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Il Turno

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Il Turno, definito da Luigi Pirandello nella Lettera autobiografica del 1909 «romanzetto comico-umoristico»[1], è ambientato nella Sicilia post-unitaria (tra fine Ottocento e inizio Novecento)[2].

Il Turno
Autore Luigi Pirandello
Genere letterario Romanzo
Edizione princeps Giannotta, 1902
Lingua Italiano
Ambientazione Sicilia rurale, tra fine '800 e inizi '900
Protagonisti Marcantonio Ravì, Don Diego Alcozèr, Stellina Ravì, Pepè Alletto, Ciro Coppa
Altri personaggi Filomena Alletto, Marco Salvo, Donna Bettina, Luca Borrani, Geraldo D'Ambrosio, Nocio Tucciarello, Mommino Garofalo, Totò Salvo, Rosaria, Tina Mèndola

L’opera venne pubblicata a Catania nel 1902 dall’editore Giannotta che la inserì nella collana «Semprevivi. Biblioteca popolare contemporanea». Il romanzo, la cui stesura iniziò nel 1895, non fu uno dei più noti dell’opera pirandelliana, probabilmente per via della sua forma, infatti lo stesso autore lo definisce «un romanzo breve o racconto lungo»[3] . Tuttavia il romanzo permette di trarre degli spunti, riflettendo i meccanismi sociali che presiedevano alla formazione dei matrimoni, in cui forte era l’incidenza della sfera economica .

Ambientazione

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Il romanzo è ambientato nella Sicilia postunitaria di fine Ottocento, caratterizzata dal sistema di valori fondato sul matrimonio come strumento di stabilità economica e di ascesa sociale[4]. La localizzazione non è per nulla casuale infatti la vicenda rispecchia perfettamente la mentalità e i comportamenti tipici della società medio-borghese siciliana.

La storia si svolge nei pressi di Girgenti, l’attuale Agrigento anche se non viene descritta direttamente dall’autore che preferisce, invece, concentrarsi sul carattere dei personaggi, mettendo da parte la componente paesaggistica (fatta eccezione della breve descrizione dei templi visitati durante la passeggiata di Stellina e Don Diego). Lo spazio narrativo è domestico e cittadino infatti le vicende si svolgono nelle case private, lungo le strade del paese, negli ambienti borghesi, evidenziando il contesto quotidiano in cui si inserisce la mentalità utilitaristica su cui su fonda il romanzo[5].

Pirandello evidenzia la ridotta capacità dell’istituzione matrimoniale di raggiungere lo scopo sociale prefissato, il beneficio economico, infatti il matrimonio di Stellina con Don Diego appare fallimentare[6].

Trama

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Il romanzo prende avvio dalla decisione di Marcantonio Ravì di far sposare la figlia Stellina con Don Diego Alcozér, un settantenne con alle spalle quattro matrimoni. La decisione sin da subito non riscontra un consenso popolare, sebbene il progetto, secondo il signor Ravì, porterebbe la figlia ad acquisire un benessere economico, con la possibilità per Pepé Alletto, spasimante di Stellina, di ottenere in futuro la sua mano. Malgrado l’opposizione della figlia alla scelta del padre, le nozze vengono organizzate speditamente in casa Ravì. La festa, tuttavia, si rivela presto essere un fiasco: Stellina scoppia in lacrime in seguito all’incidentale caduta di qualche goccia di rosolio dal bicchiere offertole da Don Diego e Pepé Alletto, a causa di un contrasto con Luca Borrani, è costretto a sfidarsi con lui a duello nei giorni seguenti. Nonostante il tentativo da parte di Marcantonio Ravì di far desistere Pepé dalla scelta di affrontare il signor Borrani, con l’aiuto del cognato Ciro Coppa e dei padrini da lui scelti, Gerlando D’Ambrosio e Nocio Tucciarello, la sfida viene compiuta. L’esito si rivela però tragico: Don Pepé, in seguito ad una ferita riportata dalla spalla sinistra fino al fianco destro, è costretto ad un periodo di infermità, durante il quale la sorella Filomena, moglie di Ciro Coppa, muore.

Dopo la guarigione, Pepé Alletto cerca nuovamente di riconquistare l’amore di Stellina, frequentando la casa di Don Alcozér, dove viene accolto calorosamente da Fifo, Mommino Garofalo e Totò Salvo, a differenza della freddezza mostrata invece da Mauro Salvo, segretamente innamorato di Stellina. La comitiva decide un giorno di organizzare una gita ai Templi, durante la quale scoppia però un temporale, che si rivelerà quasi fatale per uno dei protagonisti: a causa del freddo e della pioggia, Don Diego Alcozér verrà infatti colpito da una grave polmonite. L’evento tragico viene tuttavia accolto con gioia da Pepé Alletto, che durante il periodo di convalescenza dell’uomo, crede finalmente possibile realizzare il proprio desiderio d’amore, unendosi a Stellina. Quest’ultimo verrà tuttavia ostacolato da Mauro Salvo che, mosso dalla gelosia, proibisce a Don Pepé di frequentare la casa dell’Alcozér, minacciandolo di tendergli un misfatto insieme alla sua comitiva. Pepé Alletto, indeciso sul da farsi, decide per la seconda volta di chiedere aiuto al cognato Ciro Coppa, che lo spinge nuovamente a recarsi a casa di Stellina in sua compagnia, scegliendo di affrontare le intimidazioni e mettere da parte l’inettitudine. L’avvocato, venuto a conoscenza della sventurata condizione di Stellina, vittima di un matrimonio combinato dal padre per accrescere il prestigio del proprio nome, propone l’annullamento delle nozze. La procedura, realizzabile secondo le conoscenze giuridiche di Ciro Coppa, non solo permetterebbe a Stellina di riguadagnare la propria libertà, ma garantirebbe all’avvocato di riavere una presenza femminile nella propria casa, assente a partire dalla morte della moglie Filomena. Stellina, nonostante il disappunto del padre, accetta il piano del Coppa e decide di risiedere temporaneamente nel Collegio di Sant’Anna, sotto la protezione della sorella di Ciro, Rosaria. Pepé Alletto, nella sua ingenuità, interpreta l’azione del cognato come un aiuto amichevole, volto a favorire il suo futuro con Stellina; tuttavia, scoprirà ben presto che Ciro Coppa ha agito egoisticamente secondo i propri interessi, istituendo un processo contro Marcantonio Ravì, accusato di aver sacrificato la figlia al “dio Mammone”, col fine di ottenere la mano della figlia . Proprio la condivisione di un medesima condizione di sconfitta, permette a Don Pepé, Don Diego e Marcantonio Ravì di riconciliare i propri rapporti, rafforzati da un odio comune nei confronti di Ciro Coppa.

