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===Atto III=== Il terzo atto è ambientato nella modesta abitazione di Elena, in una stanza povera e multiuso, dove la donna vive con la figlia Dina. Mentre cuce, Elena intrattiene la bambina raccontandole la scena di campagna che il padre le ha promesso di trasformare in gioco con alberelli, pecorelle e casette. Dina aspetta il ritorno di Leonardo, uscito con il pretesto di acquistare un giocattolo per lei. Alla porta, però, non si presenta Leonardo, ma Livia. L’ingresso della moglie legittima provoca dapprima smarrimento e sospetto in Elena, convinta che Livia sia stata mandata dal marito. Quando le due restano sole, Livia le spiega di essersi imposta quell’incontro non per conto di Leonardo, ma per rivolgersi direttamente a lei, dopo anni di silenzio e di accettazione passiva della situazione. Il discorso si sposta presto dalla rivalità tra moglie e amante alla responsabilità nei confronti della bambina. Livia riconosce di essere una moglie sterile e di aver compreso che, al di sopra del suo diritto di sposa tradita, sta il dovere di Leonardo verso la figlia che un’altra donna gli ha dato. Da quando è nata Dina, il problema riguarda prima di tutto il dovere degli adulti verso la bambina, non più le loro rivendicazioni personali. Nel suo discorso, la donna insiste sul fatto di aver già rinunciato per anni alle proprie prerogative di moglie, riconoscendo che la presenza della bambina impone a Leonardo un dovere prioritario. Per questo chiede a Elena un sacrificio estremo: affidare Dina al padre, così che la bambina sia riconosciuta legalmente, porti il cognome paterno e cresca in condizioni più sicure e socialmente rispettabili rispetto alla povertà della casa materna. In questa prospettiva, Livia presenta il futuro della bambina come il vero criterio della scelta, che dovrebbe prevalere sia sull’attaccamento esclusivo della madre sia sul risentimento della moglie tradita. Elena reagisce con un rifiuto assoluto. Rivendica la maternità in termini fisici e affettivi, ricordando la gravidanza, il parto, l’allattamento e gli anni di sacrificio vissuti nella miseria. A suo giudizio, nessun vantaggio sociale o materiale può compensare la separazione dalla figlia. Quando entra Leonardo, trova le due donne al culmine del confronto: Elena lo accusa di aver permesso quella visita e riferisce la proposta di Livia; Livia chiarisce di non pretendere il ritorno del marito come tale, ma di volerlo come padre al servizio del futuro della bambina. Leonardo, travolto dalla situazione, rifiuta l’idea di portare via Dina e invita Livia ad andarsene, dichiarando che la richiesta è impossibile da accettare. Livia, prendendo atto del rifiuto, afferma di essere disposta a restare sola, proprio perché ha riconosciuto che il dovere di Leonardo verso la figlia viene prima di ogni diritto coniugale. Se ne va, lasciando i due amanti di fronte alle conseguenze della loro scelta. Rimasti soli, Leonardo ed Elena si trovano in una situazione di stallo: Elena non sopporta la presenza stabile di Leonardo in casa, ma, allo stesso tempo, rifiuta di separarsi da Dina. Leonardo, per evitare lo scontro diretto, si concentra sulla bambina e sul nuovo giocattolo, una scatola che riproduce una piccola campagna in miniatura con alberi, pecore e casette e attraverso il gioco costruisce uno spazio chiuso in cui padre e figlia cercano di isolarsi dal conflitto degli adulti. Proprio questo gioco, però, accentua il senso di esclusione e di esasperazione di Elena che avverte il legame tra i due come una minaccia al proprio ruolo materno. La tensione raggiunge il culmine quando Elena, ormai sopraffatta, insiste affinché Leonardo se ne vada. L'uomo interpreta questa richiesta come una messa in discussione del suo rapporto con la figlia: se deve uscire dalla vita di Elena, intende farlo portando con sé Dina. Di fronte al rifiuto deciso della donna, assume un atteggiamento inflessibile e le impone di non ripetere più quell'ordine, dichiarando che resterà in casa finché la bambina continuerà a viverci. Nel finale, Elena, ormai allo stremo, tenta di mediare con una promessa: dice che un giorno, quando avrà la forza di convincersi che si tratta davvero del bene della figlia, sarà lei stessa a condurre Dina da Livia. Leonardo sostiene che la decisione non può essere rimandata indefinitamente e che il momento di scegliere è quello presente. Mentre Elena si allontana un istante nella stanza accanto per prendere almeno il cappellino della bambina, Leonardo approfitta di quell’intervallo per allontanarsi con Dina. Tornata in scena, Elena trova la stanza vuota, comprende immediatamente l’accaduto e si affaccia alla finestra cercando di seguire con lo sguardo la fuga del padre e della figlia. Non vedendo più nessuno, si volta, nota sul tavolino il giocattolo e, con in mano il cappellino che non ha fatto in tempo a mettere alla bambina, crolla in un pianto disperato. L’atto si chiude così sull’immagine di una madre annientata e di un nido distrutto, in cui la cosiddetta ragione degli altri si è imposta come necessità sociale e morale, ma al prezzo della completa sconfitta individuale di Elena.
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