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Giacinta

From WikiVerismo
Frontespizio della prima edizione, Brigola, 1879
Autore Luigi Capuana
Prima edizione 1879
Genere Novella
Lingua originale Italiano
Personaggi - Giacinta
- Andrea Gerace
-Conte Giulio
-Teresa Marulli
-Paolo Marulli
-Dottor Follini
-Beppe
-Marietta

Giacinta è il primo romanzo di Luigi Capuana. Pubblicato nel 1879, l’opera mostra chiaramente la forte influenza delle letture francesi dell’autore (Balzac, Zola, Flaubert) [1] ed è considerata un esempio del romanzo «documento», genere a cui Capuana si dedicò sempre con passione. La pubblicazione del romanzo segue il periodo di collaborazioni come critico letterario e teatrale con La Nazione e con il Corriere della Sera, testata per cui aveva pubblicato, nel 1877, un’entusiastica recensione de L’Assommoir di Émile Zola. [2] Il 1877, infatti, è l’anno in cui il naturalismo approda in Italia, sebbene fosse presente in Francia già da alcuni decenni. In questo contesto Capuana si presenta come uno degli scrittori più coerenti ai programmi e alle teorie del suo tempo. Tale vocazione è all'origine della letteratura verista e si riflette nella stesura di Giacinta[3] . L'autore del romanzo segue alcuni dei principi fondanti del naturalismo: un “romanzo vero” che tenta di ricostruire un “caso clinico”[4] , quello della protagonista. Per la stesura di Giacinta Capuana segue le orme di Zola: in Giacinta predominano gli impulsi irrazionali determinati da traumi psichici, il cui esito finale rinviene nel suicidio. La critica conferisce a Capuana un importante ruolo di mediatore dell’ideologia naturalista al fine della teorizzazione della corrente letteraria verista. Luigi Capuana mette a punto, ad esempio, una differenza fondamentale tra il naturalismo e il verismo: nel naturalismo, nonostante sia vigente il principio della “lastra fotografica”, l’autore mantiene un certo grado di libertà nella costruzione del romanzo; al contrario, agli autori veristi non è concessa alcuna libertà, poiché la rappresentazione verista deve aderire rigorosamente al vero[5]. A prova del legame tra Capuana e il Naturalismo francese, Giacinta è dedicata a Émile Zola [6].

Trama

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Il luogo in cui si svolgono gli eventi non è precisato. Giacinta nasce in una famiglia borghese italiana, ma gli anni della sua infanzia sono segnati da un ambiente familiare emotivamente assente, distanza che percepisce soprattutto da parte della madre. A seguito dei primi anni vissuti sotto le cure esclusive della balia, Giacinta si trasferisce in casa della famiglia. La prima adolescenza di Giacinta è segnata da un evento che condiziona profondamente la vita della protagonista: un episodio di violenza sessuale da parte di Beppe, un ragazzo di umili origini che era diventato il tuttofare della famiglia Marulli. Dopo l’episodio, Giacinta trascorre un periodo in collegio, all’interno del quale non avverte maggiore freddezza di quella vissuta in famiglia, ma soltanto un senso di disagio, dovuto al fatto di essere cresciuta in solitudine e senza relazioni affettive stabili. Giacinta, poco dopo essere ritornata dal collegio, debutta in società e contestualmente riceve i primi corteggiatori; la madre Teresa pressa la figlia affinché quest’ultima contragga un buon matrimonio, ma Giacinta si oppone e nel mentre continua a crescere il suo senso di disagio. Nella vita di Giacinta si inseriscono alcuni personaggi come il cavaliere Mochi, ex amante della madre, che prova in diverse maniere a sedurre Giacinta che, al contrario, prova semplice affetto nei confronti del cavaliere. Durante il periodo del suo debutto in società Giacinta conosce Andrea Gerace, un modesto impiegato di banca. Giacinta e Andrea si innamorano e hanno una relazione, sospettata ma non certa. A tale relazione si pongono alcuni ostacoli: la volontà della ragazza di rimanere nubile, a causa dei sensi di colpa e delle turbe che continuano a perseguitarla e, probabilmente, la condizione non elevata di Andrea. Giacinta decide di sposare un uomo che non ama, ma che è in grado di elevare la sua posizione sociale: il conte Giulio Grippa di San Celso. Il conte Giulio scopre la relazione adulterina della moglie e la gravidanza di quest'ultima ad opera di Andrea, ma è proprio il conte a non opporsi al legame tra i due. Da tale gravidanza nasce una bambina, Adelina. La figlia rappresenta per Giacinta una speranza e per la coppia adulterina un motivo di unione. In seguito al parto Giacinta vive in uno stato di perenne inquietudine. Il dottor Follini, uno dei medici della famiglia, studia Giacinta come uno scienziato studia il suo “caso clinico”, analizzandola con “fredda curiosità”; il professore interroga Giacinta e lei si confessa, notando lei stessa di star rasentando la pazzia. Adelina dopo pochi anni si ammala e muore. Tale perdita, spacca in due la relazione tra Giacinta e Andrea, che non prova più la passione di prima, ma allo stesso tempo ha difficoltà ad allontanarsi. Anche Giacinta viene sopraffatta da turbamenti legati a trascorsi della sua vita che le rendono impossibile vivere e la portano a prendere la via del suicidio, evento con cui si conclude il romanzo[7]

Personaggi principali

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Giacinta – Protagonista dell'opera. Giovane donna caratterizzata da una famiglia assente, un evento traumatico rappresentato dalla violenza subita da bambina, da cui deriveranno tutti i conflitti sociali e familiari del romanzo.

Teresa Marulli – Madre di Giacinta, rappresentativa dei valori e delle convenzioni borghesi che costituiscono il fondamento tematico della narrazione.

Paolo Marulli – Padre di Giacinta, anch'egli di condizione borghese. La sua presenza risulta tuttavia marginale ai fini della trama, soprattutto se confrontata alla figura della madre di Giacinta.

Andrea Gerace – Amante di Giacinta, di condizione impiegatizia, padre della figlia avuta con lei. Rappresenta il vero amore della protagonista, che tuttavia non sposa a causa delle dinamiche sociali della borghesia dell'Italia post unitaria.