Tuttavia, è proprio nella conclusione del romanzo che i vinti riusciranno dopo le numerose sventure ad avere la meglio: Don Diego progetta il suo sesto matrimonio con Tina Mèndola; mentre a Pepé toccherà finalmente il proprio “turno” nella realizzazione del proprio sogno d’amore con Stellina, una volta sopraggiunto il delirio per il cognato[7].

Tradizione testuale

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Genesi dell'opera

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Frontespizio de Il Turno, Giannotta, 1902

La prima edizione del romanzo venne pubblicata a Catania nel 1902 e venne inserita dall’editore Giannotta nella collana «Semprevivi. Biblioteca popolare contemporanea»[8] .

Il testo della princeps è preceduto dalla dedica alla moglie Maria Antonietta Portulano: «Buona siesta, Nietta mia!», non presente già a partire dall’edizione del 1915, pubblicata dalla casa editrice Madella di Sesto San Giovanni.

Frontespizio de Il Turno, Bemporad, 1929

Il testo a stampa prende come riferimento la lezione del 1902, senza emendare gli errori commessi da Giannotta[9].

Frontespizio de Il Turno, Fratelli Treves, 1915

Nella terza edizione, pubblicata nello stesso anno, Il Turno è affiancato dalla novella Lontano. L'editore Treves ha scelto di inserire una premessa al posto della precedente dedica alla moglie, in cui l'autore, presentando le due opere, sottolinea come, nonostante le loro differenze tematiche, esista una certa concordanza dal punto di vista spaziale e cronologico, aggiungendo di non aver voluto modificare i due racconti. L'autore conclude la premessa interrogandosi se, pur essendo legate alla sua produzione giovanile, queste opere possano in futuro acquisire una maggiore considerazione rispetto ai suoi lavori più maturi[10].

Anche la quarta edizione, pubblicata da Quattrini nel 1920, presenta il testo nella forma originale, senza alcun tipo di correzione o indagine sull’evoluzione linguistica dalla princeps alla ne varietur, per cui la sua utilità è piuttosto limitata[11].

Un primo tracciato linguistico viene riportato nell’edizione Bemporad del 1929 che mostra in forma inedita le coordinate cronotopiche, seppur aleatorie, relative alla stesura del romanzo: «Roma, 1895». Si tratta di un indizio contenuto in una lettera di Pirandello, datata nel 1895 e indirizzata alla famiglia, in cui afferma di essere vicino alla conclusione del romanzo. È importante sottolineare il ritrovamento di numerosi spunti e materiali avantestuali, a cui l’autore ha attinto in fase di revisione, concentrandosi, principalmente, sull’aspetto linguistico[12] .

Uno sguardo filologico

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Il romanzo viene tramandato attraverso una tradizione d’autore che si articola in tre testimoni principali: G (princeps, cioè la prima stesura), T (redazione intermedia che rappresenta una fase di transizione del testo) e B (detta ne varietur poiché indica l’ultima volontà dell’autore). Dal punto di vista filologico, B costituisce il testimone di riferimento, mentre G e T sono i testimoni generici utili a ricostruire il processo creativo, la poetica e le scelte di censura o maturazione. La tradizione testuale de Il Turno è di particolare rilievo poichè rientra nell'ambito della filologia d'autore: Pirandello, infatti, riscrive più volte lo stesso testo, intervenendo con soppressioni, aggiunte, riscritture e spostamenti semantici e stilistici[13].

Testimone Status filologico Funzione
G Princeps/ prima stesura Documenti della fase espansiva e sperimentale
T Redazione intermedia Testo di transizione che corrisponde all'edizione pubblicata da Treves
B Ne varietur Edizione Bemporad che indica l'ultima volontà dell'autore

Lo studio comparativo delle diverse edizioni de Il Turno mette in evidenza una dinamica testuale caratterizzata da alcune tensioni interne: le aggiunte infatti risultano già operanti nell’edizione Treves, mentre le soppressioni vengono attuate solo nella versione definitiva. I risultati prodotti dall’analisi, però, appaiono in evidente conflitto con le affermazioni fatte dall’autore all’interno della nota all’edizione Treves, in cui dichiarava:

«[…] Non ho voluto affatto ritoccare questi racconti per non sciupare quello che m’è sembrato il loro pregio più vivo: la schietta vivacità della rappresentazione, al tutto aliena d’ogni iniziazione letteraria. […]»[14]

  • Nella prima versione del romanzo, G, il linguaggio appare più letterario, ricco di arcaismi, toscanismi e forme dialettali mentre, dal punto di vista narrativo, l'impiego del discorso indiretto libero, del monologo interiore di commenti del narratore, contribuiscono a restituire al romanzo una densità espressiva e introspettiva.
  • La versione intermedia, T, rappresenta un vero e proprio laboratorio correttorio; in essa sono contenute le soluzioni adottate nella princeps, corrette o attenuate sul piano lessicale e morfosintattico.
  • L'ultima versione autorizzata dall'autore, la ne varietur (B) rappresenta il punto di arrivo del processo revisionale; in essa emerge la linea dominante seguita da Pirandello: semplificazione e chiarificazione. L'enfasi letteraria viene ridotta in favore di una prosa stilisticamente neutra e un registro medio. La gerarchia filologica generalmente condivisa dalla critica è la seguente: B>T>G[15]

Un esame puntuale mostra che le integrazioni più importanti riguardano il personaggio di donna Bettina, con l’obiettivo di conferirle una maggiore centralità narrativa; gli altri interventi aggiuntivi, invece, svolgono una funzione esplicativa, manifestando apertamente i pensieri e le emozioni dei personaggi, talvolta, però, con il rischio di appiattirne la complessità psicologica. Gli interventi che caratterizzano l’edizione definitiva appaiono legati ad un rinnovamento linguistico: vengono diminuiti gli arcaismi e le ridondanze di matrice letteraria, vengono eliminati i tratti regionali e dialettali, restituendo alla prosa una vicinanza all’uso comune. Pirandello, infatti, sembra cercare una sintesi tra tradizione locale e lingua letteraria, evitando tanto l’eccesso di colore quanto la contaminazione artificiosa delle forme[16].

