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I galantuomini

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Illustrazione di Alfredo Montalti in apertura a I galantuomini.

La novella I galantuomini è la decima novella della raccolta Novelle Rusticane. Viene composta nei primi mesi del 1882, quando Giovanni Verga è impegnato a completare il disegno complessivo della raccolta. Il testo nasce dunque all’interno di un progetto già consapevole, volto ad approfondire l’analisi dei rapporti di potere e delle dinamiche di sopraffazione che regolano la società siciliana post unitaria.
La prima pubblicazione avviene sul Fanfulla della Domenica alla fine di marzo del 1882,[1] dopo che l’autore aveva provveduto a rinviare l’uscita per evitare la contemporaneità con la novella Libertà, destinata alla rivista Domenica letteraria, [2] in un contesto di forte concorrenza tra periodici. Questo episodio testimonia il controllo attivo esercitato da Verga sulle modalità di diffusione dei propri testi e la sua attenzione alle dinamiche editoriali.
Successivamente, I galantuomini viene inclusa nella prima edizione delle Novelle Rusticane, pubblicata dall’editore Casanova tra il 1882 e il 1883.[3] La novella viene così integrata organicamente nella raccolta, rafforzandone la dimensione etico-sociale.[4] Nella ristampa del 1885 compaiono solo varianti minime, non riconducibili a una revisione diretta dell’autore.[5] Un nuovo intervento avviene invece in occasione dell’edizione definitiva del 1920, quando Verga riprende il testo sulla base della prima edizione Casanova, introducendo revisioni stilistiche che confermano la centralità della novella all’interno del progetto narrativo delle Novelle rusticane.[6]

Trama

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Illustrazione di Alfredo Montalti in chiusura a I galantuomini.

La novella evidenzia come le disgrazie colpiscano in egual misura ricchi e poveri, smascherando l’illusoria superiorità dei “galantuomini”. Il caso è quello di Don Piddu, proprietario terriero che a causa della siccità affronta una malannata e, poiché «la malannata caccia ad ognuno il diavolo in corpo», egli finisce per litigare con Fra Giuseppe, frate questuante, dopo che quest’ultimo gli chiede la carità nonostante il raccolto disastroso. Accecato dalla rabbia, Don Piddu fa rovesciare sul frate l’acqua del guazzatoio. Offeso, il frate si vendica e, sfruttando la credulità popolare, diffonde la voce che la famiglia sia scomunicata, e indica ai missionari la casa di Don Piddu come quella di un peccatore. Parallelamente la situazione familiare si complica: la moglie si ammala, le figlie non riescono a maritarsi e si giunge al pignoramento della casa, evento che suscita scandalo e rompe il fidanzamento della figlia maggiore, Donna Saridda. Verga porta poi anche l’esempio di Don Marcantonio Malerba, anch’egli colpito dalla decadenza economica e costretto a lavorare come contadino, cercando di nascondere lo scandalo, mentre i suoi figli vivono nell’imbarazzo di dover chiedere prestiti. Un'analoga sventura colpisce Don Marco: un'eruzione del vulcano Etna minaccia una sua vigna. La lava distrugge tutto, cancellando i frutti del lavoro di una vita. La narrazione torna poi alla famiglia di Don Piddu: la figlia minore, Marina, intreccia una relazione con il ragazzo di stalla. Quando Don Piddu, durante gli esercizi spirituali tra galantuomini, sente diffondersi voci su tale relazione, si precipita a casa e sorprende la figlia con il garzone. Don Piddu è colto da una crisi profondissima, immaginando la rovina definitiva della sua famiglia e, rientrato al convento all’alba, si getta ai piedi del missionario per confessarsi. Nella conclusione, offerta dalle parole del missionario, emerge la morale della novella: le sventure che colpiscono i galantuomini sono le stesse dei «poveretti», ma i poveri, non sapendo scrivere, né avendo voce o protezioni, quando le disgrazie li travolgono o restano in silenzio o si sfogano rischiando di finire in carcere; i signori invece possiedono almeno il conforto di potersi sfogare, confessare, lamentarsi.