Conte Giulio Grippa di San Celso – Esponente dell’aristocrazia, nobile rozzo e corrotto, sposo di Giacinta. È a conoscenza della relazione adulterina tra Andrea e Giacinta ma non vi si oppone.

Dottor Follini – Medico, chiamato a intervenire in relazione alle condizioni fisiche e psicologiche di Giacinta. Alter ego dell’autore, osserva e analizza tutto quello che le accade.

Beppe – Servo della famiglia Marulli, responsabile della violenza subìta dalla protagonista.

Marietta – Cameriera, figura domestica che partecipa alla vita quotidiana della famiglia Marulli e custode delle confessioni di Giacinta.

Stile

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Lo stile di Giacinta è profondamente influenzato dal clima letterario dell’epoca. La scrittura è condotta con rigore scientifico e analisi in linea con le teorie darwiniste e naturaliste. Come testimoniato nella lettera “A Neera”, il romanzo viene revisionato| al fine di eliminare ogni traccia di soggettività autoriale. Di edizione in edizione, il testo tende così a una scrittura sempre più controllata, ottenuta con “la mano spietatamente chirurgica sulla lingua e lo stile”. Giacinta, personaggio chiave, è ritratto come un “bel caso”, quindi il romanzo stesso assume l’andamento di un vero e proprio rapporto medico[8].Capuana prende ispirazione, come scrive Stefano Evangelista, da tre modelli: il romanzo erotico-mondano, quello sociale di ascendenza balzachiana, lo “studio dei caratteri” ma anche, come sottolinea Eugenio Cecchi, da Madame Bovary di Flaubert[9].

Edizioni

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  • Luigi Capuana, Giacinta, Milano: A. Cervieri, [dopo il 1879]
  • Luigi Capuana, Giacinta, Milano: G. Brigola, 1879
  • Luigi Capuana, Giacinta, Catania: Niccolò Giannotta, 1886
  • Luigi Capuana, Giacinta, Milano: A. Cervieri, [pref. 1889]
  • Luigi Capuana, Giacinta, Sesto S. Giovanni: Madella, 1914
  • Luigi Capuana, Giacinta, Milano: Casa editrice Bietti, [1919?]
  • Luigi Capuana, Giacinta, Milano: A. Barion, 1924
  • Luigi Capuana, Giacinta, con prefazione dell'Autore, Milano: F.lli Treves, 1930
  • Luigi Capuana, Giacinta: ed altri racconti, a cura di Geno Pampaloni, Firenze: Vallecchi, 1972
  • Luigi Capuana, Giacinta, Milano: Mursia, 1980
  • Luigi Capuana, Giacinta, introduzione e cura di Enrico Ghidetti, Roma: Editori Riuniti, 1980
  • Luigi Capuana, Giacinta: secondo la 1. edizione del 1879, a cura di Marina Paglieri; introduzione di Guido Davico Bonino, Milano: A. Mondadori, 1980
  • Luigi Capuana, Giacinta, a cura di Paolo Trama, Napoli: Esselibri, 1997
  • Luigi Capuana, Giacinta, Torino: Marco Valerio, 2003
  • Luigi Capuana, Giacinta, introduzione di Giorgio Patrizi, Roma: La Repubblica, 2005
  • Luigi Capuana, Giacinta, Audiolibro, lettore Giovanni Amato, Anzola dell'Emilia (BO): Edizioni Nataly Queen di Bignardi Angela, 2008