Nella revisione finale del romanzo, avvenuta alla fine degli anni Venti, l’autore decide di ridurre le riflessioni interiori dei personaggi, cancellando alcune descrizioni fisiognomiche e psicosomatiche, muovendosi in direzione opposta rispetto a quella del 1915. Questo “cambio di rotta” riflette da una parte, come osserva Sichera, la maggiore incisività del testo della princeps, dall’altro, però, evidenzia la necessità di arrivare ad una più stretta corrispondenza tra parola e realtà, in cui il linguaggio assume un vero e proprio valore simbolico. Pirandello, infatti, è alla costante ricerca di un equilibrio che non rappresenta soltanto una scelta stilistica o filologica, ma riguarda, soprattutto, la volontà dell’autore di esprimere il suo messaggio con chiarezza e fruibilità. Come afferma Giustino Ferri, nonostante i mutamenti testuali avvenuti nel processo di stesura e revisione dell’opera, il romanzo conserva un’identità stilistica inconfondibile, capace di distanziarsi dai modelli veristi siciliani e di orientarsi verso una distesa osservazione della quotidianità[17].

Personaggi

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  • Marcantonio Ravì

È il padre di Stellina. Viene descritto come un bonaccione, di grossa statura, con la testa rasata e con un volto «sanguigno», segno di vitalità, ma anche di rozzezza. Ad accentuare la pesantezza fisica sono le gambe tozze, sproporzionate rispetto al resto del corpo, e del pancione, dettagli capaci di rendere il suo passo oscillante e incerto. Don Marcantonio era solito parlare a voce alta e fare larghi gesti, il che lo rendeva rude e grezzo agli occhi della gente. La descrizione fisica che Pirandello fa del personaggio è perfettamente in linea con il carattere morale: Marcantonio rappresenta l’emblema di una personalità semplice, istintiva e profondamente conformista. Il suo carattere si contraddistingue per una reale generosità d’animo accompagnata dall’inclinazione alla comodità e all’assenza di conflitti: il Ravì tende ad assecondare gli eventi, non a dominarli, scegliendo ciò che appare più vantaggioso. Lui impone alla figlia di sposare Don Diego, nonostante la disapprovazione di tutti, perché pensa ad un ipotetico futuro in cui, alla morte del marito, Stellina erediterà tutta la sua fortuna. È un uomo che accetta il ruolo che la società gli riserva, muovendosi entro schemi prestabiliti, ma non è “cattivo”, è moralmente inconsapevole, incapace di guardare oltre il proprio benessere immediato. La sua mentalità è pratica e materiale infatti riduce i rapporti umani a rapporti di convenienza.

Pirandello riesce a tratteggiare con ironia il carattere del personaggio, conciliando perfettamente la sua pesantezza fisica con la sua pesantezza interiore, legata all’impossibilità di muoversi non solo all’interno dello spazio, ma anche nel pensiero. Marcantonio Ravì è un personaggio perfettamente inserito nel mondo di convenzioni e automatismi che Pirandello evidenzia ne Il Turno.

  • Don Diego Alcozèr
Scena tratta dal film Il Turno, ispirato al romanzo di Pirandello, 1981

È l’uomo che viene scelto da Marcantonio Ravì per sua figlia. Pirandello mette subito in evidenza l’età, settantadue anni, ed i diversi matrimoni già alle spalle del personaggio, in modo da accentuare maggiormente la sua vecchiaia rispetto alla giovane sposa. Don Diego viene mostrato come un uomo piccolo e fragile, con un’andatura leggera, ricco, attento alla propria immagine: l’unica ciocca di capelli rimasta appare ben curata e sistemata con attenzione per nascondere la calvizie, ha gli occhi piccoli e acquosi (simbolo di invecchiamento e fragilità), gli abiti appartenevano alla moda di almeno vent’anni prima, ma apparivano in buone condizioni. La fragilità messa in luce nella descrizione si oppone al ricordo della sua giovinezza: Don Diego era un uomo affascinante ed un gran conquistatore, esperto spadaccino, ballerino, colto e raffinato, capace di parlare il latino; ha sempre amato la compagnia, rifiutando la solitudine e cercando di godere dei piaceri della vita fino all’ultimo (è per questo che ha avuto diverse mogli), in linea con la filosofia epicurea. Don Diego rappresenta l’emblema del fascino e della galanteria di un’epoca passata; il contrasto tra passato e presente suscita nel lettore una combinazione di simpatia, nostalgia e comicità lieve. L’uomo cerca, attraverso il matrimonio con Stellina, di assicurarsi la presenza di giovani attorno a sé, continuando la sua vita galante, risultano, però, vittima del proprio orgoglio e della propria vanità.

L’autore, tramite la rappresentazione del personaggio, mette in evidenza la differenza tra apparenza e realtà, mostrando come la memoria dei tempi passati e l’attaccamento ai piaceri giovanili mettono in evidenza una forma di comicità malinconica, capace di suscitare nel lettore riso e pietà. Don Diego è il simbolo della solitudine dell’uomo di fronte al tempo, che Pirandello usa per riflettere sui limiti della volontà umana e sulla fragilità delle illusioni. Leonardo Sciascia si propone di descrivere il personaggio all'interno dell'Alfabeto pirandelliano, evidenziando l'importanza dell'onomastica:

«ALCOZÈR. Don Diego Alcozèr: il vecchietto esile e tossicoloso, ma di spirito epicureo ed oraziano, che ha seppellito quattro mogli, ne prende una quinta giovanissima, se ne scioglie per sposarne altra non meno giovane. Sereno ragionatore, ma notturna preda dei fantasmi delle quattro mogli. [...] ma ora vogliamo solo fermarci al nome - Alcozèr - come a campione dell'onomastica pirandelliana, con non minor cura trascelta di quella manzoniana: a dar senso del tempo e del luogo, a riverberarvi carattere e condizione dei personaggi. E Alcozèr si ha dapprima l'impressione sia nome trovato, nel ricordo di quel Giovanni Alcozèr, poeta siciliano di cui si hanno vaghe notizie, a dare qualche riflesso di don giovannismo a, personaggio (e gli si accompagna il Diego per ispanizzante suggestione); impressione che si allontana, ma non svanisce, se sfogliamo l'elenco telefonico di Agrigento, e dove di Alcozèr ne troviamo cinque, e uno che addirittura abita in un palazzo chiamato Mendola: nome di altro personaggio del Turno, donna Carmela Mendola: quella che si erge a teste d'accusa contro il Ravì, colpevole di avere imposto alla figlia Stellina il matrimonio con don Diego e poi pronta ad offrirgli, per le seste nozze, la propria figlia, coetanea ed amica di Stellina. Nell'elenco telefonico di Agrigento e provincia è possibile, insomma, spigolare la maggior parte dei nomi che Pirandello dà ai suoi personaggi: nomi, come si è detto, che quasi sempre hanno una sottile ragione»[18]
  • Stellina Ravì

