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Novelle rusticane: Il reverendo, Cos'è il re, don Licciu Papa

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Copertina di Novelle Rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni. Fondazione Verga Interlinea.

La raccolta

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La raccolta Novelle rusticane, composta da dodici racconti, di Giovanni Vergavede la luce nel 1883 grazie all’editore torinese Casanova ed è accompagnata dalle illustrazioni di Alfredo Montalti. Prima di essere riunite in volume, le novelle erano state diffuse singolarmente su varie riviste letterarie dell’epoca, nell’arco di circa un anno. L’opera appartiene alla fase di maggiore intensità creativa di Giovanni Verga, collocandosi tra lavori fondamentali Vita dei Campi, (1880), I Malavoglia (1881), Il marito di Elena e Per le vie. Dal punto di vista tematico, essa anticipa i motivi che saranno sviluppati più compiutamente in Mastro don Gesualdo, svolgendo una funzione preparatoria analoga a quella svolta da Vita de campi rispetto a I Malavoglia. Sebbene l’ambientazione rimanga quella della Sicilia rurale dell’Italia postunitaria, il quadro sociale rappresentato risulta più articolato rispetto alle opere precedenti. Non sono presenti solo lavoratori agricoli e contadini poveri, ma anche figure appartenenti ai ceti dominanti, come proprietari terrieri e notabili locali. In questo contesto, l’interiorità dei personaggi perde importanza a favore delle dinamiche economiche e della centralità del possesso materiale, la cosiddetta “roba”, che diventa il motore dei comportamenti umani. La visione dell’autore si fa così più cupa e deterministica, lasciando emergere un pessimismo radicale sul destino dell’uomo. All’interno delle Novelle rusticane si assiste inoltre al progressivo indebolimento dei valori tradizionali della società contadina. Gli interessi economici finiscono per prevalere su ogni altro principio, modificando anche i rapporti familiari: la famiglia non è più il luogo della solidarietà e della protezione reciproca, ma si trasforma in un ambito segnato da tensioni e rivalità, dove ciascun individuo lotta per affermare se stesso e assicurarsi una parte dei beni materiali. Il risultato è un mondo cinico, ma estremamente vero dove «I personaggi di Il Reverendo, Cos'è il Re, Don Licciu Papa, Malaria, Libertà non sono, quindi, che l'incarnazione delle leggi della società siciliana: l'immutabilità del potere religioso (fondato su una religione che è essenzialmente magia e superstizione), politico, economico, del quale la giustizia è uno strumento, l'inesorabilità della natura che distribuisce ciecamente vita e morte».[1]

Storia editoriale

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Le Novelle rusticane di Giovanni Verga nascono senza un progetto unitario iniziale e si configurano originariamente come racconti autonomi, pubblicati in riviste e giornali tra il 1880 e il 1882, in un periodo di intensa attività creativa dell’autore, successivo a Vita dei campi (1880) e parallelo alla revisione de I Malavoglia e alla stesura de Il marito di Elena.

Il primo nucleo delle Novelle rusticane è costituito da La roba, Cos’è il Re e Storia dell’asino di S. Giuseppe, pubblicati rispettivamente tra il 26 dicembre 1880 e il 17 aprile 1881. Questi racconti uscirono inizialmente come testi autonomi; Verga ne propose successivamente l’inserimento nella seconda edizione di Vita dei campi all’editore Treves, che tuttavia respinse l’ipotesi, suggerendo la pubblicazione di un nuovo volume.

Tra l’agosto 1881 e il marzo 1882 la maggior parte delle novelle destinate alla raccolta venne pubblicata a intervalli regolari in varie sedi periodiche, con l’eccezione di Di là del mare e Libertà. Quest’ultima subì un ritardo a causa di problemi editoriali legati all’inasprirsi dei rapporti tra Verga e Ferdinando Martini; chiariti gli equivoci, Libertà uscì il 12 marzo 1882, mentre I galantuomini venne pubblicata il 26 marzo 1882.

La prima edizione in volume delle Novelle rusticane fu curata dall’editore Casanova. Dopo una revisione prevalentemente stilistica, orientata a una maggiore concisione narrativa e alla riduzione degli eccessi di dialettalità, il volume fu completato alla fine del 1882 e pubblicato all’inizio del 1883; a questa seguì una ristampa nel 1885.