Storia editoriale

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Enrico Nencioni, nelle colonne del Fanfulla della Domenica, definisce l’attività di revisione di Capuana come un’operazione eseguita «col coltello anatomico di un valente chirurgo». La storia di Giacinta, infatti, è complessa e articolata. Iniziato nel 1875, giunge alla pubblicazione quattro anni dopo, nel 1879, con dedica a Emile Zola.[10] L’opera scatena un vero e proprio scandalo letterario e, nel giro di sei mesi, il romanzo è esaurito. Dopo la pubblicazione, Capuana torna ripetutamente sul testo sottoponendolo a una radicale revisione linguistica e contenutistica. Nel 1886, quindi, Capuana dà alle stampe un romanzo mutato nei contenuti e nella forma: interi blocchi narrativi trovano differente collocazione, diversi episodi vengono eliminati e i personaggi stessi subiscono profonde modifiche. A partire dal 1889 invece, lo scrittore si dedica a una ulteriore elaborazione per adeguare il testo alla scena. L’edizione del 1889, ovvero la terza, rimane sostanzialmente identica a quella dell’86 ad eccezione della prefazione che comprende la cosiddetta “lettera a Neera”. Infine, un anno prima della morte dell’autore, nel 1914, il romanzo conosce un’ultima stampa. Giacinta muta profondamente nel passaggio da un’edizione a un’altra. In particolare, la trasformazione tra la prima e la seconda edizione getterà le basi per la riduzione teatrale. Nella «nuova Giacinta» risulta evidente un mutamento nell’atteggiamento del narratore. La storia di Giacinta infatti, partita come uno “scandalo pornografico”, si trasforma in una dolorosa tragedia.[11] L’indignazione moralista che aveva dato vita a molteplici critiche, lasciava il posto a un profondo senso di pietà. Per comprendere l’opera di revisione, è necessario partire dai personaggi. Capuana dimostra, infatti, di avere particolarmente a cuore il personaggio di Giacinta a cui dedica un’importante riflessione nella lettera a Neera. In queste pagine lo scrittore coglie l’occasione per chiarire alcune questioni inerenti alla composizione del romanzo. Dopo una prova finita nel nulla con il romanzo Adriana, Capuana ricorda come il soggetto di Giacinta gli sia stato suggerito dalle parole di un «senatore del regno» che in una serata del 1875 narrò la vicenda di una giovane donna suicida. È in quell’esatto momento che il personaggio di Giacinta prende vita nella mente dello scrittore. Sebbene l’immagine della protagonista fosse nitida, il modello di narrazione da seguire risultava ancora poco definito. L’autore si trovò davanti a un bivio: seguire la strada percorsa da Balzac in cui l’autore interviene e giudica spesso all’interno della narrazione, oppure quella di Zola dove l’autore si sforza di lasciare piena libertà ai propri personaggi? La revisione, in particolare, nacque con l’obiettivo di fare chiarezza e scegliere una delle due direzioni creative. Eliminando commenti e intromissioni dell’autore, la scelta tra i due predecessori si fece evidente.[12] L’attenzione e la costruzione dei personaggi rimane comunque il nucleo della revisione del romanzo. Per quanto riguarda la protagonista, l’autore dedica meno spazio all’infanzia della donna e lascia che i tratti della sua personalità vengano intuiti dal lettore. Anche il personaggio di Beppe subisce dei cambiamenti. Il suo ritratto presenta contorni maggiormente sfumati, l’attrazione di Giacinta nei suo confronti perde i connotati sensuali e assume caratteristiche infantili. Giacinta, infatti, sembra maggiormente attratta dall’idea di compiere qualcosa di vietato, piuttosto che da Beppe. In generale, il personaggio della protagonista muta atteggiamento. Nell’edizione riveduta del romanzo, si lascia meno spazio al travaglio della donna. I suoi tormenti interiori e la sua sofferenza vengono lasciati all’intuizione del lettore, perdendo così consistenza e diventando sempre meno espliciti. Nell’episodio della gravidanza, per esempio, vengono suggerite le più intime sfumature senza però fare riferimento alla sfera psico-fisiologica. In generale, l’autore lascia sempre maggiore spazio alle vicende dei due protagonisti principali, astenendosi dunque da qualsiasi forma di commento soggettivo. Si può dire che nel passaggio dalla prima edizione del romanzo a quelle successive, Giacinta mantiene la sua fisionomia ma vengono meno gli episodi che ne fanno un personaggio a tinte troppo forti. La sua psicologia e, di conseguenza, il suo mondo interiore, vengono soltanto suggeriti. Ad ammorbidirsi però, non è soltanto il ritratto di Giacinta ma anche quello di Andrea Gerace. Quest’ultimo è forse il personaggio che muta di più nel corso della revisione: da manichino seduttore a vittima del legame affettivo.[13] Altro personaggio che subisce un cambiamento è il dottor Follini. Nel passaggio tra un’edizione e l’altra, infatti, appare sempre meno come medico del corpo e sempre più come medico dell’anima. La sua vocazione è farsi confessore e in lui è in parte riconoscibile lo stesso Capuana.[14] Egli ha infatti a cuore la protagonista. Nella nuova versione, Follini entra in scena teatralmente e appare agli occhi della sgomentata Marietta, simile a «nostro Signore sul punto di fare un miracolo». L’evoluzione del personaggio del medico è, per Capuana, un tentativo di andare verso il romanzo psicologico. Il lungo lavoro di labor limae, in generale, può dirsi preparatorio al passaggio di Giacinta dalla pagina scritta alla scena. Le diverse modifiche, sia strutturali che stilistiche, si mostrano dunque necessarie alla riduzione teatrale. Gli episodi relativi alla narrazione della malattia, alla successiva convalescenza e della gravidanza, per esempio, non vengono rappresentati. Nella versione teatrale, inoltre, viene meno la figura del medico-confessore: Follini continua ad essere l’interlocutore preferito di Giacinta, ma parla ancora il linguaggio della medicina tradizionale. Una Giacinta così fortemente mutata è la dimostrazione, nella pratica, di quanto lavoro possa celarsi dietro la traduzione in azione scenica di un romanzo. Il labor limae che ha condotto alle varie stesure del romanzo testimonia pertanto il travaglio creativo della scrittura capuaniana e fa affiorare significati nascosti del testo, gettando luce sul nucleo psichico dell’opera, smentendo così il topos che lo vuole scrittore facile e dilettante.

Varianti d'autore

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Il lavoro di revisione di Capuana fu, dunque, lungo e complesso. Gli interventi, nel corso degli anni, furono numerosi così come si evince dalla tabella che segue:

Fase Periodo Caratteristiche
B (Prima ed.) 1879 Romanzo-manifesto, scientifico, denso di spiegazioni mediche
B1 1880 Revisione immediata su copia a stampa, con note marginali (anche di amici)
B2 1881-82 Grande travaglio: tagli drastici e riscrittura dei dialoghi
B3 1883-84 Divisione in 3 parti. Il finale viene cambiato (Giacinta inizialmente sopravvive)
B4/ G 1884-86 Versione definitiva per Giannotta. Ritorno al suicidio. Stile asciutto e "verghiano"

I cambiamenti tra l’edizione milanese di Brigola (B) del 1879 e l’edizione catanese di Giannotta (G) del 1886 – di cui si ha testimonianza dalla Confessione a Neera premessa alla terza edizione dell’89 e da alcune lettere che vanno dal ’79 all’86 agli amici Cesareo, Gianformaggio, Rod e De Roberto –sono stati analizzati da Matteo Durante nel suo saggio intitolato Tra prima e la seconda Giacinta di Capuana[15]. Si tratta di 234 fogli di vario formato, per lo più su una sola facciata e non sempre di facile lettura – a causa dei continui ripensamenti dello scrittore – a cui si aggiunge una copia dell’edizione Brigola, importante perché vi si registrano una serie di correzioni a mano di Capuana. Matteo Durante ha ricostruito il lavoro di revisione di Brigola dividendolo in 4 grandi fasi (B1, B2, B3 e B4) che ebbero una storia complicata testimoniata da lettere grazie alle quali si può tentare anche una datazione[16].