Personaggi

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Nella novella Giovanni Verga costruisce una galleria di figure che incarnano la complessità sociale e morale dell’universo rurale siciliano, mostrando attraverso di esse la fragilità delle gerarchie tradizionali e la crisi delle classi dirigenti locali.

  • Don Piddu: rappresenta il galantuomo impoverito. Ostinato nel difendere il proprio titolo e l'onore familiare, si ritrova schiacciato dall’impoverimento e dall’onda del pignoramento. La scoperta della relazione clandestina della figlia Marina segna il punto più doloroso della sua decadenza morale e sociale.
  • Fra Giuseppe: un frate questuante che usa il proprio ruolo come strumento di pressione morale e sociale. È simbolo di una religiosità popolare distorta che, invece di confortare, crea sospetto e contribuisce alla rovina della famiglia di Don Piddu.
  • La moglie di Don Piddu: pur non essendo il fulcro narrativo, la sua condizione di salute precaria accentua la tensione drammatica della novella. La sua malattia coincide con il periodo del pignoramento, rendendo ancora più critica la situazione familiare.
  • Donna Saridda: la primogenita di Don Piddu, vede nel matrimonio con Don Giovannino l’unica via di salvezza sociale. È vittima della decadenza del proprio ceto: lo scandalo del pignoramento e le maldicenze del frate distruggono le sue possibilità.
  • Don Giovannino: pretendente di Donna Saridda, incarna la fragilità del codice d’onore borghese. Egli disposto a sorvolare sulla mancanza di dote, fugge però di fronte allo scandalo.
  • Donna Marina: figlia minore di Don Piddu, legandosi al ragazzo di stalla in una relazione clandestina, rappresenta il crollo definitivo del prestigio della famiglia.
  • Il ragazzo di stalla: personaggio secondario, ma necessario per mostrare la sovversione degli equilibri sociali.
  • Il missionario: è la figura conclusiva della novella. Egli riceve Don Piddu in confessione e dietro le sue parole si cela il messaggio morale della novella.
  • Don Marcantonio Malerba: è un galantuomo caduto in disgrazia che, costretto a lavorare come contadino, cerca di celare la sua condizione, mostrando però di non lasciarsi sopraffare dall’orgoglio di ceto, ma di adattarsi alla realtà con senso pratico.
  • Figli di Don Marcantonio Malerba: vivono nell’imbarazzo della situazione e sono costretti a chiedere prestiti, evidenziando la difficoltà di mantenere l’onore familiare di fronte alla povertà.
  • Don Marco: galantuomo, proprietario di una vigna distrutta dalla lava dell’Etna. Simboleggia la precarietà assoluta del possesso e del potere: la natura travolge ricchi e poveri allo stesso modo.

Tecnica narrativa

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Frammentarietà del racconto
La novella I galantuomini appare come un testo volutamente frammentario: Verga combina materiali narrativi diversi - episodi concitati, massime morali, dialoghi, digressioni sociologiche - che non costruiscono un intreccio lineare, ma si tengono insieme grazie ai deboli legami analogici. Le storie di Don Piddu e Don Mancantonio Malerba non sono organizzate secondo un intreccio tradizionale, ma appaiono disseminate nel testo come exempla, quasi prove evidenti di verità morali generali. La vicenda di Don Piddu si incardina sulla massima secondo cui:

«la malannata caccia ad ognuno il diavolo in corpo»;

quella di Don Marcantonio è introdotta da un’altra sentenza che mette in relazione le due vicende:

«almeno un povero diavolo, sinché ha le braccia e la salute, trova da buscarsi il pane» [7]


Circolarità del racconto
La novella è caratterizzata da una circolarità di fondo: le parole finali del missionario

«Vedete, vossignoria, anche gli altri poveretti, quando gli succede la stessa disgrazia... stanno zitti perchè son poveri, e non sanno di lettera, e non sanno sfogarsi altrimenti che coll’andare in galera!»

riprendono l’incipit, in cui Verga contrappone chi “sa scrivere” a chi “non sa di lettera” suggerendo che il presunto privilegio culturale dei galantuomini è fragile e ambiguo:

«Sanno scrivere — qui sta il guaio. La brinata dell’alba scura, e il sollione della messe, se li pigliano come tutti gli altri poveri diavoli, giacchè son fatti di carne e d’ossa come il prossimo, per andare a sorvegliare che il prossimo non rubi loro il tempo e il denaro della giornata.»