Una seconda edizione delle Novelle rusticane uscì a Roma nel 1920 per la casa editrice «La Voce». Essa fu il risultato di un lavoro di revisione condotto da Verga sul testo del 1883, avviato a partire dal 1916, probabilmente anche per motivi editoriali e legati al recupero dei diritti d’autore. Questa edizione non ebbe ristampe; anche Luigi Russo, nella sua edizione scolastica del 1924, ripropose il testo del 1883, ritenuto più vicino all’originaria ispirazione dell’opera. [2] Tra le due edizioni non si registrano varianti sostanziali, le correzioni apportate alla raccolta del 1920 coinvolgono prevalentemente la punteggiatura e le preposizioni. [3]

Testimoni autografi e a stampa

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Testi a stampa e manoscritti delle Novelle rusticane
Sigla Tipologia Data Descrizione e ruolo nella tradizione del testo
Riv Stampa in rivista 1880–1882 Prima pubblicazione delle novelle in sedi periodiche. Costituisce la fase iniziale della diffusione dei testi; in molti casi la versione in rivista viene successivamente ampliata o riorganizzata per il volume.
A Manoscritto autografo 1880–1882 Prime stesure autografe delle singole novelle, spesso alla base della stampa in rivista; documentano una fase redazionale ancora fluida.
Manoscritto autografo aggiuntivo 1882 Carte autografe di ampliamento, soprattutto per Pane nero, con l’inserimento di nuovi episodi funzionali all’edizione in volume.
G Stampa in volumetto 1882 Edizione autonoma di Pane nero (Giannotta, Catania), intermedia tra la rivista e il volume Casanova; introduce aggiunte narrative rilevanti.
C Stampa in volume (editio princeps) 1883 Prima edizione in volume delle Novelle rusticane (Casanova, Torino). È la base testuale principale (princeps), nonostante errori tipografici.
Ristampa 1885 Seconda edizione Casanova, identica a C per impaginazione e illustrazioni; non rivista dall’autore e contenente errori e varianti minime.
Ms Manoscritto apografo corretto 1916–1920 Copia calligrafica di C con correzioni autografe in inchiostro rosso; prima fase della revisione per la nuova edizione.
Ds Dattiloscritti 1920 Tre copie dattiloscritte derivate da Ms, con correzioni autografe; introducono nuovi errori ma anche varianti d’autore.
Ds¹ Dattiloscritto 1920 Copia inviata a Giuseppe Prezzolini per l’edizione «La Voce».
Ds²–Ds³ Dattiloscritti 1920 Copie conservate presso Verga; usate per confronti e ulteriori revisioni.
Bz Bozze di stampa 1920 Bozze tipografiche corrette dall’autore e da collaboratori; documentano l’ultima fase della revisione, segnata da interventi sporadici.
V Stampa in volume 1920 Edizione «definitiva riveduta e corretta dall’autore» (La Voce, Roma); testo problematico per l’accumulo di errori redazionali.
Ed. scolastica Russo Stampa in volume 1924 Ripropone il testo del 1883 (C), ritenuto più autentico rispetto alla revisione del 1920.

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Contesto storico

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Le Novelle rusticane di Giovanni Verga si collocano pienamente nel contesto storico, sociale e culturale dell’Italia postunitaria della seconda metà dell’Ottocento, un periodo successivo all’Unità del 1861 segnato da profonde contraddizioni tra le promesse di progresso e la concreta realtà vissuta dalle classi popolari. La società contadina continuava a essere regolata da valori arcaici come l’attaccamento alla terra, alla famiglia e all’onore, ed era dominata da una spietata lotta per la sopravvivenza che lasciava scarsissimo spazio a qualsiasi forma di mobilità sociale. All’interno di questo quadro si muovono i protagonisti delle novelle: uomini e donne umili — contadini, braccianti, piccoli proprietari. Da queste storie emerge una visione profondamente pessimistica della realtà: ogni tentativo di migliorare la propria condizione è destinato al fallimento, e la vita si configura come una continua e implacabile “lotta per la vita”.


Verismo

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Il Verismo è una corrente letteraria che mira a una rappresentazione oggettiva e impersonale della realtà. Verga realizza tale ideale attraverso la tecnica dell’impersonalità e del regresso del narratore, che si adegua al punto di vista, al linguaggio e alla mentalità dei personaggi, adottando spesso forme espressive vicine al parlato popolare, così da restituire un’immagine autentica e non filtrata del mondo rappresentato. Le Novelle rusticane costituiscono uno dei vertici più alti e maturi del Verismo verghiano, poiché fondono in modo rigoroso e implacabile la rappresentazione fedele delle condizioni di vita del mondo contadino. Attraverso racconti essenziali e privi di ogni illusione, Verga offre un quadro duro e drammatico della realtà rurale ottocentesca, in cui la sopravvivenza domina ogni aspetto dell’esistenza e annulla qualsiasi speranza di riscatto. La raccolta assume così un valore che va oltre la dimensione puramente letteraria, configurandosi come una potente denuncia storica e sociale di straordinaria efficacia espressiva.

Temi della raccolta

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Nelle Novelle rusticane Verga costruisce un universo narrativo dominato da leggi rigide e immodificabili, all’interno del quale gli individui appaiono completamente determinati dal contesto in cui vivono. I personaggi sono definiti fin dalla nascita dalla loro condizione sociale ed economica, e ogni possibilità di mobilità o riscatto risulta esclusa. L’ambiente, la povertà o la ricchezza, il ruolo occupato nella comunità diventano elementi che segnano in modo irreversibile il destino dei singoli, rendendo vano qualsiasi sforzo di cambiamento.