B1 è una copia di B con correzioni marginali e interlineari, con aggiunte ma anche eliminazioni di interi periodi o pagine che sono cassati tramite segni marcati di penna. Gli interventi più importanti – di lessico, sintassi e struttura del romanzo - sono inerenti ai cap. I-VI e X-XI quasi totalmente rielaborati; minori sono invece quelli dei cap. VII-VIII e rari nel caso dei capitoli IX e XII.[17]

Revisione dei capitoli in B', Matteo Durante

Su B1, molto probabilmente Capuana lavorò dall’estate 1879 a buona parte dell’81. Ciò si evince da uno scambio epistolare iniziato il 1° agosto del 79 con Gianformaggio, in cui Capuana comunicava l’ormai prossima “ristampa con correzioni e una prefazione” dell’opera. Da una lettera del Barone de Luca, si evince che sicuramente prima della fine dell’anno il lavoro doveva essere giunto alla prima compiuta definizione. Il Barone de Luca era stato il fautore dell’idea del romanzo grazie al racconto di un aneddoto mondano del 1875: proprio per questo motivo, in una lettera a Capuana del 13 gennaio 1880, dopo averlo ringraziato per avergli fatto leggere in anteprima quella che definisce “seconda edizione” – da un’analisi di Durante, sembra essere il testo di B1 – contesta alcune scelte narrative che si discostavano molto dall’aneddoto da lui raccontato; in modo specifico, De Luca critica aspramente la scena del personaggio Mochi "dentro e fuori il Veglione", sostenendo che tale scena "non à esistito" e che egli trova esteticamente "brutta" così come, aggiunge, “lo dice pure una nota in matita da me letta in margine”. Infatti, a pagina 337 di B1 (dove è descritta la scena) si leggono scritte a matita - sul margine destro la scritta “brutta” e, più sotto, “impossibile” (Il Barone contestava anche l'aver attribuito a Beppe la colpa dell'onta di Giacinta - invece che a Marulli padre - e riteneva inverosimile qualsiasi "barlume finale di resipiscenza o rimorso" nel dottor Gerace) – da una mano diversa da quella dello scrittore: probabilmente si trattava di un lettore che aveva letto prima di De Luca quella copia e ne aveva scritto tale commento. Ciò fa pensare che Capuana avesse fatto circolare il volume in una ristretta cerchia d’amici – sicuramente tra questi vi era Verga che in una lettera del 79 aveva definito quella scena “dura, dura, dura” – prima di pubblicare la nuova versione. A fine 1880, la Giacinta non era ancora stata ristampata; anzi, Capuana inserì altri interventi e modifiche a quel testo già rielaborato perché voleva maggiore coerenza ai canoni di poetica naturalista su cui rifletteva in quel periodo con Verga. Un nuovo e più grosso intervento si ha poi tra fine 80 e primo 81: sono eliminati molti brani di B in precedenza accolti in B1 e inseriti dei nuovi.

B2. A fine 1881 Capuana comunica a Gianformaggio di aver “rifatto da cima a fondo” il romanzo aggiungendo, insieme alla lettera, alcuni fogli contenenti le “Osservazioni linguistiche” sulla Giacinta fatte dall’amico. Di B2 sono pervenuti 61 fogli (strisce di carta grigio chiaro) non legati tra loro, di mm. 285x105 (alcuni hanno altro formato a causa di ritagli e incollature di Capuana) e scritti, tranne tre, su entrambe le facciate. La numerazione è irregolare e indipendente sul recto e sul verso, perché indipendenti sono i brani che si leggono sulle due facciate dei singoli fogli[18]. Questi fogli documentano una nuova stesura del romanzo ripresa da testo base B1 con interventi non sempre facili da decifrare. Sono pervenuti solo 23 capitoli di cui alcuni incompleti. Da Durante si riprende la tavola dei capitoli superstiti[19]: quelli segnalati tra parentesi tonda sono stati ricopiati interamente o, almeno, in parte ripresi nella struttura narrativa.

Revisione dei capitoli in B2, Matteo Durante

Solo 32 fogli esibiscono sia su retro che su verso brani definitivi di B2 appartenenti però a capitoli diversi: la spiegazione sta nel fatto che Capuana scriveva un capitolo sul davanti e poi tempo dopo considerava quella parte "superata" o da rifare, ma invece di buttare il foglio, lo girava e scriveva un capitolo diverso sul dietro. Spesso il lato anteriore, infatti, è cassato, e cambia la numerazione dei capitoli (da numeri romani continui come XXXII a numeri bassi come III, IV, V). Questo ci dice che mentre scriveva sul retro, Capuana aveva deciso di dividere il romanzo in "Parti" (Prima Parte, Seconda Parte, ecc.), cosa che non aveva previsto quando aveva scritto sul davanti. In altri 23 fogli i brani di B2 sono posti solo sul verso, mentre il recto accoglie uno stadio testuale anteriore: 4 fogli (detti a1) ci tramandano frammenti di capitoli la cui stesura è successiva a B1 ma precede B2 e hanno numerazione diversa da quella degli stessi brani posti in B2; altri 19 fogli (detti a2) ci tramandano una brutta copia sul davanti e lo stesso testo scritto in bella sul retro.

B3. Di B3 sono giunti 160 fogli compatti di qualità e dimensioni diverse, che documentano una nuova rielaborazione di B2. Sono eliminati gli ultimi capitoli della terza parte e vi sono molti ripensamenti e correzioni che evidenziano il continuo ritorno al testo dell’autore con la sua profonda incertezza stilistica. Le carte sono distinte in 3 gruppi: Il primo gruppo riguarda 34 fogli bianchi non rigati di carta dura (una falsa pergamena) di mm.267x189 sul cui margine destro sono incollate strisce di carta colorata identiche a quelle di a1, a2 e B2; di questi fogli, 30 sono incollati a due a due sul verso bianco e numerati da 2 a 31, 3 sono singoli uno è invece numerato 32 e mentre due di sono di dimensioni più piccole; infine un foglio è numerato 1 sul verso in cui ne è incollato un altro numerato anche 1 (appartengono però ad una redazione estranea a B3). Da questo gruppo di fogli si evince che Capuana lasciava il margine sinistro dei fogli bianchi libero per avere spazio per le correzioni dell'ultimo minuto. I primi capitoli sono quelli che lo hanno fatto soffrire di più. In alcuni fogli la vecchia versione è totalmente cancellata e riscritta da zero sul margine bianco, segno di insoddisfazione cronica. Il secondo gruppo comprende 120 fogli ed è il blocco più consistente inerente a capitoli I-XXIX. Ci mostra che il romanzo ha cambiato "scheletro" a metà dell’opera. Manca la pagina 91, ma il testo scorre bene. Questo ci dice che Capuana, nella fretta di numerare le pagine, ha saltato un numero. Capuana decide di dividere un capitolo in due creando un effetto domino: deve cambiare manualmente numero di tutti i capitoli successivi (il II diventa III, il XII diventa XIII…). Inoltre, in questo gruppo avviene il cambiamento strutturale definitivo. Capuana smette di numerare i capitoli in modo continuo e decide di dividere il libro in Tre Parti: ad esempio i capitoli dal XV al XXIX sono rinumerati come "Capitolo I della Seconda Parte", e così via. È la struttura che leggiamo noi oggi. Il terzo gruppo riguarda 6 fogli protocollo diversi dagli altri. Capuana scrive su due colonne per foglio, metodo tipico di chi sta confrontando due versioni diverse o sta cercando di comprimere molto testo in poco spazio per revisionarlo meglio. Durante sostiene che questi fogli sono più vecchi rispetto al secondo gruppo, perché qui i capitoli XI e XII hanno ancora la numerazione originale, prima di essere "slittati" a causa dello sdoppiamento. L’esame di questo ricco materiale fa avanzare due ipotesi[20]:

  1. La fusione dei manoscritti: la versione finale è nata solo da un'unione di B3 e i primi 37 fogli di B2 contenenti i capitoli I-IX che però non abbiamo perché B2 ci è giunto dal cap.X. L’ipotesi non viene messa in crisi dall’irregolarità della numerazione che si riscontra in B3 dopo i primi 32 fogli, anzi grazie ad essa acquista credito: un foglio di B3 porta il numero 28 che, secondo Durante, è un vecchio numero che apparteneva a B2. Ciò dimostra che Capuana ha riutilizzato pezzi di B2 dentro B3 dopo aver fatto una revisione "spietata" sui primi capitoli.
  2. Il lavoro "a catena". Il lavoro di Capuana è proceduto per gruppi di capitoli: da B1 (1ªedizione) passava a B2 (1ª revisione) e poi a B3 (revisione finale). La prova sta nel fatto che Capuana correggeva la divisione in "Parti" contemporaneamente su tutti i manoscritti che aveva sul tavolo, e usava il verso bianco dei fogli di B2 solo dopo che aveva già copiato il testo in B3.

B4. Si giunge, dunque, a B4, cioè l’edizione Giannotta iniziata tra ottobre e novembre 84, dopo aver trovato finalmente l'accordo con l'editore. I primi 4 fogli di questa fase mostrano un inizio di capitolo scritto in bella copia per l’editore, che però diventa subito pieno di correzioni e ripensamenti. Capuana definisce questo lavoro il "quarto rimaneggiamento" che annulla i precedenti ed è incerto se inserire una nuova prefazione. Ne scrive una (datata 8 novembre 1884) – che è un’integrazione tra quella vecchia del 79 e un resoconto del lungo lavoro di revisione – che non verrà mai stampata nella seconda edizione (G) restando come traccia manoscritta in B4. Anche la dedica a Émile Zola è riscritta e modificata più volte, segno che il legame col maestro del Naturalismo francese era ancora forte, ma mediato da nuova consapevolezza. Il lavoro di ricopiatura si conclude a fine 1885. Durante sottolinea come la revisione formale sia stata influenzata dal "modello verghiano". Capuana abbandona lo stile descrittivo alla Balzac (troppo pesante e superficiale) per una narrazione più schiva, essenziale e coerente con la poetica verista[21]. Quando, finalmente, esce terza edizione nell’89, la "tormentata storia" del romanzo si chiude ufficialmente: Capuana, infatti, non torna più sul testo[22].

Capuana ha cambiato idea più volte anche sulla conclusione: nella prima fase, del 1879, Giacinta si suicida, ponendo dunque un finale melodrammatico forzato; nella seconda fase del febbraio 1884, Capuana scrive a Cesareo che aveva deciso di non far morire più Giacinta perché riteneva che così il personaggio fosse “più logico e più vero”. Infine nella fase tre del febbraio 1885, Capuana cambia nuovamente idea e scrive a Rod che alla fine "Giacinta non resiste al dolore e si avvelena". Torna quindi al suicidio, ma con una motivazione psicologica più profonda e meno "romanzesca" rispetto alla prima edizione[23].

La datazione del lavoro di revisione

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Tramite le lettere e i giornali dell’epoca, Durante è riuscito a datare il lavoro di revisione dell’autore. A marzo 1881, Capuana inizia a riscrivere i primi 8 capitoli di B2, mentre per il resto del libro continua ad utilizzare l’edizione del 79, cioè B1, su cui inserisce le correzioni a penna. Tra 1881 e 1882 Capuana effettua delle correzioni su B2, dopo alcuni suggerimenti di natura linguistica di Gianformaggio. A Gennaio 1884, Capuana scrive a Cesareo e De Roberto che il manoscritto è “pronto da più di due anni” – quindi già nell’82 B3 era stato terminato – ma che continuava a effettuare delle modifiche. Tra 1884-85 vengono infine pubblicati in anteprima su riviste come "Preludio" e "La Tribuna" alcuni capitoli quasi identici a B3. Anche quando il testo sembrava pronto, Capuana non resisteva alla tentazione di cambiare: Durante nota che i capitoli IX e X della Seconda Parte sono stati invertiti all'ultimo momento. I fogli (86-93), infatti, mostrano segni di incollature e ritagli. Persino tra la versione mandata ai giornali (1885) e il libro stampato (1886), ci sono piccole modifiche, segno del "continuo tornare" dello scrittore sul suo testo.