È una giovane donna di diciott’anni bella, semplice e genuina, con i capelli biondi, il collo alto, il viso leggiadro e gli occhi azzurri; è minuta, delicata e innocente. La descrizione fisica della ragazza contribuisce ad evidenziare la differenza d’età con il marito, Diego, accentuando il divario tra i due e sottolineando il dualismo tra apparenza e realtà, vecchiaia e vigore, esperienza e ingenuità. Stellina è curiosa, non ha malizia e agisce secondo i suoi desideri, entrando, spesso, in conflitto con il padre. Non vorrebbe accettare Don Diego come marito, ma alla fine deve sottomettersi al volere di Marcantonio, continuando, però, a mostrare il suo malcontento. La giovane donna è al centro della trama matrimoniale del “turno” e il suo matrimonio con Don Diego è una pura convenzione sociale, utile a mettere in luce le differenze dei due sposi e, di conseguenza, i temi pirandelliani: il tempo, la vanità, l’inganno delle apparenze, il desiderio di perpetuare la vita e i piaceri giovanili.

  • Pepè Alletto

È un giovane nobile, ma ormai in povertà, a cui piace Stellina, ma non è nella condizione di potersi sposare. Vive solo con la madre perché il padre, in pochi anni, dopo aver dissipato tutto il patrimonio, morì di crepacuore. Pepè è un giovane vigoroso, sano ed attraente: passava diverse ore davanti allo specchio a sistemarsi la barba, i capelli, scegliendo i vestiti più appropriati e cercando di apparire più ricco di quanto, in realtà, fosse. La sua passione era la musica; egli aveva un talento che lo portava a suonare semplicemente andando “ad orecchio”, semplicemente ascoltando e provando a replicare il suono in maniera corretta. La presenza di questo personaggio è funzionale alla contrapposizione con Don Diego: il giovane, infatti, incarna l’energia, la vitalità, il desiderio, apparendo giovane ed in forze, a differenza del vecchio marito, descritto come fragile e in decadenza. Pepè è passionale, sincero e impulsivo, ma è il vero “perdente” della storia e rappresenta la forza dei giovani di fronte alle decisioni degli adulti: il giovane subisce la logica del “turno”, sacrificando i suoi desideri giovanili, in favore degli accordi presi tra le famiglie. Pirandello, tramite questo personaggio, riesce a mostrare apertamente la tensione tra amore autentico ed interesse sociale, creando una tragedia comica in cui la gioventù si scontra con la vanità delle illusioni degli anziani.

  • Ciro Coppa
Scena tratta dal film Il Turno, ispirato al romanzo di Pirandello, 1981

È il cognato di Pepè Alletto, avvocato, descritto come un uomo massiccio e di corporatura tozza, con le spalle ed il petto grandi, tali da farlo sembrare più basso di quanto sia realmente, e il collo robusto che rafforza l’immagine primitiva dell’uomo. Il volto è scuro, energico e deciso e la barba, riccia e folta accentua maggiormente il carattere virile ed aggressivo del personaggio; gli occhi neri trasmettono la costante tensione interiore e la fronte, ampliata da calvizie iniziale, suggerisce l’età adulta di Ciro. Era solito camminare tenendo una mano in tasca e con l’altra, teneva un frustino, simbolo del dominio e dell’autorità che voleva accentuare agli occhi degli altri. Pirandello si concentra attivamente sulla descrizione fisica dei suoi personaggi, in modo da anticiparne la personalità e guidare il lettore nello svolgimento della storia. Ciro Coppa è un personaggio attivo, con un temperamento energico e istintivo; è sicuro di sé, incline al comando e, spesso, prepotente. Il frustino che impugna è un simbolo del dominio che rivela un atteggiamento, quasi sadico, di esercitare la propria autorità, soprattutto nei rapporti familiari. Già dall’iniziale descrizione, l’autore lascia trasparire una profonda inquietudine che lacera l’animo di Ciro, timoroso del trascorrere del tempo. Ciro Coppa è una figura importante nel romanzo perché rappresenta il “padre-padrone”, l’autorità oppressiva che crede di poter dominare la vita, ma che, in realtà, ne rimane imprigionato.

  • Donna Bettina

È la madre di Pepè Alletto che Pirandello descrive in modo molto dettagliato. Viene presentata sulla scena mentre svolge le faccende domestiche, ormai consapevole della degradazione della sua condizione; è minuta, con una grande treccia finta posta sul capo e intrecciata con i suoi capelli color nocciola che, uniti ai pochi fili argentei posti intorno alla fronte, vengono tenuti da un pizzo nero ricamato. Le sue mani sono piccole, bianche, protette da guanti senza dita, che evidenziano il passato aristocratico così come lo scialle di seta nera. Il volto ormai evidenzia gli anni trascorsi e cela la bellezza di un tempo in cui la sua vita era totalmente diversa: gli occhiali con montatura d’oro ricordano l’identità nobile che la donna si rifiuta di abbandonare. Un tempo si era invaghito di lei Diego Alcozèr, ma lei si sposò, giovanissima, con don Gerardo Aletto e rimasero insieme per trent’anni, separati, nonostante le varie umiliazioni subite, soltanto dalla morte dell’uomo. Donna Bettina incarna la dignità stoica, ormai vista come strategia di sopravvivenza, subendo la povertà e la solitudine; il suo comportamento rivela un attaccamento alla maschera sociale dell’aristocrazia infatti continua a difendere l’identità passata. La donna, a differenza di Ciro Coppa, non domina, ma sopporta, resiste; rappresenta una nobiltà svuotata, permettendo a Pirandello di mostrare come la maschera sociale, a volte, possa diventare l’unico rifugio contro il caos della vita.