Il tema della scrittura si lega infatti a quello della morte: la scrittura è associata a una forma di controllo di sé che distingue i proprietari dai “poveri diavoli”. Il galantuomo sa frenarsi e dunque evitare il delitto, mentre chi “non sa di lettera” è privo di mediazioni e rischia di ricorrere all’unico linguaggio immediato che conosce, quello della violenza e della morte. [8]

Lessico e sintassi

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Il linguaggio adottato da Verga in I galantuomini si caratterizza per una forte aderenza alla realtà sociale dei personaggi, attraverso un uso realistico e diretto del parlato popolare, in bilico tra narrazione oggettiva e dialogo vivace.

Registro realistico e popolare
Verga alterna la descrizione dei fatti a dialoghi in cui il parlato dei contadini e dei galantuomini è reso in modo verosimile, con espressioni colloquiali e colorite.

«– Per questo ti pago, birbante! Ti pago a sangue d’uomo! Io mi dissanguo in spese di cultura...»
(G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, pp.139-140)

Qui il linguaggio trasmette l’ira e la frustrazione di Don Piddu in modo diretto e immediato, con termini vivaci (“birbante”, “a sangue d’uomo”) che enfatizzano la concretezza della situazione.

Uso della dialettizzazione del parlato quotidiano
I dialoghi incorporano, forme linguistiche popolari, modi di dire e costruzioni tipiche del parlato contadino:

«...colle mani in tasca e il naso dentro il bavero del cappotto; o giuocavano a tressette colla mazza fra le gambe e il cappello in testa.»
(G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.145)

L’uso di “colla” invece di “con la” e di costrutti meno formali avvicina il lettore alla dimensione quotidiana e concreta della vita rurale.

Linguaggio descrittivo e sensoriale
La narrazione alterna registri concitati e lirici, soprattutto nella descrizione di eventi catastrofici o emotivamente intensi, come l’eruzione dell’Etna:

«...la montagna nera che si accatastava attorno alla vigna, fumando, franando qua e là, con un acciottolìo come se si fracassasse un monte di stoviglie, spaccandosi per lasciar vedere il fuoco rosso che bolliva dentro.»
(G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.146)

Qui Verga utilizza immagini forti e sensoriali, metafore e similitudini, per rendere la drammaticità dell’evento e l’impatto emotivo sui personaggi.

Temi morali veicolati attraverso il linguaggio
La narrazione incorpora sentenze e riflessioni morali che collegano il linguaggio al contenuto tematico:

«Almeno un povero diavolo, sinché ha le braccia e la salute, trova da buscarsi il pane.»
(G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.144)

Con questa espressione Verga mette in evidenza la condizione dei galantuomini rispetto ai «poveri diavoli».

Significato

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La novella è attraversata da una nervatura tematica ricorrente. Il colore rosso ricorre in forme diverse: il “sollione” accecante, il sangue versato dai contadini e dai proprietari, le stoppie arse, il cielo infuocato, il rossore della vergogna e quello del desiderio, fino all’affresco dell’eruzione dell’Etna. Il fuoco della lava richiama tanto la distruzione materiale, quanto quella morale, facendo da sfondo al peccato di donna Marina, consumato nel meriggio d’estate in una cornice segnata dagli stessi colori accesi della passione e dell’annientamento. Il rosso culmina infine nell’immagine allucinata del “mare di sangue” che ossessiona Don Piddu quando scopre la relazione proibita della figlia con il giovane stalliere. [9] Questo passaggio - aggiunto da Verga in extremis su richiesta dell’editore Casanova [10] - rivela un tratto quasi subliminale della poetica verghiana: la crisi sociale vissuta dai personaggi non può essere concepita se non come una perdita irreparabile, come un lutto.