Ricezione

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Nel 1879, secondo le previsioni di Giovanni Verga, Giacinta scatena uno scandalo letterario, fa «rumore e indiavolato». Il 25 giugno all’autore de La Nana, Emanuele Navarro della Miraglia, Capuana scrive: «vi mando la Giacinta. Se foste qui a sentire il coro d’indegnazione che essa ha sollevato fra i moralisti di professione, avreste pietà di me. Non mi raccapezzo più. O io ho perduto quel che si chiama il senso morale, o essi hanno torto. Io intanto continuo a credere ingenuamente d’aver fatto un libro morale! Che ne dite voi? Oggi o domani il Filippi mi crocifiggerà nella “Perseveranza”; domenica il Treves mi scomunicherà colla scomunica lata sententia nella “Ilustrazione italiana”. Il Verdinois mi ha già scomunicato nel “Corriere del Mattino” di Napoli. Non lo crederete, eppure è vero, c’è stata gente a Torino che ha persuaso il Casanova, l’editore della Messalina, a levar della vetrina il mio volume perché licenzio! […] Non mi reta altro che vedere dei buoni intenzionati far bruciare il mio volume in piazza, per le mani del boia, e metter sotto processo il suo autore per attentato ai pubblici costumi». Se Emilio Treves definisce Giacinta «libro immondo», Giovanni Verga vuole sacrificata «la verità dell’analisi all’effetto drammatico», Emanuele Navarro della Miraglia rimprovera qualche frase «un po’ troppo sensuale» anzi «brutale», Gerolamo Rovetta osserva che «un po’ di morale non guaste né l’arte né il vero», Giorgio Arcoleo avanza riserve «Giacinta non è volgare…ha un male di origine nell’idea fissa di resistere alla società», Andrea Torre lo ritiene «il migliore dei romanzi contemporanei», Federico De Roberto parla di «derivazione», non «imitazione», dai narratori francesi, Luigi Pirandello lo giudica il «primo saggio di romanzo contemporaneo italiano».[24] Ma le critiche non furono soltanto negative. Il più importante promotore di letteratura italiana in Germania, Paul Heyse, giudicò positivamente Giacinta[25]. Il rapporto tra Heyse e lo scrittore era nato nel 77 quando egli, il più importante promotore di letteratura italiana in Germania, aveva letto alcuni racconti di Capuana e lo aveva invitato ad allontanarsi dai temi e dalle tendenze di Verga e accostarsi invece a Farina e Barilli abbandonando “la sfera di un’opprimente sensualità” in favore di “aria fresca”[26]. Due anni dopo, in una lettera del 2 luglio 1879, Heyse ringrazia Capuana per avergli fatto recapitare una copia di Giacinta e, nel leggere l’opera, gli sembra che Capuana avesse seguito la via da lui indicata, cioè della vera bellezza che nasce dal connubio di poesia e morale[27]. Nonostante avesse da obiettare per l’epilogo culminante con il suicidio della protagonista, Heyse elogia la scelta di staccarsi dagli scrittori mondani della Scapigliatura per abbracciare una più ampia prospettiva culturale ed etica[28]. Soddisfatto dalla reazione di Heyse, Capuana non fece alcuna precisazione al suo giudizio, anche perché aveva trovato una persona forte che lo avrebbe difeso dagli attacchi che stava ricevendo in Italia per lo scandalo provocato dal romanzo, al punto da chiedere subito al corrispondente il permesso di stampare la lettera in un opuscolo apologetico cui intendeva mettere mano ma che non vide mai la luce[29]. Influenzato dal clima letterario dell’epoca umbertina, Giacinta – sulla scia delle teorie darwiniste e naturaliste – è incentrato sul caso fisio-patologico della protagonista, vittima delle convenzioni pseudo-morali e dei pettegolezzi. Romanzo caro a Luigi Capuana, fra la sua multiforme produzione, si pone come precursore dei romanzi moderni. Giacinta anticipa quindi le moderne figure femminili, incomprese, solitarie e, di conseguenza, escluse.

Lo stupro e l'analisi psicologica

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Capuana percorre un lungo percorso prima di arrivare alla stesura della Giacinta dove il quadro psicologico della protagonista è ben analizzato. È infatti grazie al pittore Telemaco Signorini che lo scrittore riuscì a confrontarsi con lo studio del vero e della realtà, in particolare quella sociale, e la sua interpretazione e ricostruzione all’interno del prodotto artistico. Il tema dello stupro ieri come oggi ricorre in diversi romanzi. Nella narrativa verista l’evento viene indagato attraverso l’oggettività e l’impersonalità ma anche studio psicologico sulla base delle metodologie psichiatriche del tempo. In Giacinta di Luigi Capuana, il trauma dello stupro è centrale nella costruzione della psicologia della protagonista nonostante l’evento non sia mai narrato esplicitamente. Diversamente, in Tortura dello stesso autore, pubblicato nel 1893, la violenza viene rappresentata come un attacco fisico. Questa modalità narrativa accomuna il testo di Capuana a Tentazione! di Giovanni Verga. Tentazione! è un’opera problematica al livello critico, in quanto era inserita all’interno di Drammi intimi ma venne poi dispersa in una successiva pubblicazione chiamata I ricordi del capitano d’Arce. Il testo riprende il tema dello stupro questa volta però di gruppo. La psicologia e i comportamenti delle giovani protagoniste di queste storie sono indagati ma sempre con un’ottica maschilista. Di fatto molti studi dell’epoca vedevano il disturbo fisico nascere da un disordine morale del quale in primis ne soffrivano le donne. Per quanto concerne Capuana egli apprezzo le pubblicazioni degli autori francesi come Emile Zola e scriverà, in particolare per la recensione al romanzo l’Assommoir, che la scrittura dell’autore francese riusciva a dimostrare l’affinità di lavoro tra quello dell’artista e dello scienziato. L’autore menenino, nelle sue opere, attenziona sempre il mondo femminile. Esempi del suo studio psicologico e medico sono le opere: Profili di donne (1877) e Le Appassionate (1893). In quest’ultima opera Capuana descrive le figure femminili non più come abbozzi ma come figure psicologicamente delineate, non dobbiamo infatti trascurare la cronologia: la stesura di quest’opera avviene dopo l’esperienza romanzesca della Giacinta.

Giacinta (adattamento teatrale)

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Giacinta (adattamento teatrale) è una riduzione teatrale, in cinque atti, dell’omonimo romanzo di Luigi Capuana; rappresentata per la prima volta nel maggio del 1888 al Teatro Sannazaro di Napoli dalla compagnia Città di Torino, diretta da Cesare Rossi, con Graziosa Glech nel ruolo della protagonista. La versione teatrale, fortemente ancorata al testo narrativo originale seppur con diverse revisioni, ripropone anche sulla scena lo sguardo critico di Capuana sulla borghesia di fine Ottocento e, come il romanzo, fu accolta in modo profondamente divisivo dalla critica, nonostante l’ampia circolazione sulle scene italiane tra il 1888 e il 1889.

