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==Trama== La commedia mette in scena la crisi di un matrimonio [[borghese]] segnata da un lungo tradimento. Leonardo Arciani, giornalista del quotidiano politico ''La lotta'', vive diviso tra la moglie Livia e l’amante Elena Orgera, da cui ha avuto una figlia, Dina. Il fragile equilibrio costruito sul silenzio di Livia si incrina quando il padre di lei, Guglielmo Groa, scopre la relazione e tenta di richiamare il genero ai suoi doveri coniugali. Nel secondo atto emergono la durata del tradimento, il compromesso sociale che ha mantenuto unita la coppia e le difficoltà economiche di Leonardo, fino alla decisione di allontanarlo temporaneamente dalla casa. Nel terzo atto Livia si presenta nell’abitazione di Elena e, riconoscendo il primato del dovere paterno, le chiede di affidare Dina al padre affinché sia riconosciuta e cresca in condizioni più sicure. Il conflitto tra le due donne e con Leonardo resta irrisolto e si conclude con la fuga dell’uomo insieme alla bambina, mentre Elena rimane sola nella loro casa. <ref>Ivi, pp. 140-141</ref> ===Atto I=== La commedia si apre nella [[redazione]] del giornale politico quotidiano ''La lotta'', dove lavora Leonardo Arciani. Nella sala arriva Livia, sua moglie, donna modesta e riservata, che chiede di poterlo aspettare. Il collega Cesare D'Albis cerca di rassicurarla: la redazione è vuota, il direttore ha dato ordine di non far entrare nessuno, spiegandole che l'assenza di Leonardo è legata esclusivamente al lavoro. In questo modo cerca di dissipare ogni possibile sospetto; Livia afferma di non sospettare del marito e di non voler disturbare il suo lavoro, lascia un breve biglietto sulla scrivania e si allontana. Nella redazione si alternano brevi scene di vita giornalistica: emergono le tensioni della lotta parlamentare in corso, dove la ragione viene spesso sacrificata alla logica dei numeri e alle strategie delle maggioranze. Leonardo appare diviso tra il suo ruolo di intransigente [[pubblicista]] e una crescente inquietudine privata. In questo contesto fa la sua prima apparizione Elena Orgera, cugina di Leonardo con il quale in passato ha avuto una relazione e ora sua amante. Elena legge il bigliettino lasciato dalla moglie e commenta con ironica ammirazione il silenzio generoso di Livia che non vuole coinvolgere il padre nello scandalo. Nel dialogo tra i due amanti emerge che Livia è a conoscenza, da tempo, della relazione extraconiugale e che il vincolo più forte che lega Leonardo a Elena è la figlia nata dalla loro unione. L'arrivo di Guglielmo Groa, padre di Livia, introduce il nodo familiare. Guglielmo è un uomo anziano, saldamente ancorato ai principi tradizionali che tenta di richiamare il genero al rispetto degli obblighi coniugali al fine di ristabilire l'ordine appellandosi alla lealtà e al dovere. Nel colloquio con Leonardo cerca di comprendere l'origine del malessere della figlia; Leonardo, abbandonando ogni reticenza, ammette il tradimento, sostiene che la questione non è più stabilire chi abbia torto o ragione, bensì riconoscere una situazione da cui non riesce a uscire. La discussione viene interrotta dall'ingresso di Livia che sorprende il confronto tra il marito e il padre. La tensione esplode: Guglielmo, ormai certo che il genero abbia un'amante, esige che il genero interrompa la relazione extraconiugale e ripristini l'ordine familiare. Per impedire che la discussione degeneri, Livia rivela il vero motivo per cui il marito non può sentir ragione. Leonardo ha avuto una figlia da un'altra donna, Elena, la sua amante. La notizia sconvolge il padre che prende coscienza della durata del tradimento e della sofferenza silenziosa della figlia. L'atto si chiude mentre dalla tipografia giungono le grida di gioia per l'esito elettorale che coincide con il crollo dell'equilibrio domestico, sottolineando, ironicamente, il contrasto tra vittorie pubbliche e fallimenti privati. ===Atto II=== Il secondo atto è ambientato nello studio di Leonardo, elegante e ordinato, arredato con cura borghese. La scena si apre all'alba: Livia trova il padre addormentato sulla [[greppina]], con un giornale sul volto, lo sveglia rivelandogli che Leonardo non è rientrato per tutta la notte. Guglielmo ritiene che Leonardo abbia colto nel loro colloquio il pretesto per allontanarsi. Livia sostiene che l'apparente equilibrio domestico si reggeva sul silenzio e che una parola lo ha fatto crollare. Rivela al padre che il suo intervento giunge ormai tardivo, la colpa è già stata consumata e ne restano