  • Mauro Salvo

È il “rivale in amore” di Pepè, innamorato segretamente di Stellina, un giovane che non mostra caratteristiche fisiche particolari. Le sue azioni, o meglio, il suo adattamento, mettono in luce una personalità vuota, che non entra in conflitto con la realtà. A differenza di Pepè, costretto a subire il meccanismo del “turno”, Mauro Salvo è un personaggio che occupa lo spazio che gli viene concesso, senza mai spezzarsi.

  • Filomena Alletto

È la moglie di Ciro Coppa e la sorella di Pepè. La sua presenza è molto discreta e silenziosa; è una donna abituata ad obbedire, a subire e non impone la sua volontà, trovandosi, quindi, tra due forze opposte: l’autorità del marito e la debolezza del fratello. Pirandello, tramite la rappresentazione di Filomena, evidenzia la condizione della donna che, all’interno del contesto sociale, viene ridotta ad oggetto di scambio e possesso. La passività del personaggio persiste anche nella descrizione della sua morte; Pirandello non costruisce attorno alla figura della donna una morte drammatica o spettacolare, ma si limita a collocarla nella sua continuità: la sua scomparsa avviene nel silenzio e nella discrezione, così com’era stata la sua vita[19].

Temi

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L’opera di Pirandello mostra la presenza di un’ingente quantità di legami legati alla contraddizione tra razionalità e caso, alla violenza delle convenzioni e l’elaborazione del riso, con l’obiettivo di rivelare la verità posta dietro alle illusioni dei personaggi.

  • Il dominio della morte: il romanzo pone come fondamento il progetto matrimoniale di Marcantonio Ravì volto al benessere della figlia infatti, sin dalle prime battute, la logica materialistica, priva di morale, che caratterizza il personaggio viene subito messa in rilievo: «Bisogna sposare un vecchio…e quanti più soldi ha, meglio è» [20]. Gli ideali e i sentimenti sono subordinati al denaro, alla logica calcolatrice che tende a ridurre persino la morte ad una variabile prevedibile o meglio auspicabile[21]. Nonostante il giudizio dei paesani, il Ravì continua a difendere il proprio ragionamento, credendo che con la sola logica fosse in grado di governare il destino (le vicende future, infatti, non si risolveranno come previsto).
  • La prigionia del matrimonio: la giovane protagonista, Stellina, già nella parte iniziale del romanzo, appare intrappolata nel matrimonio organizzato dal padre con Don Diego. L’unione matrimoniale [22] vista come prigionia è uno dei temi che Giancarlo Mazzacurati evidenzia per dimostrare come in numerose opere di Pirandello, l’autore inserisca il protagonista della vicenda già intrappolato nel contesto sociale[23]. Se Stellina decide di ribellarsi alle disposizioni del padre, Filomena Alletto, invece, accetta il matrimonio estremamente costrittivo con Ciro Coppa in favore di un vantaggio economico, portando la donna ad una condizione di isolamento estremo [24], causata dalla gelosia del marito[25].
  • L’angoscia della solitudine: Don Diego, invece, agisce in maniera diversa; il suo matrimonio con Stellina (il quinto per lui) non è legato alla dinamica del benessere economico, ma dalla paura della solitudine. Questa unione, per l’anziano personaggio, rappresenta una ricerca di compagnia e conforto che ritrova nella gioventù, fuggendo, così, dalla morte.
  • L’ingenuità: Pepè Alletto è inevitabilmente inserito nelle logiche materialistiche della modernità e viene rappresentato con una forte sensibilità e bisogno di rifugio interiore (la musica). Il forte contrasto con le personalità forti di Marcantonio Ravì e di Ciro Coppa evidenziano la fragilità del giovane personaggio, amplificata dall’assenza della figura paterna e dal controllo della madre, Bettina, che lo rendono facilmente manipolabile. Pepè Alletto appare come un ragazzo ingenuo che reagisce, ma non decide (infatti viene trascinato nel progetto matrimoniale), evidenziando il forte conflitto interiore: da una parte la forza sociale, dall’altra l’angoscia interiore.
  • Critica alla società borghese: Pirandello mette in luce l’ipocrisia della classe borghese, dominata dall’interesse economico, dalle convenzioni e dal tornaconto personale, mostrando come i personaggi si allontanino progressivamente dalla verità e indossino una machera sociale.

Il riso si manifesta proprio dalla contraddizione tra i piani razionali del Ravì e l’imprevedibilità: ai progetti matrimoniali del padre si oppone costantemente il caso: «Questa, che pareva un leone, eccolo qua: morto! E quel vecchiaccio, sano e pieno di vita!»[26]. Il meccanismo del riso si manifesta in forme differenti: il grottesco, utile a deridere l’illusione di controllo del Ravì; il riso amaro, nato dalla consapevolezza dei personaggi come Pepè e Stellina della delusione che arriverà quando le aspettative si confronteranno con la realtà[27]

Questo argomento viene spesso ripreso dall’autore in altre opere brevi, I racconti della stanza chiusa, in particolare La carriola (1917) e La casa dell’agonia (1935); in entrambi i testi viene evidenziata la contrapposizione tra la volontà individuale e il caso, tra le norme sociali e l’imprevedibilità delle vicende. Il riso, infatti, si manifesta come critica, rivelando questo paradosso ed evidenziando l’inadeguata condizione dell’uomo di fronte al mondo[28].

"Romanzo", "novella" o "racconto"?