Genesi e allestimento

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Luigi Capuana sottopose il testo di quella che egli stesso definì una commedia[30]. — nonostante la struttura drammatica — a Eleonora Duse, che inizialmente manifestò delle sue personali incertezze nei confronti del ruolo di Giacinta. Dopo aver letto e riletto la commedia, l’attrice comunicò allo scrittore la propria disponibilità a interpretare la parte, dichiarandosi impaziente di portare lo spettacolo in scena al Teatro Valle di Roma. [31]

In un secondo momento, la Duse ritirò la propria adesione al progetto. Pur affermando di non aver letto direttamente le recensioni apparse sulla stampa, la decisione maturò in un clima critico già segnato da giudizi fortemente negativi. In particolare, il critico Eugenio Checchi, figura di spicco nel panorama culturale dell’epoca, aveva pubblicato una severa stroncatura dell’opera sulle pagine del Fanfulla della Domenica circa quattro mesi prima del debutto teatrale, contribuendo a creare attorno alla riduzione teatrale un’attesa fortemente polemica e il timore di un possibile insuccesso. [32]

Il ruolo della protagonista fu quindi affidato a Graziosa Glech, prima attrice della compagnia di Cesare Rossi. Accanto a lei recitarono Assunta Mezzanotte, Libero Pilotto, Cesare Rossi ed Ermete Zacconi.

Accoglienza, critiche e polemiche

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La prima rappresentazione di Giacinta al Teatro Sannazaro di Napoli, nel maggio 1888[33], ottenne un notevole riscontro di pubblico, tale da determinare l’immediato annuncio di una replica, cui ne seguirono altre fino a un totale di nove rappresentazioni nella città partenopea. Al successo di pubblico non corrispose tuttavia un consenso unanime della critica, che si mostrò fin dall’inizio divisa sul valore artistico e, soprattutto, sulle implicazioni morali dell’opera.

Il 21 giugno 1888 la compagnia diretta da Cesare Rossi portò lo spettacolo all’Arena Nazionale di Firenze, dove l’accoglienza da parte del pubblico portò ad un discreto successo. In questa occasione il dibattito critico si concentrò prevalentemente su quella che alcuni recensori giudicarono una «immoralità intollerabile del soggetto», più che sugli aspetti veristi della scrittura drammaturgica, senza che ciò impedisse la prosecuzione delle recite. [34]

Il 28 luglio 1888 Giacinta fu rappresentata all’Arena Peloro di Messina dalla compagnia di Giuseppe Pietriboni, registrando il tutto esaurito, cui fece seguito una replica. Il critico della Gazzetta di Messina parlò di un «successo completo, il più completo dei successi della stagione», pur rilevando al contempo alcune debolezze del dramma sul piano della costruzione teatrale. [35]

Il 25 agosto 1888 la commedia fu messa in scena a Catania, al Teatro Nazionale, dalla compagnia di Francesco Pasta, con Pierina Giagnoni nel ruolo della protagonista. La rappresentazione fu accolta come un trionfo inatteso, poiché parte del pubblico e della critica, sotto l’influenza dei giudizi contrastanti apparsi sulla stampa fiorentina e messinese, aveva assistito allo spettacolo con atteggiamento diffidente.

Il 13 ottobre 1888 Giacinta tornò in scena a Torino, al Teatro Gerbino, nuovamente con la compagnia di Cesare Rossi e con Graziosa Glech nel ruolo della protagonista. Capuana accolse con favore l’interpretazione dell’attrice, al punto da dedicarle, per riconoscenza, l’edizione a stampa del 1890. [36] Anche in questa occasione la critica si divise: alcuni recensori accusarono Capuana di aver trattato un argomento giudicato «molto ripugnante» e di aver costruito dialoghi ritenuti eccessivamente «scarsi». A quest’ultima critica si oppose Giovanni Verga che, in una lettera indirizzata all’autore, dichiarò di non comprendere tale giudizio.

Il 23 novembre 1888 la compagnia Rossi-Glech approdò infine al Teatro Valle di Roma. Se da alcuni critici l’opera venne accolta in modo favorevole, Eugenio Checchi non mancò di rinnovare i propri attacchi nei confronti del dramma, proseguendo una polemica già avviata attorno al romanzo e alla sua trasposizione teatrale.

Il 1888 si configurò come un anno particolarmente intenso per la circolazione della messinscena di Giacinta, rappresentata in numerose città italiane. Anche nel 1889 il dramma continuò ad essere messo in scena in vari centri, tra cui Genova, Milano, Venezia, Bologna, Pisa, Trieste e Palermo. In particolare, la rappresentazione milanese ebbe luogo il 13 marzo 1889 al Teatro dei Filodrammatici, portata in scena, ancora una volta, dalla compagnia di Francesco Pasta.

In epoca recente, dall’opera di Luigi Capuana è stato tratto uno sceneggiato televisivo trasmesso su Rai 1 il 20, 22 e 27 aprile 1980. La regia fu affidata a Luigi Calderone e gli interpreti furono Franca Maria De Monti (Giacinta), Mario Colli (Ernesto Savani), Fabio Gamma (Andrea Gerace), Beppe Chierici (conte Giulio Grippa), Veronica Lazar (Teresa Marulli) e Giorgio Tinora (dottor Follini). Per l’adattamento televisivo l’opera subì significative modifiche, volte a renderla più attuale; nei sottotitoli di accompagnamento lo sceneggiato fu infatti dichiarato «liberamente tratto dal romanzo omonimo». In questa versione la protagonista non muore, ma impazzisce. [37]

Rapporto con il romanzo e interpretazioni critiche

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La riduzione teatrale di Giacinta ha mantenuto una forte continuità con l’omonimo romanzo, sia sul piano tematico sia su quello strutturale. La versione scenica ripropose uno spaccato amaro della borghesia dell’epoca, mettendone in luce contraddizioni morali, ipocrisie sociali e tensioni latenti tra norme condivise e pulsioni individuali. Rilevante fu anche la rappresentazione dei personaggi femminili: Giacinta portò sulla scena un dramma interiore, cercando al contempo di ritagliarsi uno spazio sociale che le consentisse di agire senza il controllo dell’autorità patriarcale.

