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Libertà

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Ritratto di Nino Bixio [1]

Undicesima novella presente nella raccolta Novelle rusticane (1883), Libertà è probabilmente una delle novelle più dure e sconvolgenti di Giovanni Verga. Uscì dapprima come episodio nel 1882 e venne poi inserita nella raccolta Novelle rusticane l'anno successivo [1].

Ciò che colpisce fin da subito è che Verga non parte da un'invenzione narrativa, ma da un fatto storico reale e terribile: la rivolta contadina esplosa a Bronte, alle pendici dell'Etna, nell'agosto del 1860 [2]. È un episodio che la storiografia conosce bene, ma Verga lo affronta con un'angolazione tutta sua, cercando di restituire non tanto la cronaca degli avvenimenti quanto il modo in cui quel fatto fu vissuto, frainteso, deformato dalla speranza e dalla rabbia popolare.

All'epoca, l'arrivo dei garibaldini in Sicilia aveva acceso nei contadini un'aspettativa enorme. Gli inviti a sollevarsi contro i Borboni vennero interpretati non in senso politico, ma come l'annuncio, finalmente, di una libertà concreta: la fine della servitù verso i padroni e della fame che segnava le loro esistenze. Bastava poco perché questa illusione, nutrita da generazioni, prendesse fuoco.

La promessa di "libertà" si trasformò così in un moto improvviso, tramutatosi poi in violenza. La folla armata di falci, bastoni e utensili da lavoro si riversò sulle case dei signori di Bronte, massacrando possidenti, borghesi, notabili: tutti coloro i quali per secoli avevano incarnato l'ingiustizia subita. Ma quel sogno durò pochissimo. Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi, arrivò a Bronte non per sostenere i rivoltisi, ma per ristabilire l'ordine con brutalità quasi immediata [3]. Per lui, l'autorità veniva prima di qualsiasi rivendicazione sociale. I contadini più esposti furono fucilati sul posto; altri vennero imprigionati e destinati a un processo lungo e severo. il merito di Verga sta proprio nel modo in cui trasforma questo episodio storico in una riflessione sulla distanza enorme tra la retorica risorgimentale e ciò che i contadini intendevano per libertà: protezione, dignità, possibilità elementare di sopravvivere. È il punto di collisione tra due idee che non si incontrano mai: da un lato lo Stato, dall'altro i "vinti", che si ritrovano ancora una volta schiacciati dalle necessità e dai rapporti di forza.


Trama

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Il Quarto Stato, Pellizza da Volpedo, 1899-1901, olio su tela [2]

La novella si apre in un clima di eccitazione incontrollata, quasi animalesca. Il grido "Viva la libertà!" [4] non ha nulla di programmatico: è un urlo che attraversa l'aria mentre le campane continuano a suonare senza pausa. La folla avanza compatta, armata di ciò che trova, e Verga la descrive come un'ondata che trabocca improvvisamente e si abbatte sui luoghi del potere: il circolo dei notabili, la chiesa, le case dei galantuomini. È un movimento collettivo che non sembra avere guida né misura; è rabbia pura che esplode dopo anni di sofferenza accumulata. la violenza diventa subito cieca, la folla non fa più distinzione tra baroni, preti, borghesi o servitori.

Tutti finiscono nello stesso vortice, come incarnazione di un'unica oppressione. L'urlo "Ammazza! Ammazza!" [5] ritorna con una monotonia quasi ipnotica, un ritmo che non lascia scampo e che trasmette l'impressione di un'energia incontrollabile. In questo universo confuso e furioso si consumano anche gli episodi più atroci. Don Paolo, un semplice vignaiolo, viene ucciso davanti ai figli senza motivo. Ancora più devastante è la morte di Neddu, un bambino schiacciato dalla stella folla che sperava nella libertà: un'immagine che esprime in modo struggente quanto la rivolta abbia oltrepassato ogni limite umano. Verga sintetizza questa fase con un'immagine potentissima: un carnevale furibondo, un rovesciamento totale della religione che dura finché la sera non cala e le campane cessano, come se anche la festa selvaggia avesse finalmente consumato la sua forza.