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All’interno della piccola autobiografia, scritta per il periodico romano «Le lettere» tra il 1912 e il 1913 e pubblicata nel 1924, Luigi Pirandello definiva Il Turno un «romanzetto comico-umoristico d'argomento siciliano»[29] , l’unica delle sue opere narrative ad essere riconosciute con tale diminutivo, probabilmente anche per l’estensione limitata del libro. Già a partire dall’edizione del 1915, pubblicata presso i Fratelli Treves, all’interno della premessa, l’autore utilizza tuttavia il termine “racconti”, per motivare le proprie scelte editoriali legate alla ripubblicazione delle sue due opere giovanili, Il Turno e Lontano :

«Ripubblico intatti, dopo tanti anni, questi due racconti scritti nella prima giovinezza […]. Non ho voluto affatto ritoccare questi racconti per non sciupare quello che m’è sembrato il loro pregio più vivo […]. E chi sa - ho pensato – se un giorno questi due racconti, segnatamente il secondo Lontano non appariranno, almeno per certi aspetti, assai più degni di considerazione di tanti altri miei lavori più maturi e ambiziosi...»[30]

D’altra parte, il termine racconto è stato spesso utilizzato per sostituire genericamente in età moderna il termine novella; anche se, alcuni autori, come Luigi Pirandello e Giovanni Verga, hanno comunque continuato a definire alcune loro opere con il termine canonico, nonostante si tratti di forme narrative in rottura con la tradizione[31]. Allo stesso tempo, infatti, il sottotitolo posto nel medesimo volume, definisce le due opere come “novelle”.

È lo stesso autore, tuttavia, a chiarire in un articolo pubblicato sulla rivista «Le Grazie» nel 1897, dal titolo Romanzo, Racconto, Novella, la distinzione tra i diversi generi letterari: se il racconto da una parte si caratterizza per un tratto più marcatamente descrittivo, con la presenza di una «voce onnisciente direttamente imparentata con quella del narratore romanzesco»[32] ; al contrario, il fulcro della novella risiede proprio nella rappresentazione della frammentarietà della realtà e dell’io, grazie alla negazione della totalità (elemento tipicamente romanzesco). Inoltre, come messo in evidenza anche da Andrea Manganaro, un tratto peculiare della novella, secondo Pirandello, consisterebbe nella sua consonanza con la tragedia greca: entrambi i generi, infatti, «condensano in piccolo spazio i fatti, i sentimenti che la natura presenta o dilatati o dispersi»[33].

L’oscillazione del genere da attribuire all’opera trova un’ulteriore testimonianza in una lettera scritta da Luigi Pirandello il 20 dicembre 1895, in cui, tramite un confronto con il lavoro di Marta Ajala-L’esclusa, afferma: «Sto quasi per finire Il Turno che è un romanzo, non però delle proporzioni del Marta Ajala, a cui ora ho dato per titolo L’esclusa'»[34]

Probabilmente, il riconoscimento del genere che possa confarsi al meglio all’opera in questione, si rivela un’impresa piuttosto ardua a causa di una rivoluzionaria ricerca formale che si svolge nel corso del Novecento[35] e che porta a una discussione sulla classificazione tradizionale dei generi e sulla rimodulazione dei loro confini. Del resto, «si passa a una condizione in cui la poetica dell’autore predomina sulle costanti di genere, determinando l’assoluta singolarità dei diversi testi»[36]. Oltretutto, nel Novecento si registra nell’ambito della narrativa breve una generale predilezione per la frammentarietà, contro il carattere organico e unitario tipico della tradizione letteraria; motivo per cui, i confini tra novella, short story e racconto, si rivelano piuttosto instabili. Non a caso, se in un primo momento Pirandello sembrerebbe dare una classificazione dei generi aggiornata e in linea con il gusto novecentesco, d’altra parte, nel discorso su Giovanni Verga tenuto nel settembre del 1920 a Catania, l’autore ritorna sui propri passi, in una direzione che rifiuta un atteggiamento precettistico: non è possibile stabilire i limiti tra il genere del romanzo e quello della novella, poiché

«“Non esiste per se stessa in astratto una forma “romanzo” o una forma “novella” che da sé, qua e là, e qua meno e là più, si evolvano; bensì quei tali romanzi, quelle tali novelle, ciascuno e ciascuna con la sua forma propria, da non potersi confondere con altre, se veramente opere d’arte”.»[37]

Come nel caso di altre opere novecentesche, dunque, anche nel caso de Il Turno non è stato semplice inquadrare l’opera all’interno di una forma letteraria stabile. Ad oggi, tuttavia, la categoria che riscontra maggiore fortuna, e che riprende la definizione data da Pirandello nell’autobiografia del 1924, è quella di romanzo. Nonostante l’autore ponga il proprio lavoro all’interno di una sfera più umoristica, alcuni critici individuano ancora un bozzettismo, che colloca l’opera in una dimensione più verista: si riscontrano infatti alcune maschere fisse, con gesti e azioni che si ripetono. D’altra parte, si rivelano già alcune situazioni tipicamente pirandelliane che toccano il paradosso: «gli avvenimenti si succedono in un’assoluta casualità, prodotti non dalla volontà degli uomini, ma da tiri beffardi della sorte»[38] . Del resto, nel finale Pepé Alletto riuscirà finalmente a realizzare il proprio desiderio d’amore, avvalendosi del proprio “turno”, ma in maniera del tutto imprevedibile: i piani del padre di Stellina, nonostante la sua separazione da Don Alcozèr, andranno in fumo, dal momento in cui la ragazza si sposa con Ciro Coppa, in maniera del tutto inaspettata. Allo stesso modo, improvvisamente si verifica un cambio di rotta, con la morte improvvisa del cognato, che permetterà finalmente a Pepé Alletto e al padre di Stellina di realizzare i propri progetti.

Dalla crisi del positivismo alla poetica dell'umorismo: L'Esclusa e Il Turno a confronto

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Con Il fu Mattia Pascal, pubblicato nel 1904, Luigi Pirandello approda pienamente alla poetica dell’umorismo, maturata nel corso degli anni in ambito narrativo, anche grazie alla pubblicazione del volume L’umorismo: scritto con intenti accademici sulla base di alcuni stimoli offerti dalla lettura diretta di alcuni emblemi del pensiero umoristico, quali Miguel de Cervantes e Alfred Binet. Come esemplificato dal personaggio della vecchia imbellettata, presentata nel saggio, Pirandello espone il nucleo della propria poetica e della cultura del relativismo filosofico. Il concetto di verità, sia soggettiva che oggettiva, entra profondamente in crisi: non esiste più un discrimine definibile tra bene e male, tra vero e falso, così come non può più esistere una piena coerenza e integrità dell’individuo, che si rivela essere semplicemente una “maschera” che recita la propria parte, scritta in un copione dettato dalle leggi e dalle convenzioni sociali. Lo stesso personaggio pirandelliano può dunque scegliere se aderire passivamente alla “forma” dell’esistenza, ignorando la spinta delle pulsioni vitali, oppure intraprendere una strada che lo possa portare consciamente a guardare dall’esterno la propria vita e i propri gesti.