«Ah! quel che aveva trovato! lì, a casa sua! in quel camerino di sua figlia che nemmeno c’entrava il sole!... Il ragazzo di stalla, che scappava dalla finestra; e Marina pallida come una morta che pure osava guardarlo in faccia, e si afferrava colle braccia disperate allo stipite dell’uscio per difendere l’amante. Allora gli passarono dinanzi agli occhi le altre figliuole, e la moglie inferma, e i giudici e i gendarmi, in un mare di sangue. — Tu! tu! balbettava. Ella tremava tutta, la scellerata, ma non rispondeva. Poi cadde sui ginocchi, colle mani giunte come se gli leggesse in faccia il parricidio. Allora egli fuggì via colle mani nei capelli.»
(G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, interlinea, 2016, p.150)

L’accenno improprio al “parricidio”, visto come la ripetizione di un archetipo fondativo, in questo contesto è sintomo della lettura tragica che Verga fa della modernità e della disgregazione dell’antico assetto fondato sulla terra. [11]

La novella I galantuomini si configura come un testo dominato dalla tensione tra disgregazione formale e ricerca di senso, tra continui rinvii tematici e impossibilità di chiudere il discorso in un’armonia compiuta. Verga racconta il declino dei piccoli proprietari con un linguaggio carico di simboli - soprattutto di fuoco e di sangue - che rimandano a un immaginario di colpa, perdita e violenza originaria. [12] Il risultato è un racconto che si avvolge su sé stesso, rivelando la fragilità dei “galantuomini” e l’ineluttabile universalità del dolore umano.

Testimoni autografi e a stampa

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La novella I galantuomini è documentata da una ricca articolata tradizione autografa e a stampa, che consente di seguire con precisione le fasi di elaborazione del testo e i successivi interventi correttori di Giovanni Verga.

Il testimone più antico è rappresentato dalla prima stesura autografa, A, conservata nei Microfilm V del Fondo Mondadori (FM, ft. 495-499) . Essa consta di cinque facciate scritte e corrette in inchiostro viola, numerate dall'autore da 1 a 5, corrispondenti a un foglio piegato in due a una carta sciolta. Il titolo I Galantuomini figura già sulla prima pagina, al centro del margine superiore, sempre in inchiostro viola.
Questa prima redazione presenta una struttura episodica e frammentata: dopo uno scorcio iniziale di carattere collettivo (rr. 1-20), la narrazione procede per quadri giustapposti, ciascuno incentrato su un personaggio diverso. Si succedono così l'episodio di don Piddu che scaccia fra Giuseppe dall'aia (rr. 21-45), quello di don Nicolino colpito dal pignoramento e ridotto al ruolo di sorvegliante, la figura di don Piddu precipitato in miseria con i cinque figli (poi rielaborata nel personaggio di don Marcantonio Malerba), e infine la rovina di don Marco a causa della colata lavica che devasta le sue proprietà, episodio modellato sulla falsariga del bozzetto Un'altra inondazione pubblicato nel 1880. La novella si chiudeva inizialmente con un ulteriore ritratto d'insieme, ambientato durante la settimana degli esercizi spirituali.
Nel corso della stesura delle ultime pagine, tuttavia, Verga ripensò radicalmente l'assetto del racconto. A partire dalle pagine 4 e 5 del manoscritto A, l'autore intervenne con aggiunte e riorganizzazioni sostanziali, riconoscibili grazie ai segni di rinvio in matita arancione. In questa fase furono inserite le rr. 46-89, in parte correggendo la p.2, in parte riadattando un segmento già scritto sulla p.4 e sfruttando l'interlinea e i margini del foglio. In tali righe viene introdotto l'episodio della vendetta di fra Giuseppe e il fallimento del matrimonio della figlia maggiore di don Piddu, donna Saridda. Subito dopo Verga aggiunse anche le rr. 153-167 mediante un'inserzione interlineare che prosegue dalla metà della p.4 al centro della p.5, ricongiungendosi poi alla stesura originaria: è l'episodio della figlia minore, donna Marina, sorpresa a giacere con il ragazzo di stalla, momento di forte valore narrativo e simbolico. Solo in un secondo momento venne redatto l'epilogo umoristico della novella, collocato nella parte inferiore della p.5, con la sortita notturna e la confessione finale di Don Piddu, che conferisce al racconto una chiusura ironica e amaramente grottesca.

