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== Trama == [[File:pellizza-da-volpedo-il-quarto-stato-1.png!Large.png | thumb | left | 450px | ''Il Quarto Stato'', Pellizza da Volpedo, 1899-1901, olio su tela [https://www.wikiart.org/en/pellizza-da-volpedo/the-fourth-estate-1901] ]] La novella si apre in un clima di eccitazione incontrollata, quasi animalesca. Il grido ''"Viva la libertà!"'' <ref> <span style="font-variant: small-caps;"> G. Verga</span>, ''Novelle rusticane'', ed. critica a cura di <span style="font-variant: small-caps;"> G. Forni</span>, Novara, Fondazione Verga/Interlinea, 2016, p. 151.</ref> non ha nulla di programmatico: è un urlo che attraversa l'aria mentre le campane continuano a suonare senza pausa. La folla avanza compatta, armata di ciò che trova, e Verga la descrive come un'ondata che trabocca improvvisamente e si abbatte sui luoghi del potere: il circolo dei notabili, la chiesa, le case dei galantuomini. È un movimento collettivo che non sembra avere guida né misura; è rabbia pura che esplode dopo anni di sofferenza accumulata. la violenza diventa subito cieca, la folla non fa più distinzione tra baroni, preti, borghesi o servitori. Tutti finiscono nello stesso vortice, come incarnazione di un'unica oppressione. L'urlo ''"Ammazza! Ammazza!"'' <ref> ''Ibidem'' </ref> ritorna con una monotonia quasi ipnotica, un ritmo che non lascia scampo e che trasmette l'impressione di un'energia incontrollabile. In questo universo confuso e furioso si consumano anche gli episodi più atroci. Don Paolo, un semplice vignaiolo, viene ucciso davanti ai figli senza motivo. Ancora più devastante è la morte di Neddu, un bambino schiacciato dalla stella folla che sperava nella libertà: un'immagine che esprime in modo struggente quanto la rivolta abbia oltrepassato ogni limite umano. Verga sintetizza questa fase con un'immagine potentissima: un ''carnevale furibondo'', un rovesciamento totale della religione che dura finché la sera non cala e le campane cessano, come se anche la festa selvaggia avesse finalmente consumato la sua forza. Il mattino dopo, però, tutto cambia. Le persone sono svuotate, quasi stordite. Ricompaiono sospetti, egoismo, rivendicazioni: chi ha perso cosa, come spartire la terra, chi ha diritto a quale appezzamento. L'entusiasmo si dissolve nell'ennesima competizione interna, mostrando chiaramente che gli istinti di sopraffazione non appartengono solo ai padroni, ma sono radicati anche nella plebe. È un momento essenziale della visione verghiana: eliminati temporaneamente i padroni, non nasce alcuna armonia; emergono invece nuove gerarchie, nuovi conflitti, esattamente come se nulla fosse cambiato. L'arrivo delle camice rosse di Bixio mette fine a questa parentesi convulsa. L'autorità si ristabilisce in pochi istanti. All'alba, Bixio individua alcuni contadini tra i più esposti e ne ordina la fucilazione immediata. Tra loro c'è anche il taglialegna che il giorno prima aveva mostrato pietà per un bambino: un dettaglio che Verga sottolinea per ricordare l'indifferenza della storia verso i gesti individuali, anche quelli più umani. Segue un processo lungo tre anni. I giudici, provenienti dalla stessa classe dei galantuomini locali, non potrebbero essere più distanti dal mondo dei contadini imputati. Verga indugia sulla loro incapacità di comprendere persino il linguaggio degli avvocati, sui gesti delle donne che accompagnano i prigionieri, sulle espressioni spaesate di chi non sa nemmeno perché si trovi lì. Il contrasto tra la solennità formale (la formula "''Sul mio onore e sulla mia coscienza!''" <ref> Ivi, p. 161 </ref> pronunciata dai giurati) e la realtà effettiva produce un'ironia amarissima. Il verdetto finale era già scritto. I condannati tornano ai loro paesi con la stessa miseria di sempre, e la novella si chiude con il grido disperato del carbonaio: ''"Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!"'' <ref> ''Ibidem'' </ref>. È il sigillo definitivo sul fallimento della promessa risorgimentale.
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