Il mattino dopo, però, tutto cambia. Le persone sono svuotate, quasi stordite. Ricompaiono sospetti, egoismo, rivendicazioni: chi ha perso cosa, come spartire la terra, chi ha diritto a quale appezzamento. L'entusiasmo si dissolve nell'ennesima competizione interna, mostrando chiaramente che gli istinti di sopraffazione non appartengono solo ai padroni, ma sono radicati anche nella plebe. È un momento essenziale della visione verghiana: eliminati temporaneamente i padroni, non nasce alcuna armonia; emergono invece nuove gerarchie, nuovi conflitti, esattamente come se nulla fosse cambiato. L'arrivo delle camice rosse di Bixio mette fine a questa parentesi convulsa. L'autorità si ristabilisce in pochi istanti.

All'alba, Bixio individua alcuni contadini tra i più esposti e ne ordina la fucilazione immediata. Tra loro c'è anche il taglialegna che il giorno prima aveva mostrato pietà per un bambino: un dettaglio che Verga sottolinea per ricordare l'indifferenza della storia verso i gesti individuali, anche quelli più umani. Segue un processo lungo tre anni. I giudici, provenienti dalla stessa classe dei galantuomini locali, non potrebbero essere più distanti dal mondo dei contadini imputati. Verga indugia sulla loro incapacità di comprendere persino il linguaggio degli avvocati, sui gesti delle donne che accompagnano i prigionieri, sulle espressioni spaesate di chi non sa nemmeno perché si trovi lì. Il contrasto tra la solennità formale (la formula "Sul mio onore e sulla mia coscienza!" [6] pronunciata dai giurati) e la realtà effettiva produce un'ironia amarissima. Il verdetto finale era già scritto. I condannati tornano ai loro paesi con la stessa miseria di sempre, e la novella si chiude con il grido disperato del carbonaio: "Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!" [7]. È il sigillo definitivo sul fallimento della promessa risorgimentale.


Personaggi

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Le Vittime

  • Il Barone: potente locale e simbolo ti tirannia, viene ucciso dalla folla inferocita.
  • Don Antonio: "galantuomo" ucciso in una scorciatoia. Prima vittima del massacro a cadere per le strade.
  • Il Prete (Reverendo): uomo di chiesa, ucciso mentre tornava dalla messa. Simbolo di un clero corrotto.
  • Il Ricco Epulone: ricco avido ucciso dalla folla. Bersaglio della collera proprio per la sua ricchezza.
  • Lo Sbirro: rappresentante della polizia ucciso dalla folla, simbolo della giustizia parziale.
  • Il Guardaboschi: funzionario locale, simbolo del tradimento per pochi soldi.
  • Lo Speziale: farmacista ucciso mentre si affrettava a chiudere la propria bottega. Vittima collaterale della rivolta, il figlio si vendicherà poi della sua morte sul taglialegna.
  • Don Paolo: piccolo proprietario/contadino benestante ucciso a colpi di scure e falce. Vittima della cieca violenza muore davanti alla moglie e ai cinque figli affamati che aspettavano il cibo nelle sue bisacce.
  • Il Notaio: padre di Neddu ucciso e gettato nel mondezzaio.
  • Neddu: figlio del notaio, bambino di undici anni biondo che verrà ucciso dalla folla. Il suo è uno degli omicidi strazianti e che segna il punto di non ritorno della furia cieca.
  • La Baronessa: moglie del barone e donna di alto ceto. Bersaglio della folla a causa del suo lusso.
  • Figlio maggiore della Baronessa: ragazzo di 16 anni che viene ucciso nel tentativo di difendere la madre. Muore schiacciato contro l'uscio.
  • Il bambino lattante: figlio più piccolo della baronessa, strappato dal seno della madre e ucciso dal Carbonaio.
  • Gnà Lucia: prostituta vittima della povertà. Simbolo del peccato e della miseria del paese.


I Rivoltosi

  • Il Taglialegna: uno dei capi della rivolta, figura attiva nel massacro. Uccide Neddu per "pietà" con un colpo di scure. Verrà arrestato e fucilato mentre piange ripensando alla madre.
  • Il Carbonaio: colui che strappa e uccide il bambino della Baronessa. Verrà arrestato e condannato e, una volta in carcere, si renderà conto di non aver ottenuto nulla dalla libertà.
  • Nino Bestia e Ramurazzo: rivoltosi nominati il giorno dopo nella piazza, temuti come possibili nuovi oppressori.
  • Neli Pirru: rivoltoso che uccide il padre dello Speziale. Verrà tradito dalla moglie durante la sua reclusione in carcere.