La prima testimonianza a stampa è rappresentata da Riv, pubblicata sul Fanfulla della Domenica (Roma, 26 marzo 1882). Questo testimone presenta differenze significative rispetto sia alla prima stesura autografa sia all'edizione Casanova (C): in particolare, mancano le rr. 194-202, mentre compare già la battuta conclusiva ipotetica e straniante (rr. 203-207), assente invece nel manoscritto A.

«Ma il confessore che gli consigliava di offrire a Dio quell'angustia, avrebbe dovuto dirgli: -Vedete, vossignoria, anche gli altri poveretti, quando gli succede la stessa disgrazia... stanno zitti perché son poveri, e non sanno di lettera, e non sanno sfogarsi altrimenti che coll'andare in galera!».
G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.150

Tale variante testimonia un'anticipazione della soluzione finale e un diverso equilibrio fra chiusura narrativa ed effetto di straniamento.

Seguono poi i testimoni successivi all'edizione Casanova. Il manoscritto Ms (FV, 017.010 / Ingr. 178.047; FM, 500-511) è un fascicolo non autografo composto da tre doppi fogli protocollo, con la trascrizione completa del testo di C in inchiostro seppia e numerose correzioni autografe in inchiostro rosso. Le correzioni riguardano soprattutto scelte lessicali, ritocchi sintattici e puntualizzazioni stilistiche, segno di una revisione attenta e sistematica.

I successivi dattiloscritti, D1, D2, D3, riproducono il testo di Ms e presentano ulteriori interventi correttori autografi in inchiostro seppia; uno di essi è conservato all'interno di un doppio foglio con l'indicazione autografa del titolo, elemento che conferma il controllo diretto dell'autore anche nelle fasi avanzate della trasmissione del testo.

Infine, le bozze di stampa, Bz, numerate dall'autore e corredate di correzioni sia verghiane sia attribuibili a Zaniboni, documentano l'ultima fase del lavoro editoriale e offrono ulteriori indicazioni sulle scelte definitive di Verga. [13]

Sigla Descrizione Archivio/Note
A Prima stesura autografa, cinque facciate numerate da Verga FM, Microfilm V, ft. 495-499
Riv Estratto pubblicato su 'Fanfulla della Domenica' Roma, 26 marzo 1882
Ms Fascicolo non autografato con trascrizione dell'edizione Casanova, correzioni autografe in inchiostro rosso FV 017.010 / Ingr. 178.047; FM, Microfilm V, ft. 715-727
Ds¹ Dattiloscritti con correzioni autografe, diversi fascicoli FV 018.010.001 / 018.010.002; FM, Microfilm V, ft. 715-727
Ds² Dattiloscritto identico a Ds' con correzioni autografe FV 018.010.003 / Ingr. 178.171
Ds³ Dattiloscritto identico a Ds¹ con correzioni autografe FV 018.010.002 / Ingr. 178.140
Bz Bozze in colonna numerate dall'autore, con interventi di terzi FV 018.010.004 / Ingr. 178.141; FM, Microfilm V, ft. 512-516

Bibliografia

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  • G.Alfieri, Verga, Roma, Salerno editrice, 2016.
  • A. Casadei, M. Santagata, Manuale di letteratura italiana medievale e moderna, Bari - Roma, Laterza, 2007.
  • C. Musumarra (a cura di), Novelle rusticane di Giovanni Verga 1883 - 1983, letture critiche, Palumbo editore, c1984.
  • G. Verga, Novelle rusticane, a cura e con un saggio introduttivo di Luigi Russo, Firenze, Vallecchi editore, 1924.
  • G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016.

Note

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  1. G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.XL
  2. Ivi p.XLII
  3. Ivi, p.XLIII
  4. Ivi p.XLVIII
  5. Ivi, p.LII
  6. Ivi, p.LX
  7. C. Musumarra (a cura di), Novelle rusticane di Giovanni Verga 1883 - 1983, letture critiche, Palumbo editore, c1984, p.139
  8. Ivi p.140
  9. Ivi pp.143-144
  10. Ivi p.147
  11. Ibidem
  12. Ivi p.146
  13. G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, pp.XCIV - XCV