A regolare questo mondo è quella che Verga stesso ha definito la “religione della roba”: il possesso dei beni materiali e simbolici — la terra, il denaro, il prestigio sociale — diventa il valore supremo, attorno al quale si organizza l’intera società. Ogni azione, ogni relazione umana è subordinata alla difesa o all’accrescimento di ciò che si possiede. La “roba” non è solo ricchezza, ma misura dell’esistenza stessa: chi ne ha è destinato a conservarla con ferocia, chi non ne ha rimane inevitabilmente escluso.

Il potere, nelle Novelle rusticane, si manifesta sempre come forza oppressiva e distante. Le istituzioni politiche, religiose e giuridiche non appaiono mai come strumenti di tutela o di giustizia, ma come meccanismi astratti che garantiscono la stabilità dell’ordine sociale esistente. La legge, la Chiesa e l’autorità civile intervengono sistematicamente a vantaggio dei più forti, mentre i deboli ne subiscono solo il volto repressivo.

Da questa visione deriva il profondo fatalismo che attraversa l’intera raccolta. Ogni tentativo di ribellione o di emancipazione è destinato al fallimento e si risolve in una sconfitta più dolorosa. I personaggi finiscono per interiorizzare la propria condizione, accettandola come una necessità naturale, quasi biologica. La rassegnazione diventa così una forma di sopravvivenza, l’unica possibile in un mondo in cui il destino appare già scritto e inalterabile.


Stile della raccolta

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Nella raccolta Novelle rusticane, Giovanni Verga porta a compimento la propria ricerca stilistica verista, raggiungendo un livello di coerenza e radicalità superiore rispetto alle opere precedenti. La scrittura si caratterizza per una scelta rigorosa di impersonalità narrativa, che comporta la totale scomparsa dell’autore dalla scena del racconto. Verga rinuncia a ogni commento esplicito, a qualsiasi forma di giudizio morale o di partecipazione emotiva, lasciando che i fatti e i comportamenti dei personaggi parlino da soli.

Il narratore adotta il punto di vista del mondo rappresentato, calandosi nella mentalità collettiva delle comunità rurali siciliane. Questo processo, definito dalla critica come regressione del narratore, determina una profonda adesione linguistica e ideologica alla realtà narrata: la visione del mondo dei personaggi non è filtrata, corretta o interpretata dall’autore, ma restituita nella sua forma originaria, con i suoi limiti culturali, le sue credenze e il suo fatalismo.

Dal punto di vista tecnico, uno degli strumenti più efficaci è il ricorso sistematico al discorso indiretto libero, che consente di fondere la voce del narratore con quella dei personaggi e della comunità. In questo modo la narrazione assume un carattere corale e impersonale, in cui le singole vicende individuali sembrano dissolversi all’interno di una coscienza collettiva più ampia. La lingua risulta semplice, concreta, spesso influenzata dal parlato popolare e dalle strutture sintattiche del dialetto, pur restando all’interno dell’italiano letterario.

Lo stile è inoltre segnato da una forte secchezza espressiva: le descrizioni sono essenziali, i dialoghi ridotti all’indispensabile, le vicende narrative procedono senza digressioni o approfondimenti psicologici tradizionali. I personaggi non sono analizzati interiormente, ma definiti attraverso gesti, azioni e parole, secondo una prospettiva che privilegia l’osservazione esterna dei comportamenti.

Novelle

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Bibliografia

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  • A. Casadei, M. Santagata, Manuale di letteratura italiana medievale e moderna, Bari - Roma, Laterza, 2007.
  • G.Alfieri, Verga, Roma, Salerno editrice, 2016.
  • G.Alfieri, Scrittura lenticolare e stile reticolare: cosa rivela l'Edizione Nazionale di Giovanni Verga, in <<Oblio>>, X (2020), N.40.
  • G. Verga, Novelle rusticane, a cura e con un saggio introduttivo di Luigi Russo, Firenze, Vallecchi editore, 1924.
  • G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016.
  • G. Verga, Tutte le novelle, Meridiani Mondadori, Milano, 2001.

Note

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  1. Carla Riccardi introduzione a Tutte le novelle, di G. Verga, Meridiani Mondadori, Milano, 2001, p. XVII
  2. Carla Riccardi, Note ai testi in Tutte le novelle, di G. Verga, Meridiani Mondadori, Milano, 2001, pp. 1025-1033.
  3. G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, pp. LII-LVI.
  4. G.Alfieri, Scrittura lenticolare e stile reticolare: cosa rivela l'Edizione Nazionale di Giovanni Verga, in <<Oblio>>, X (2020), N.40, pp.26-30.