Il canarino del N.15
Il canarino del 15 è una novella di Giovanni Verga, apparsa per la prima volta in rivista nel 1882 ("Domenica letteraria"), e successivamente pubblicata nel volume Per le vie nel 1883. La vicenda è ambientata in un caseggiato e ruota attorno alla figura di una bambina malata, Malia, soprannominata “il canarino del n. 15” per la sua fragilità fisica e la voce flebile, evocativa del canto dell’uccellino. La bambina diventa il centro silenzioso attorno a cui si muovono gli abitanti del caseggiato: vicini, donne e inquilini che osservano, commentano e partecipano marginalmente al dramma, senza che esso produca una reale solidarietà o un cambiamento concreto. Il dramma individuale della bambina resta confinato nello spazio domestico e si consuma nell’indifferenza generale, diventando emblema di una condizione sociale segnata dalla povertà, dalla rassegnazione e dall’assenza di riscatto. Fu una novella molto cara a Verga, tanto che, mentre egli era in viaggio per Parigi e Londra, in molte lettere chiede notizie sulla sua pubblicazione. Proprio a causa del viaggio, non potè rivederne le bozze: rientrato a Milano, in seguito a un carteggio con Capuana, al quale aveva chiesto di inviargliene una copia, esprime un giudizio positivo su di essa, rimpiangendo però di non aver avuto la possibilità di correggere le bozze.
- «Vidi il mio ultimo raccontino sulla tua Letteraria molto tempo dopo, e mi dolsi di non aver potuto correggere sulle bozze, come te ne avevo pregato. Alcuni difetti non mi saltano agli occhi che nello stampato» [1]
Storia filologica della novella
[edit]La novella “Il canarino del 15” è apparsa per la prima volta sulla rivista "Domenica letteraria" il 21 maggio 1882 (Riv1). Di questa novella è pervenuta parte di una redazione manoscritta (B.U.C., Ms. U. 239.157): tale manoscritto (sigl. α3) è costituito da tre fogli protocollo uso bollo (formato cm. 21x30,5) vergati con il solito inchiostro viola nel recto e nel verso di tutta la pagina, custoditi in un doppio foglio protocollo recante sulla prima facciata il titolo non autografo «Il canarino del N. 15»; i fogli, accompagnati da un foglietto (di cm. 6x8), presentano il seguente appunto: «Levate per Sapori (che le ha restituite al cav. Verga) le 2 cartelle (pp. 1 e 2) del Canarino N. 13 [sic] e p. 5 (Al veglione), sole esistenti in questo fascicolo». Mancano dunque le prime due pagine di α3: la numerazione indica che precedentemente l’ordine era diverso, infatti, nel primo dei fogli pervenutici le due pagine sono numerate «3» e «4» in alto a destra, mentre il recto del secondo foglio è numerato con un «5» sovrapposto ad un «8»; in inizio di pagina del recto del secondo foglio si leggono due righe di una precedente redazione (α2), poi abbandonata, mentre il verso di questa pagina, rimasta quasi intatta e riciclata, ha la numerazione «6»; il terzo foglio è numerato con un «7» e contiene il tratto finale della novella, nel suo verso, rovesciato rispetto al recto, si ritrova un altro tentativo di inizio della novella (sigl. α1) poi abbandonato e cancellato con tre righe verticali.
La novella venne poi adattata per il teatro con il titolo di “In portineria” e debuttò il 16 maggio 1885 a Milano, ma non ebbe un esito positivo: la novella, infatti, toccando tematiche quali le ipocrisie, i parossismi e le meschinità di quella classe borghese che tanto si vantava dell’illusorio progresso portato dalla Belle Époque, venne respinta proprio dalla stessa classe borghese, che reagì con irritazione a tale riflesso sul palco. Fu così che Verga venne pesantemente fischiato: In Portineria cadde nell’oblio e lo scrittore, amareggiato, scelse di tornare in Sicilia piuttosto che, come dichiarò lui stesso, fare il «cortigiano della folla». [2] Da una lettera che lo stesso Verga scrisse a Luigi Capuana il 25 maggio, circa dieci giorni dopo il fallimento teatrale, si evince: «Caro Luigi, come ti feci sapere per cartolina la mia commedia fece un gran fiascone al Manzoni prima che avessi avuto il tempo di ricopiarla e mandartela perché tu l’avessi letta. Ho ritirato il copione; non voglio che si trascini qui e là in altri tentativi più o meno falliti prima che io l’abbia riletta a mente fredda fra qualche mese per vedere se è proprio da buttare nel fuoco, oppure se devo tentare un altro esperimento» [3]. Pochi giorni dopo, il 5 giugno, Verga scrisse nuovamente: «In portineria è venuta così perché così l’ho voluta. Ho voluto che il dramma fosse intimo rigorosamente, tutto a sfumature d’interpretazione, come succede realmente nella vita; ed era in questo senso, un altro passo nella ricerca del vero. Il quadro (il riferimento è a Cavalleria Rusticana e alle storie con sfondo agreste, ndr) cambiava, ma l’intendimento era il medesimo proporre di ritrarre un’altra faccia della vita popolare: fare per la gente minuta della Città quello che avevo fatto per i contadini siciliani»[4].