Altri

  • Il Generale: ufficiale inviato dal governo per placare la rivolta. Fa fucilare i rivoltosi a caso, ripristinando l'ordine con altra violenza.
  • I Giudici: membri del tribunale che hanno il compito di giudicare i rivoltosi. "Galantuomini con gli occhiali" che amministrano una giustizia lenta e parziale.
  • I Dodici Giurati: dodici "galantuomini" di un altro paese che pronunciano la condanna. Stanche e annoiati, ma sollevati di non aver subito la sorte delle vittime.
  • L'Orfano dello Speziale: figlio dello Speziale assassinato. Si vendicherà indirettamente sul Taglialegna che aveva ucciso il padre, rubando la moglie a Neli Pirru.


Analisi

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La struttura della novella è volutamente lineare e si articola in tre sequenze distinte. La prima è dedicata alla sommossa e alla violenza collettiva; la seconda registra ciò che accade nell'immediato ritorno alla calma; la terza segue la repressione e il processo. Ognuna ha un tono proprio.

Prima sequenza: Nella prima, Verga adotta un punto di vista oscillante: da una parte sembra vicino ai galantuomini quando condanna la furia della folla, dall'altra si avvicina ai contadini e fa emergere le ragioni profonde della loro ribellione. Questa alternanza non è casuale: mostra quanto la rivolta sia figlia di ingiustizie antiche e quanto sia impossibile ridurla a un semplice atto criminale.

Seconda sequenza: La seconda sequenza mette invece in risalto il pessimismo sociale di Verga. Una volta svanita l'euforia della rivolta, riemergono gli egoismi di sempre. L'illusione di un cambiamento collettivo lascia posto alla constatazione che la violenza e la sopraffazione non sono incidenti, ma elementi strutturali della vita sociale, destinati a riproporsi anche in assenza dei vecchi padroni. Lo stesso Verga sintetizza questa dinamica con una frase che ha un peso enorme: "I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace".

Terza sequenza: La terza sequenza, infine, recupera un tono più pietoso. I contadini, sconfitti dalla forza militare, diventano figure cariche di dolore: uomini che piangono sotto gli occhi delle madri, donne che li seguono disperate, bambini che non capiscono. La macchina giudiziaria procede impassibile, impermeabile alle ragioni umane. la distanza tra popolo e istituzioni raggiunge il suo apice [8]


Componente linguistica e stile

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Dal punto di vista linguistico, Libertà è una delle prove più coerenti della poetica verista. Verga applica con rigore estremo le tecniche dell'eclissi e del regresso [9]. L'autore si ritrae completamente, facendo sì che la storia sembri raccontata dall'interno della comunità di Bronte, come se la voce narrante appartenesse a uno dei suoi abitanti. La sintassi diventa essenziale, paratattica, spesso scandita dall'uso continuato della congiunzione "e", che riproduce il ritmo ansioso, concitato, a volte ingenuo del parlato popolare: "E il sangue che fumava ed ubriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue!". Il discorso indiretto libero permette alle urla della folla di affiorare improvvisamente nel racconto senza essere introdotte: "Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti!". Il lessico, pur restando italiano, è impregnato di colore dialettale: vocaboli rurali, formule siciliane, titoli familiari come "gnà", soprannomi come Nino Bestia o Ramurazzo, che radicano la storia in un contesto culturale preciso. Le immagini sono spesso bestiali, corporee, immediate. La folla viene paragonata a un mare in tempesta o a un branco affamato, e queste metafore non decorano, ma rendono sensibile la dimensione istintiva e primitiva dell'evento.


Tradizione testuale

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La tradizione filologica del testo di Libertà è molto ricca e permette di seguire da vicino il modo in cui Verga lavorò alla novella, rivedendola più volte prima della forma definitiva. Le testimonianze conservate mostrano un percorso che va dal primo abbozzo autografo fino alle bozze di stampa, passando per copie manoscritte e dattiloscritte corrette dall'autore [10]