Secondo Paola Casella, in realtà «molti passi dell'epistolario attestano come l'umorismo non scaturisca tanto da una riflessione meramente letteraria quanto nasca innanzitutto da una disposizione psicologica e filosofica di Pirandello»[39] . Si può dunque parlare di una predisposizione umoristica che emerge già a partire da alcune lettere giovanili dell’autore, destinate alla famiglia, in cui Pirandello mostra già una visione disillusa della realtà e della vita. Tuttavia, durante gli anni della formazione precedenti all’approdo e alla teorizzazione della poetica dell’umorismo, Pirandello subisce l’influenza del Positivismo, avvicinandosi in particolar modo al mondo del Naturalismo siciliano, che innerva le opere di autori quali Giovanni Verga e Federico De Roberto. L’autore agrigentino pone così in evidenza il materialismo di fondo che governa la realtà, insieme al concetto di progresso, da intendere quale forza demistificatrice.

L'Esclusa, Edizione Bemporad 1927

Proprio L'Esclusa e Il Turno, scritti alla fine dell’Ottocento, mostrano chiaramente una traccia verista, con la ripresa di Luigi Capuana e l’influenza dell’esperienza siciliana dell’autore, che emerge chiaramente dall’argomento e dall’ambientazione delle due opere. In entrambi, si riconoscono alcuni tratti tipici del positivismo: Stellina e Marta Ajala sono due donne che appartengono a un mondo chiuso e provinciale, in cui la loro libertà è compromessa dai meccanismi sociali; inoltre, in entrambi i romanzi si riconosce una narrazione in terza persona, con una focalizzazione centrata sulla protagonista e il ricorso al discorso indiretto libero. Entrambi i romanzi prendono dunque le mosse da un fatto tragico, che pesa sulle spalle delle due protagoniste femminili: da una parte l’adulterio, che causa l’esclusione di Marta Ajala dalla famiglia e dalla propria comunità; dall’altra Stellina Ravì, spinta dal padre, in nome del dio denaro, a sposare un anziano vedovo. Ambedue le protagoniste sono inoltre coinvolte in un motivo esistenziale presentato spesso da Pirandello nelle sue opere, ovvero la chiusura del padre nei confronti del proprio figlio, sintomo di una incompatibilità e una distanza di cui l’autore è testimone. Sin dalla sua giovinezza, infatti, Pirandello sperimenta una conflittualità con il padre, da cui deriva un senso di inettitudine. Tuttavia, nel romanzo di Marta Ajala, il tema viene affrontato con maggiore tragicità, rispetto invece al risvolto comico e grottesco presentato nel romanzetto Il Turno. In entrambi si può tuttavia ravvisare una crisi dei rapporti di causa-effetto, da sempre centrali nel positivismo, che ricerca in tal modo un criterio di verità oggettiva: Marta Ajala non è più vittima di un determinismo sociale, ma dell’apparenza, dal momento in cui viene esclusa solo perché si pensa che abbia commesso il tradimento. Allo stesso modo, è il caso a vanificare del tutto i progetti realizzati da Marcantonio Ravì per la figlia Stellina e Pepé Alletto otterrà il proprio “turno” in modo del tutto casuale e imprevedibile. In entrambi i romanzi, dunque, la logicità non può nulla di fronte all’assurdo e la verità non può più mantenere la propria integrità, ma solo rivelare il suo inquietante relativismo [40].

Il Turno al cinema

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Il Turno, film (1981)


Il romanzo, scritto nel 1895 e pubblicato nel 1902, può ancora oggi godere di una restituzione cinematografica, grazie al film italiano Il Turno, realizzato nel 1981 e diretto da Tonino Cervi. Nel cast si riscontrano alcuni tra gli attori più rinomati del cinema italiano e non solo: Vittorio Gassman (nei panni di Ciro Coppa), Laura Antonelli (Stellina), Paolo Villaggio (Pepé Alletto) e l’attore francese Bernard Blier che interpreta Don Marcantonio Ravì. Tuttavia, secondo le recensioni riportate da ComingSoon, il film non avrebbe reso del tutto giustizia al romanzo e «“si riduce ad una farsa farcita di stereotipi con l'Antonelli già troppo in età per fare la ragazzina e Villaggio proprio fuori luogo." (Paolo Mereghetti - Dizionario dei film)»[41].

Edizioni

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  • Luigi Pirandello, Il Turno, Catania, Giannotta editore in «Semprevivi. Biblioteca popolare contemporanea», 1902.
  • Luigi Pirandello, Il Turno, Sesto San Giovanni (MI), casa editrice Madella, 1915.
  • Luigi Pirandello, Il Turno, Milano, Fratelli Treves, 1915.
  • Luigi Pirandello, Il Turno, Firenze, Quattrini in «Biblioteca amena», 1920.
  • Luigi Pirandello, Il Turno, Firenze, Bemporad, 1929.
  • Luigi Pirandello, Il Turno, Firenze, R. Bemporad & Figlio, 1929.
  • Luigi Pirandello, Il Turno, Milano, Mondadori, 1932.

Collegamenti esterni

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Bibliografia

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A. Manganaro, in La novella, a cura di Andrea Manganaro, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino (numero monografico della rivista «Le forme e la storia», n. s. 2013, 2; finito di stampare nel giugno 2014)

C. D’Angeli, "Il Turno", prima indicazione del distacco di Pirandello dal Verismo” in Paragone, Vol.26(310), 1975

G. Baldi, S. Giusso, M. Razetti, I classici nostri contemporanei, Dall'età postunitaria al primo Novecento, vol 5.2, Paravia, 2019

G. Mazzacurati, Pirandello nel romanzo europeo, Bologna: Il Mulino, 1987

Guglielmi, La prosa italiana del Novecento II. Tra romanzo e racconto, Einaudi, Torino, 1998

G. Policastro, La «brevità succosa»: la novella e il canone contemporaneo (per un’ipotesi di revisione), in Atti del Convegno di Caprarola (19-24 settembre 1988), Salerno, Roma 1989