Il 7 giugno dello stesso anno venne riproposta nell’"Illustrazione popolare" (Riv2). Il testo di Riv2 differisce solo per alcuni piccoli particolari da Tr.
Trama
[edit]La novella ruota attorno a Malia, figlia di un portinaio, soprannominata “il canarino del N.15” per la sua fragilità e per l’immagine che ne hanno i vicini: rinchiusa al buio della portineria, paralizzata e incapace di muoversi liberamente, Malia si affaccia alla finestra e osserva la vita che scorre nella strada. Ai vicini, la sua figura, minuta e silenziosa, ricorda quella di un piccolo canarino appollaiato: un essere fragile, quasi insignificante, che passa inosservato. Attraverso la finestra, Malia assiste agli avvenimenti del palazzo e della città, ma il mondo esterno non si accorge della sua presenza. La protagonista vive così in un isolamento fisico e simbolico, separata dal resto della comunità, in un microcosmo fatto di dolore e silenzio. A contrasto con Malia, la sorella Gilda è rappresentata come una giovane antipatica, vanitosa e viziata, totalmente opposta alla sorella: spensierata, egoista e concentrata sui propri desideri. Gilda è fidanzata con Carlini, un operaio onesto, semplice e innamorato di lei. Malia, pur confinata e impotente, se ne innamora segretamente, sviluppando un amore silenzioso e tormentato verso Carlini, che resta per lei irraggiungibile. La situazione precipita quando Gilda, spinta dal desiderio di sistemarsi economicamente, abbandona Carlini per sposare un uomo più ricco che possa soddisfare i suoi capricci. La scelta della sorella provoca grande dolore: il padre e Carlini, distrutti dall’accaduto, si rifugiano nell’alcol e iniziano a bere insieme all’osteria, incapaci di affrontare il vuoto lasciato da Gilda.
In un momento drammatico, Carlini, ubriaco, bacia Malia sulla bocca. La ragazza non comprende il motivo del gesto, ma ne rimane consumata: l’amore per Carlini diventa un fuoco distruttivo, un sentimento travolgente che la porta lentamente alla morte.
Solo dopo la morte di Malia la famiglia realizza quanto fosse in realtà l’elemento coesivo della famiglia, silenziosa ma indispensabile. La sua scomparsa lascia un vuoto che porta alla disgregazione definitiva dei legami familiari, simbolo di una realtà crudele in cui la fragilità e il sacrificio delle persone più deboli vengono ignorati fino all’estremo.
- «Così la poveretta passò senza che se ne accorgessero e i vicini dissero che era morta proprio come un canarino»[5]
Personaggi
[edit]- Malia: protagonista, la figlia dei portinai dello stabile n. 15, una povera ragazza rachitica, è lasciata nel bugigattolo buio della portineria, vicino alla finestra, come un canarino in gabbia;
- Gilda: sorella di Malia, ragazza vanitosa, viziata e antipatica. Fidanzata inizialmente con Carlini, lo abbandona per sposare un uomo più ricco, mettendo in crisi la famiglia;
- Carlini: tipografo, fidanzato di Gilda, persona onesta ma emotivamente debole che si rovina inutilmente per la ragazza;
- Il padre di Malia e Gilda: portinaio; subisce il peso della malattia della figlia e l’egoismo di Gilda;
- La madre di Malia e Gilda: figura marginale; rappresenta la routine familiare e la fragilità del nucleo domestico, che crolla con la morte di Malia.
Come spesso accade nelle novelle di Verga, gli altri vicini o inquilini del caseggiato non hanno nomi propri e appaiono come figure collettive, che osservano e commentano la bambina e la famiglia senza intervenire, enfatizzando il tema dell’indifferenza sociale.
Bibliografia
[edit]G. Verga, Per le vie, edizione critica a cura di R. Morabito, Firenze, Le Monnier, 2003.
G. Verga, Novelle, a cura di A. Marchese, Torino, Società editrice internazionale, 1994.
Sitografia
[edit]https://www.sicilianpost.it/anche-i-grandi-piangono-quella-volta-che-verga-venne-fischiato-a-teatro/
Note
[edit]- ↑ G. Verga, Per le vie, edizione critica a cura di R. Morabito, Firenze, Le Monnier, 2003, p. XXIV
- ↑ https://www.sicilianpost.it/anche-i-grandi-piangono-quella-volta-che-verga-venne-fischiato-a-teatro/
- ↑ Ibidem
- ↑ Ibidem
- ↑ G. Verga, Novelle, a cura di A. Marchese, Torino, Società editrice internazionale, 1994, p. 252