Capuana rimase fortemente ancorato al testo narrativo originale nel corso del lavoro di trasposizione scenica. Nella stesura della versione teatrale, l’autore postillò frequentemente le singole scene con espliciti rimandi alle pagine o ai capitoli del romanzo, a conferma della volontà di conservarne non solo la trama, ma anche l’impianto ideologico e problematico. [38]

La ricezione teatrale di Giacinta fu caratterizzata da una marcata distanza tra successo di pubblico e giudizio critico, nonché da una persistente polarizzazione delle opinioni, in larga parte legata alla rappresentazione dei valori e delle contraddizioni della borghesia contemporanea. Le polemiche suscitate dall’opera contribuirono tuttavia alla sua ampia diffusione sulle scene italiane, rendendo la riduzione teatrale uno dei casi più discussi del teatro di area verista di fine Ottocento.

La centralità di Giacinta come figura femminile lacerata tra desiderio, colpa e giudizio sociale, affiancata dal personaggio di Teresa, contribuì a fare del dramma un luogo di esposizione critica dei valori borghesi, più che una semplice trasposizione narrativa. In questo senso, la fedeltà al romanzo non attenuò, ma rese anzi più evidente sulla scena il carattere perturbante e realistico dell’opera, fornendo una delle chiavi di lettura delle accuse di immoralità e delle reazioni contrastanti che ne accompagnarono l’accoglienza teatrale.

Audiolibri

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La disponibilità di audiolibri della Giacinta rende il testo accessibile ad un pubblico più vasto di lettori. Gli audiolibri mantengono l’impianto linguistico e tematico originale del romanzo. Ad oggi sono solo due le edizioni di audiolibri pubblicate:

  • Edizione del 2008: edito da Edizioni Nataly Queen e curato da N. Grossi. Si tratta di un CD audio formato MP3.


Giacinta internazionale

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La fortuna ottenuta dall’opera di Luigi Capuana è testimoniata dalla sua diffusione al di fuori dei confini italiani. Giacinta è stata infatti oggetto di traduzioni in altre lingue che hanno favorito la circolazione internazionale. Sono documentate infatti almeno due edizioni, una in lingua spagnola e l’altra in francese.


  • Per l’edizione spagnola': Jacinta, Luis Capuana. Version de la 3ª edición italiana por Miguel Domenge Mir. Barcellona, 1907. Editores Calle Córcega, 348.

Bibliografia

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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Note

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  1. R. C. Madrignani, Capuana e il naturalismo, Bari, Laterza, 1970, p. 147.
  2. Ivi, p.103
  3. Ivi, p.116
  4. Ivi, p.155
  5. D. Bellini, Recensione a Naturalismo e verismo. Zola, Verga e la poetica del romanzo, Italica, 88, n. 2, 2011, p303
  6. Introduzione a cura di Sarah Zappulla Muscarà in L. Capuana, Giacinta, Mursia Tascabili, Milano, 1980
  7. L. Capuana, Giacinta, Milano: A. Cervieri, 1889.
  8. Introduzione a cura di Sarah Zappulla Muscarà in L. Capuana, Giacinta, Mursia Tascabili, Milano, 1980 pp.6-7
  9. S.Evangelista, Il binomio letteratura scienza e il realismo interiore nell’opera narrativa di Luigi Capuana, ADI Editore, 2021, p.4
  10. Ivi, p.5
  11. L. Nay, «Col coltello anatomico di un valente chirurgo»: la "dissezione" di Giacinta, in Il Teatro verista, Catania, Fondazione Verga, 2007, pp. 91-93
  12. Ivi pp. 95-97
  13. Ivi, pp. 100-101
  14. Sono ben noti gli interessi di Capuana per le pratiche spiritiche. Egli arriva infatti al punto di proporre una nuova religione fondata sul concetto di "perispirito". Si veda il suo intervento La religione dell'avvenire apparso sulla Gazzetta Letteraria, a.III, n.48, 1879.
  15. Tra la prima e la seconda Giacinta di Capuana pp.119-263
  16. Ivi,p.200
  17. Ivi,p.201-202
  18. Ivi, p.205
  19. Ivi,p.206
  20. Ivi,p.208-210
  21. Ivi,p.217
  22. Ivi, p.220
  23. Ivi, p.215-216
  24. Introduzione a cura di Sarah Zappulla Muscarà in L. Capuana, Giacinta, Mursia Tascabili, Milano, 1980, pp. 5-6.
  25. A.Antonazzo, La copia di Paul Heyse della Giacinta di Capuana, pp.111-121
  26. Ivi,p.113
  27. Ivi,p.111
  28. Ivi,p.114
  29. Ivi,p.114
  30. C. Emmi, La voce di Giacinta: sulla lingua del dramma eponimo, in Annali della Fondazione Verga, Capuana narratore e drammaturgo. Atti del Congresso per il centenario della morte (Catania, 11-12 dicembre 2015), a cura di D.Marchese, Catania, 2015, p.215
  31. Cfr. M.V. Sanfilippo, Il caso Giacinta di Luigi Capuana: dal romanzo alla rappresentazione teatrale. Per una ricostruzione della fortuna scenica., in La letteratura degli italiani 4. I letterati e la scena, Atti del XVI Congresso Nazionale Adi, Sassari-Alghero, 19-22 settembre 2012, a cura di G. Baldassarri, V. Di Iasio, P. Pecci, E. Pietrobon e F. Tomasi, Roma, Adi editore, 2014, pp.1-4.
  32. Ibidem
  33. Capuana L., Teatro italiano. Volume primo. A cura di G. Oliva e L. Pasquini, Palermo, Sellerio editore, 1999, pp.23 - 28. Ci sono delle discordanze sul giorno esatto della prima rappresentazione che dovrebbe essere avvenuta o il 16 o il 18 maggio 1888.
  34. Cfr. M.V. Sanfilippo, Il caso Giacinta di Luigi Capuana: dal romanzo alla rappresentazione teatrale. Per una ricostruzione della fortuna scenica., op. cit., p.10
  35. Ivi, p.12
  36. L. Capuana, Teatro italiano. Volume primo, op. cit. p.28
  37. Capuana L., Teatro italiano. Volume primo, op. cit., p.36
  38. Cfr. C. Emmi, La voce di Giacinta. Sulla lingua del dramma eponimo, op. cit., p.217