane, edizioni varie (Treves, 1883; Mondadori; Garzanti). G. Mazzacurati, Verga e le Rusticane, Einaudi. C. Muscetta, Verga, Laterza. Romano Luperini, Verga moderno, Palumbo. G. Barberi Squarotti, La narrativa verghiana, Mursia.

Sitografia

Eleonora Daniel, Le "Novelle rusticane" di Verga: riassunto e analisi dell’opera, 26-03-2020, in https://www.sololibri.net/Novelle-rusticane-Verga-riassunto-analisi.html, ultima visione (19/12/2025, 17:03). Luisa Mirone, Perché leggere le “Novelle rusticane” di Giovanni Verga, 19 Maggio 2023, in https://laletteraturaenoi.it/2023/05/19/perche-leggere-le-novelle-rusticane-di-giovanni-verga/#respond, ultima visione (20/12/2025, 16:15). Fondazione Verga, Annali-n.s.-6“La vicenda redazionale delle Novelle Rusticane. Un quadro dei risultati conseguiti”, saggio di Giorgio Forni, in https://www.fondazioneverga.it/wp-content/uploads/2025/07/Annali-n.s.-6-.pdf, ultima visione (21/12/2025, 12:56). Giovanni Cecchetti, "Pane nero" di Giovanni Verga, Belfagor, Vol. 17, No. 2 (31 MARZO 1962), pp. 129-152, in https://www.jstor.org/stable/26106067?read-now=1&seq=19#page_scan_tab_contents, ultima visione (25/12/2025, 19:50)

  1. Sarah Zappulla Muscarà, Invito alla lettura di Giovanni Verga, Mursia, Milano, 1984, pag. 100
  2. G.Verga, Lettere sparse, a cura di G.Finocchiaro Chimirri, Roma, Bulzoni 1979, pp.102-103
  3. Ibidem
  4. R.Melis, La bella stagione del Verga. Francesco Torraca e i primi concetti verghiani (1875-1885), Catania, Biblioteca della Fondazione Verga 1990, pp.253
  5. G. Forni, La vicenda redazionale delle Novelle Rusticane. Un quadro dei risultati conseguiti, Catania, Biblioteca della Fondazione Verga, 2016, p.30