L. Pirandello, Il Turno. Lontano. Novelle di Luigi Pirandello, Milano, Treves, 1915

L. Pirandello, Il Turno, a cura di A. Di Silvestro, Mondadori, 2020

L. Pirandello, Tutti i romanzi volume primo, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, maggio 1949

L. Sciascia, Alfabeto pirandelliano, in Opere 1984-1989, III, a cura di C. Ambroise, Bompiani, Milano, 1989, pp. 470-471

L. Pirandello, Lettera autobiografica, in Id., Saggi, poesie e scritti varii, a cura di M. Lo Vecchio-Musti, Milano, Mondadori, 1960, 1247

L. Pirandello, Saggi, poesie, scritti varii, in M. Lo Vecchio-Musti (a cura di), Milano 1973

Lettera da Roma del 20 dicembre 1895, in Pirandello, Lettere della fondazione 1891-1898. Con appendice di lettere sparse 1899-1919. Introduzione e note di Elio Providenti, Roma, Bulzoni Editore, 1996

M. Guglielminetti, Pirandello, Roma: Salerno Editrice, 2006

M. Guglielminetti, Struttura e sintassi del romanzo italiano del primo Novecento, Vercelli: Edizioni Mercurio, 2007

M. Fiorilli, La Novella, in Letteratura Europea, direzione di P. Boitani e M. Fusillo, 5 voll., II: Generi letterari, Utet Grandi Opere, Torino 2014

P. Casella, L’Umorismo di Pirandello. Ragioni intra-e intertestuali, Firenze, Edizioni Cadmo 2002

R.Luperini, P.Cataldi, L.Marchiani, F.Marchese, Perché la letteratura, Romano Luperini (a cura di), Palermo 2015, G. P. Palumbo editore

Note

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  1. L.Pirandello, Lettera autobiografica, in Id., Saggi, poesie e scritti varii, a cura di M. Lo Vecchio-Musti, Milano, Mondadori, 1960, 1247
  2. Il matrimonio nella cultura contadina siciliana tra '800 e '900
  3. M. Pendino, Il Turno: Luigi Pirandello e la felicità venduta a basso costo, 2021
  4. Il matrimonio nella cultura contadina siciliana tra '800 e '900
  5. M. Guglielminetti, Pirandello, Roma: Salerno Editrice, 2006, p.73
  6. C. D’Angeli, "Il Turno", prima indicazione del distacco di Pirandello dal Verismo” in Paragone, Vol.26(310), 1975, pp. 51-65
  7. L. Pirandello, Tutti i romanzi volume primo, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, maggio 1949
  8. L. Pirandello, Il Turno,a cura di A. Di Silvestro, Mondadori, 2020, p.3
  9. Ibidem
  10. L.Pirandello, Il Turno. Lontano. Novelle di Luigi Pirandello, Milano, Treves, 1915
  11. L. Pirandello, Il Turno, a cura di A. Di Silvestro, Mondadori, 2020, p.4
  12. Ivi, p.4-5
  13. Ivi, p.5-7
  14. Ivi, p.3
  15. Ivi, p.9-13
  16. Ivi, p.25-26
  17. Ibidem
  18. L. Sciascia, Alfabeto pirandelliano, in Opere 1984-1989, III, a cura di C. Ambroise, Bompiani, Milano, 1989, pp. 470-471
  19. L. Pirandello, Tutti i romanzi volume primo, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, maggio 1949
  20. L. Pirandello, Il Turno, Milano, Mondadori, 2020
  21. M. Guglielminetti, Struttura e sintassi del romanzo italiano del primo Novecento, Vercelli: Edizioni Mercurio, 2007, p.73
  22. Il matrimonio nella cultura contadina siciliana tra '800 e '900
  23. G. Mazzacurati, Pirandello nel romanzo europeo, Bologna: Il Mulino, 1987, p.120
  24. Il matrimonio nella cultura contadina siciliana tra '800 e '900
  25. D. Bellinzani, La rappresentazione della società dal Verismo a Pirandello: matrimonio, patrimonio, Spiritismo, 2019 p. 101-103
  26. L. Pirandello, Il Turno, Milano, Mondadori, 2020
  27. A. Godioli, Riso modernista e tradizione europea. Le novelle di Pirandello, Svevo e Palazzeschi, 2012-2013, p.80-83
  28. A. Stara, «La più bella delle isole deserte». Il racconto contemporaneo in dodici stanze., Allegoria n.69-70, 2014 p. 112
  29. L.Pirandello, Lettera autobiografica, in Id., Saggi, poesie e scritti varii, a cura di M. Lo Vecchio-Musti, Milano, Mondadori, 1960, 1247
  30. Il Turno. Lontano. Novelle di Luigi Pirandello, Milano, Treves, 1915, s.i.p.
  31. A.Manganaro, in La novella, a cura di Andrea Manganaro, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino (numero monografico della rivista «Le forme e la storia», n. s. 2013, 2; finito di stampare nel giugno 2014), p. 10.
  32. G.Policastro, La «brevità succosa»: la novella e il canone contemporaneo (per un’ipotesi di revisione), in Atti del Convegno di Caprarola (19-24 settembre 1988), Salerno, Roma 1989, p. 238.
  33. A.Manganaro, in La novella, cit., p. 14
  34. Lettera da Roma del 20 dicembre 1895, in Pirandello, Lettere della fondazione 1891-1898. Con appendice di lettere sparse 1899-1919. Introduzione e note di Elio Providenti, Roma, Bulzoni Editore, 1996, 286.
  35. G.Guglielmi, La prosa italiana del Novecento II. Tra romanzo e racconto, Einaudi, Torino, 1998, p.21.
  36. M.Fiorilli, La Novella, in Letteratura Europea, direzione di P. Boitani e M. Fusillo, 5 voll., II: Generi letterari, Utet Grandi Opere, Torino 2014, p. 71.
  37. L.Pirandello, Saggi, poesie, scritti varii, in M.Lo Vecchio-Musti (a cura di), Milano 1973, p. 396.
  38. R.Luperini, P.Cataldi, L.Marchiani, F.Marchese, Perché la letteratura, Romano Luperini (a cura di), Palermo 2015, G. P. Palumbo editore, p. 622.
  39. P.Casella, L’Umorismo di Pirandello. Ragioni intra-e intertestuali, Firenze, Edizioni Cadmo 2002, p. 25.
  40. G. Baldi, S. Giusso, M. Razetti, I classici nostri contemporanei, Dall'età postunitaria al primo Novecento, vol 5.2, Paravia, 2019
  41. Recensione del film, Il Turno, di un critico cinematografico.