solo le conseguenze che nessun ragionamento può ormai modificare. Da questo dialogo emerge il quadro della loro vita coniugale dopo la scoperta del tradimento: la relazione era già compromessa, ma essi hanno continuato a vivere insieme per convenienza sociale e per non far crollare l'apparenza di una famiglia unita. «È rimasto qui, perché così ho voluto; non per me, per gli altri. Ma io non l’ho più guardato.» <ref>L. Pirandello, Maschere nude, vol. I, a cura di Alessandro d’Amico, «I Meridiani», Mondadori, 1986, p. 193 </ref> Livia ricostruisce l'origine del tradimento: una lettera inviata dalla cugina di Leonardo, sua precedente fidanzata, Elena Orgera, rimasta vedova e in difficoltà economiche. La stessa Livia aveva insistito perché il marito la aiutasse, senza sospettare nulla. «Le era morto il marito. Non avendo altri parenti a cui rivolgersi, chiedeva a Leonardo un soccorso[...] e io stessa, insistentemente, spinsi Leonardo a mandarglielo».<ref> Ivi, p. 198</ref> Da quel contatto si era, però, riaccesa la relazione sentimentale, Leonardo aveva ricominciato a scrivere la notte, usando l'arte come giustificazione per le sue assenze finché la relazione aveva portato alla nascita di una bambina. Livia confessa di essersi accorta del tradimento troppo tardi, quando la figlia Dina era già nata. Preoccupato di tutelare sua figlia, Guglielmo vorrebbe che Leonardo si separasse dalla bambina nata dalla relazione [[adulterina]]. Livia respinge con decisione questa proposta sostenendo che la vera casa è dove vivono i figli e che il marito non rinuncerà alla piccola Dina. «Sì, la moglie, rappresentavo. Finché tu non l’hai messo al bivio: tra la moglie e la figlia. Se n’è andato dalla figlia, vedi».<ref> Ivi, p. 199</ref> «Io vedo me, babbo; quel che mi manca! Dove sono i figli è la casa! E qua, lui, figli non ne ha!».<ref> Ivi, p. 199</ref> Guglielmo, indignato, non accetta questa rassegnazione. Considera la figlia come «una barca senza vele» <ref> Ivi, p. 190</ref> e le propone di lasciare la casa coniugale e di tornare a vivere con lui; di fronte all'esitazione di Livia, esasperato annuncia che partirà da solo. L'arrivo di Cesare D'Albis introduce nuovamente il piano politico e professionale. Cerca Guglielmo per indurlo a recarsi dall'onorevole Ruvo, da poco eletto, così da garantire al giornale e a Leonardo una posizione più sicura. Guglielmo rifiuta di intervenire negli affari del genero ed è deciso nel non congratularsi con l'onorevole. Quando Leonardo entra, il suocero conferma la sua scelta di partire da solo e abbandona la scena. D'Albis, rimasto con Leonardo, lo esorta a riconciliarsi con Guglielmo e a servirsi della sua influenza presso l'onorevole per salvaguardare la collaborazione con il giornale e assicurare al proprio lavoro una posizione stabile. Leonardo, già provato dalle difficoltà economiche e morali in cui si trova, rifiuta di assecondarlo; D'Albis irritato, lo avverte che, in tali condizioni, non potrà più garantirgli la collaborazione al giornale e si allontana, lasciandolo solo. Nel successivo confronto tra i coniugi, Leonardo ringrazia Livia per il silenzio con cui ha sopportato l’offesa e afferma che, finita la colpa, per lui resta soltanto il castigo di dover mantenere due nuclei familiari senza riuscire a provvedere pienamente né alla moglie né alla figlia. Livia, che non ha mai desiderato il ritorno del marito a prezzo dell’abbandono della bambina, indaga sul legame fra padre e figlia e lascia intravedere la possibilità che la bambina possa un giorno vivere con loro. L’ipotesi non si traduce però in una soluzione immediata: Livia rifiuta la prospettiva di una vita familiare sdoppiata, con il marito diviso fra lei e la figlia, e sostiene che in tali condizioni Leonardo non può continuare a vivere nella casa coniugale. Lo invita ad andarsene temporaneamente, chiedendo tempo per riflettere. Leonardo esce; Livia, rimasta sola, si abbandona al pianto. ===Atto III=== Il terzo atto è ambientato nella modesta abitazione di Elena, in una stanza povera e multiuso, dove la donna vive con la figlia Dina. Mentre cuce, Elena intrattiene la bambina raccontandole la scena di campagna che il padre le ha promesso di trasformare in gioco con alberelli, pecorelle e casette. Dina aspetta il ritorno di Leonardo, uscito con il pretesto di acquistare un giocattolo per lei. Alla porta, però, non si presenta Leonardo, ma Livia. L’ingresso della moglie legittima provoca dapprima smarrimento e sospetto in Elena, convinta che Livia sia stata mandata dal marito. Quando le due restano