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==Procedimenti dostoevskijani== Pirandello adotta molteplici procedimenti che si allineano con la narrativa di Dostoevskij in cui le tesi e le idee dei personaggi vengono esposte tramite vicende romanzesche.<ref>Ivi, p. 27.</ref> Tra questi vi sono i momenti epifanici, presenti nel racconto, i quali rientrano nelle diverse forme di rappresentazione della coscienza, sperimentate da Pirandello, con l'obiettivo di mostrare la complessità del quotidiano. Essi si verificano nel corso di azioni insignificanti e sono percepite solo dal personaggio coinvolto, il quale generalmente non condivide con gli altri i propri accadimenti e pensieri. Ad esempio, nell'edizione Treves possiamo notare la presenza di un momento epifanico operata da Luca Lizio, un personaggio secondario, ed uno degli agitatori del fascio di Girgenti, del quale veniamo a conoscenza grazie all'esplicitazione del flusso del pensiero:<ref>Ivi, p. 25.</ref> <br> <small>Poc’anzi, tra quel fantoccio fuggito di là su la giumenta bianca e il Préola fermo più su ad aspettare con un ghigno rassegato su le labbra, aveva avuto lui stesso un’improvvisa e strana impressione di sé, che gli era penetrata fino a toccare e sommuovere dal fondo del suo essere un sentimento finora sconosciuto, quasi di stupore per tutti i suoi sdegni, per tutte le sue furie ardenti, che a un tratto gli s’erano scoperti, come da lontano, folli e vani, là in mezzo a quella scena di tanto squallore e di tanta desolazione. Nella magrezza miserabile del suo corpo tremante di freddo, e pur madido di un sudorino vischioso, si era veduto simile a quegli alberi, che s’affacciavano dalle muricce, stecchiti e gocciolanti. Gocciolavano anche a lui per il freddo la punta del naso e gli occhi, biavi, miopi dietro le lenti. Si era ristretto in sé; e, quasi quell’impressione, toccato il fondo del suo essere e vanita in quello stupore, gli si fosse ora serrata attorno, com’irta angustia, si era sentito tutto dolere: doler le tempie schiacciate, le aguzze sporgenze delle terga, su le quali la stoffa della giacchettina d’estate aveva preso il lustro, e i polsi scoperti dalle maniche troppo corte, e i piedi bagnati entro le scarpe rotte. E tutto ora gli pareva un di più, una soperchieria crudele: ogni nuova pettata di quello stradone divenuto una fiumara di creta; la cruda luce dell’alba che, non ostante la cupezza di quelle nuvole, si rifletteva su la motriglia e lo abbagliava; ma sopratutto la compagnia di quel tristo, da capo a piedi imbrattato di fango, fango fuori, fango dentro, che stuzzicava il Pigna a parlare. Egli, avvezzo ormai da tanti anni a star muto, provava uno stordimento a mano a mano più confuso per quel suo silenzio che, all’insaputa di tutti, si nutriva e s’accresceva dentro di lui di certe stravaganti impressioni, come quella di poc’anzi, ch’egli non avrebbe potuto esprimere neppure a sé stesso, se non a costo di togliere ogni credito e ogni fiducia all’opera sua.</small><ref>Ivi, pp. 114-115.</ref> <br> Di conseguenza, però, la scelta di non dare continuità alle epifanie condusse a ciò che Auerbach definisce<ref>Ivi, p. 27.</ref> «rappresentazione della coscienza pluripersonale»<ref>E. Auerbach, ''Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale'', Einaudi, Torino 2000, vol. II, p. 320. </ref>. Anche se, a differenza dei grandi romanzi del modernismo europeo, tale forma di rappresentazione rimane circoscritta, poiché coesiste con la rappresentazione delle relazioni tra i personaggi e dei rapporti che questi hanno con la realtà storica. A questo proposito, è bene sottolineare, come le azioni dei personaggi siano determinate dai rapporti e dagli eventi in cui sono coinvolti che li conducono a prendere posizioni indesiderate.<ref> Cfr. M. Giuffrida, Pirandello e ''I vecchi e i giovani'': l'officina del romanzo, cit., p. 27.</ref> Infine, un altro tratto tipico dell’universo dostoevskijano è la monomania, presente in tutte le edizioni ma particolarmente evidente in Treves per la presenza dei flussi di coscienza, la quale viene descritta da Dolgorukij, protagonista del romanzo di Dostoevskij intitolato ''L'adoloscente'', nel seguente modo:<ref>Ivi, p. 32.</ref><br> <small>avendo nella mente qualcosa d’immobile, di abituale, di forte, di cui si è terribilmente occupati, pare quasi che ciò stesso ti allontani da tutto il mondo portandoti in un deserto, sicché tutto quel che accade passa solo di striscio, oltre l’essenziale. Persino le impressioni si ricevono erroneamente. E, inoltre, l’essenziale sta nel fatto che hai sempre una scusa. […] «Eh, io ho l’“idea”, e tutto il resto sono inezie»: ecco quello che sembrava mi dicessi. Anche se offendevano me, magari dolorosamente, me ne andavo offeso, poi a un tratto mi dicevo: «Eh, sono vile, ma ho pur tuttavia l’“idea”, e loro non lo sanno». L’“idea” mi consolava nell’onta e nella nullità, ma anche tutte le mie turpitudini parevano nascondersi sotto l’idea; essa, per così dire, alleviava tutto, ma offuscava tutto dinanzi a me.</small><ref>F. Dostoevskij, ''L’adolescente'', Rizzoli, Milano 2011, p. 152.</ref><br> Questo carattere si riscontra nella maggior parte dei personaggi de ''I vecchi e i giovani'' come ad esempio in Ippolito che cerca di non farsi influenzare dagli avvenimenti esterni ma viene comunque raggiunto dagli stessi attraverso i racconti degli ospiti, Donna Caterina vive invece come se fosse in un convento ed anche Don Cosmo vive distante. Tale carattere, però, emerge maggiormente nei personaggi che conducono esperimenti su sé stessi o sugli altri, al fine di mettere alla prova le proprie capacità e approfondire la conoscenza di sé stessi.<ref>Cfr. M. Giuffrida, Pirandello e ''I vecchi e i giovani'': l'officina del romanzo, cit., pp. 32-33.</ref> In definitiva, il lascito più significativo dell'opera di Dostoevskij sulla poetica pirandelliana riguarda la riflessione sulla narrazione strutturata in maniera multifocale, la quale è in linea con la definizione proposta da Bachtin che ha l'obiettivo di intendere la polifonia come pluralità di voci. Pirandello, infatti, sperimenterà tale metodo nelle novelle del Novecento, tentando poi di applicarlo ne ''I vecchi e i giovani''.<ref>Ivi, p. 20.</ref>
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