  • La prima redazione autografa: Il nucleo più antico della novella è contenuto in un piccolo fascicolo manoscritto, composto da sei facciate scritte in inchiostro viola. Si tratta di un foglio piegato in due (di cui le pagine 1-2 e 5-6) accompagnato da una carta sciolta con le pagine 3-4. Questo materiale permette di cogliere un momento molto concreto del lavoro di Verga: dopo aver terminato la pagina 2, che si chiude con "sparavano dalle finestre", lo scrittore proseguì per un attimo a scrivere sulla pagina 5, allora ancora priva di numerazione. La frase lasciata lì, "per salvar la pelle", venne però cancellata e riscritta all'inizio della carta sciolta (pp. 3-4). Il movimento stesso delle pagine mostra la mobilità del suo processo di revisione. Sulla prima pagina, al centro del margine superiore, campeggia già il titolo, anch'esso in viola: Libertà.
  • La prima pubblicazione: La prima apparizione a stampa della novella è del 12 marzo 1882, quando La Domenica letteraria la pubblicò nel suo sesto numero. È la versione che introduce Libertà al pubblico e costituisce la base su cui Verga continuerà a lavorare.
  • La copia manoscritta non autografa: Una fase successiva è documentata da un fascicolo in tre doppi fogli protocollo, non scritti da Verga ma da un copista. Il testo, però, risulta ricco di correzioni autografe dell'autore, questa volta in inchiostro rosso. È un passaggio cruciale: Verga, evidentemente, si serviva della trascrizione per rivedere con maggiore distanza la propria prosa, intervenendo dove riteneva necessario asciugare, spostare o precisare. In testa al fascicolo compare un'indicazione a matita: "allegato XI", probabilmente una nota d'uso interno all'archivio o alla preparazione del materiale editoriale.
  • Le prime copie dattiloscritte: Il testo passa poi attraverso almeno tre dattiloscritti, tutti derivati dalla copia manoscritta precedente, e tutti recanti ulteriori interventi autografi in inchiostro blu. Il primo dattiloscritto conservato presenta delle lacune (mancano le pagine 8, 9 e 10), gli altri due sono completi e quasi identici. Questi materiali mostrano come la novella si avvicini gradualmente alla sua forma definitiva: la base è ormai stabile, ma Verga continua a modificare dettagli e ritmo, lessico e punteggiatura.
  • Le bozze di stampa: L'ultima tappa del lavoro è costituita da cinque bozze di stampa, numerate da Verga da 73 a 77. Sono impaginate in colonna e raccolte in un unico foglio che porta, in inchiostro di seppia, l'indicazione autografa "Libertà". Sulle bozze compaiono sia correzioni ultime dell'autore, in nero, sia interventi del correttore Zaniboni, il cui contributo aiuta a ricostruire la fase finale dell'editing. In alto si legge la data di invio delle bozze a Verga: 4 giugno 1920. È un dettaglio che restituisce quasi fisicamente la distanza tra la prima pubblicazione del 1882 e la revisione tardiva compiuta dall'autore quando la novella era ormai classicizzata.

Note

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  1. G. Baldi, S. Giusso, M. Razzetti, G. Zaccaria, I classici nostri contemporanei vol. 5,2: Dall'età postunitaria fino al Novecento, Milano-Torino, Pearson Italia, 2019, p. 271.
  2. Ibidem
  3. Ibidem
  4. G. Verga, Novelle rusticane, ed. critica a cura di G. Forni, Novara, Fondazione Verga/Interlinea, 2016, p. 151.
  5. Ibidem
  6. Ivi, p. 161
  7. Ibidem
  8. G. Baldi, S. Giusso, M. Razzetti, G. Zaccaria, I classici nostri contemporanei vol. 5,2: Dall'età postunitaria fino al Novecento, pp.275-276.
  9. A. Casadei, M. Santagata, Manuale di letteratura italiana medievale e moderna, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2007, p. 581.
  10. G. Verga, Novelle rusticane, ed. critica a cura di G. Forni, pp. XCV-XCVI.

Bibliografia

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  • G. Baldi, S. Giusso, M. Razzetti, G. Zaccaria, I classici nostri contemporanei vol. 5,2: Dall'età postunitaria fino al Novecento, Milano-Torino, Pearson Italia, 2019.
  • A. Casadei, M. Santagata, Manuale di letteratura italiana medievale e moderna, Bari, Gius. Laterza & Figli, 2007.
  • Comitato per l'edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, I tempi e le opere di Giovanni Verga: Contributi per l'edizione nazionale, Firenze, Felice Le Monnier S.p.a, 1986.
  • G. Verga, Novelle rusticane, ed. critica a cura di G. Forni, Novara, Fondazione Verga/Interlinea, 2016.
  • G. Verga, Tutte le novelle, a cura di G. Carnazzi, Milano, Rizzoli-Bur, 2008.

Sitografia

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