sole, Livia le spiega di essersi imposta quell’incontro non per conto di Leonardo, ma per rivolgersi direttamente a lei, dopo anni di silenzio e di accettazione passiva della situazione. Il discorso si sposta presto dalla rivalità tra moglie e amante alla responsabilità nei confronti della bambina. Livia riconosce di essere una moglie sterile e di aver compreso che, al di sopra del suo diritto di sposa tradita, sta il dovere di Leonardo verso la figlia che un’altra donna gli ha dato. Da quando è nata Dina, il problema riguarda prima di tutto il dovere degli adulti verso la bambina, non più le loro rivendicazioni personali. Nel suo discorso, la donna insiste sul fatto di aver già rinunciato per anni alle proprie prerogative di moglie, riconoscendo che la presenza della bambina impone a Leonardo un dovere prioritario. Per questo chiede a Elena un sacrificio estremo: affidare Dina al padre, così che la bambina sia riconosciuta legalmente, porti il cognome paterno e cresca in condizioni più sicure e socialmente rispettabili rispetto alla povertà della casa materna. In questa prospettiva, Livia presenta il futuro della bambina come il vero criterio della scelta, che dovrebbe prevalere sia sull’attaccamento esclusivo della madre sia sul risentimento della moglie tradita. Elena reagisce con un rifiuto assoluto. Rivendica la maternità in termini fisici e affettivi, ricordando la gravidanza, il parto, l’allattamento e gli anni di sacrificio vissuti nella miseria. A suo giudizio, nessun vantaggio sociale o materiale può compensare la separazione dalla figlia. Quando entra Leonardo, trova le due donne al culmine del confronto: Elena lo accusa di aver permesso quella visita e riferisce la proposta di Livia; Livia chiarisce di non pretendere il ritorno del marito come tale, ma di volerlo come padre al servizio del futuro della bambina. Leonardo, travolto dalla situazione, rifiuta l’idea di portare via Dina e invita Livia ad andarsene, dichiarando che la richiesta è impossibile da accettare. Livia, prendendo atto del rifiuto, afferma di essere disposta a restare sola, proprio perché ha riconosciuto che il dovere di Leonardo verso la figlia viene prima di ogni diritto coniugale. Se ne va, lasciando i due amanti di fronte alle conseguenze della loro scelta. Rimasti soli, Leonardo ed Elena si trovano in una situazione di stallo: Elena non sopporta la presenza stabile di Leonardo in casa, ma, allo stesso tempo, rifiuta di separarsi da Dina. Leonardo, per evitare lo scontro diretto, si concentra sulla bambina e sul nuovo giocattolo, una scatola che riproduce una piccola campagna in miniatura con alberi, pecore e casette e attraverso il gioco costruisce uno spazio chiuso in cui padre e figlia cercano di isolarsi dal conflitto degli adulti. Proprio questo gioco, però, accentua il senso di esclusione e di esasperazione di Elena che avverte il legame tra i due come una minaccia al proprio ruolo materno. La tensione raggiunge il culmine quando Elena, ormai sopraffatta, insiste affinché Leonardo se ne vada. L'uomo interpreta questa richiesta come una messa in discussione del suo rapporto con la figlia: se deve uscire dalla vita di Elena, intende farlo portando con sé Dina. Di fronte al rifiuto deciso della donna, assume un atteggiamento inflessibile e le impone di non ripetere più quell'ordine, dichiarando che resterà in casa finché la bambina continuerà a viverci. Nel finale, Elena, ormai allo stremo, tenta di mediare con una promessa: dice che un giorno, quando avrà la forza di convincersi che si tratta davvero del bene della figlia, sarà lei stessa a condurre Dina da Livia. Leonardo sostiene che la decisione non può essere rimandata indefinitamente e che il momento di scegliere è quello presente. Mentre Elena si allontana un istante nella stanza accanto per prendere almeno il cappellino della bambina, Leonardo approfitta di quell’intervallo per allontanarsi con Dina. Tornata in scena, Elena trova la stanza vuota, comprende immediatamente l’accaduto e si affaccia alla finestra cercando di seguire con lo sguardo la fuga del padre e della figlia. Non vedendo più nessuno, si volta, nota sul tavolino il giocattolo e, con in mano il cappellino che non ha fatto in tempo a mettere alla bambina, crolla in un pianto disperato. L’atto si chiude così sull’immagine di una madre annientata e di un nido distrutto, in cui la cosiddetta ragione degli altri si è imposta come necessità sociale e morale, ma al prezzo della completa sconfitta individuale di Elena.
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