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==Confronto fra Edizioni== Nel confronto tra la prima versione del 1901 pubblicata sulla rivista «Il Marzocco» (cui si farà riferimento con l’abbreviazione MZ) e quella del 1922 esistono diversi interventi, prevalentemente aggiuntivi che espuntivi, da cui è possibile rilevare una resa del linguaggio più marcatamente espressionistica. Non vengono segnalate varianti minime ortografiche o di punteggiatura (del tipo: lampioni/fanali), ma solo le frasi che sono presenti in una versione e assenti nell’altra, e quelle riformulate in modo sostanziale (non solo stilistico). Prima grande modifica riguarda il titolo, da ''Strigi'' in MZ a ''E due!'' già nella seconda edizione su rivista del 1919, richiamando in tal modo la battuta finale della novella e contribuendo a definire fin da subito una struttura circolare. Si passa, inoltre, da un titolo che richiama l’idea di presenze ostili, maligne, figure che incombono e opprimono, a uno quasi banale, ironico, volutamente in contrasto con la tensione e l’amarezza del contenuto. In MZ manca il tragitto psicologico-fisico di Diego, così come l’elemento sonoro dei grilli: «Dopo aver vagato a lungo per il quartiere addormentato dei Prati di Castello, rasentando i muri delle caserme, sfuggendo istintivamente il lume dei lampioni sotto gli alberi dei lunghissimi viali»<ref>''Ivi'', p. 147.</ref> «Solo, nel gran silenzio, s’udiva un lontanissimo zirlío di grilli»<ref>''Ibidem''.</ref> Vengono ampliati i dettagli sul paesaggio, aggiunte che non hanno uno scopo meramente descrittivo ma metaforico, in cui far riflettere lo stato d’animo del personaggio e la sua condizione psicologica, creando una maggiore corrispondenza molto vicina al correlativo oggettivo. Ad esempio, il passo che segue (ed. del 1922), fortemente riflessivo, in MZ resta più aderente all’azione: «S’era portato con sé, come uno scenario, lo spettacolo di quel cielo corso da quelle nuvolette basse e lievi; e del fiume con quei riflessi dei fanali; lo spettacolo di quelle alte case nell’ombra, là dirimpetto stagliate nel chiarore della città, e di quel ponte con quel cappello… E l’impressione spaventosa, come di sogno, dell’impassibilità di tutte quelle cose ch’erano con lui là, presenti, più presenti di lui, perché lui, anzi, nascosto nell’ombra degli alberi, era veramente come se non ci fosse.»<ref>''Ivi'', p. 149.</ref> Assenza importante in MZ è l’episodio del gatto, forse l’aggiunta più significativa: «A un tratto vide venire a posarsi con un balzo agile e netto, là su la tavola massiccia, il grosso gatto bigio di casa. Due occhi verdi, immobili e vani. Ebbe un momentaneo terrore di quegli occhi, e aggrottò le ciglia, urtato. Pochi giorni addietro, quel gatto era riuscito a far cadere dal muro di quella saletta una gabbia col cardellino, di cui sua madre aveva cura amorosa. Con industriosa e paziente ferocia, cacciando le granfie di tra le gretole, l’aveva tratto fuori e se l’era mangiato. La madre non se ne sapeva ancora dar pace; anche lui pensava tuttora allo scempio di quel cardellino; ma il gatto, eccolo là: del tutto ignaro del male che aveva fatto. Se egli lo avesse cacciato via da quella tavola sgarbatamente, non ne avrebbe mica capito il perché.»<ref>''Ivi'', p. 150.</ref> A cui segue immediatamente, non a caso, la teorizzazione della colpa, sentimento che in MZ viene solo vissuto: «Ed ecco già due prove contro di lui, quella sera. Due altre prove. E questa seconda gli balzava innanzi all’improvviso, con quel gatto; come all’improvviso gli era venuta l’altra, con quel suicidio dal ponte. Una prova: che egli non poteva essere come quel gatto là che, compiuto uno scempio, un momento dopo non ci pensava più; l’altra prova: che gli uomini, alla presenza d’un fatto, non potevano restare impassibili come le cose, per quanto come lui si forzassero, non solo a non parteciparvi, ma anche a tenersene quasi assenti. La dannazione del ricordo in sé, e il non poter sperare che gli altri dimenticassero. Ecco. Queste due prove. Una dannazione e una disperazione.»<ref>''Ibidem''.</ref> Nell’edizione più recente, si rileva una maggiore maturità nella resa dei dialoghi, in cui esprimere, anche in maniera ironica, la valenza drammatica del momento e l’insofferenza del protagonista, senza venir meno alla spontaneità e alla naturalezza del linguaggio parlato: «Dovremmo metterci a fare i distratti, tutti quanti... per lasciarmi vivere. Distratto io, distratti gli altri... – Che è stato? Niente. Sono stato tre anni “in villeggiatura”. Parliamo d’altro... – Ma non vedi, non vedi come mi guardi anche tu?»<ref>''Ivi'', p. 152.</ref> Nella parte finale, quando Diego ritorna sul ponte, i tempi della narrazione si distendono e i leggeri interventi hanno lo scopo di rafforzare la circolarità del racconto e predisporre la sensibilità del lettore al gesto finale, dove le correzioni interpuntive cambiano sensibilmente il ritmo della scrittura. Di seguito il confronto tra il passo finale riportato in MZ e quello dell’edizione del 1922. Strigi, 1901<ref>Per la lettura di ''Strigi'', si rimanda all'edizione statica della raccolta presente nell'Edizione Nazionale dell'Opera Omnia di Luigi Pirandello in [https://www.pirandellonazionale.it/]</ref>: «Dopo circa un’ora Diego Bronner era sul Ponte Margherita. Continuava, come prima, pe’l cielo la fuga delle nuvolette lievi, cineree. Il cappello di quell’ignoto su la cimasa del parapetto non c’era più. Forse eran passate di là le guardie notturne, e se l’eran preso. – E due! – mormorò egli, con un ghigno atroce, posando il suo cappello lì, allo stesso posto, ma come se facesse per gioco, per una beffa alle guardie notturne. Poi andò dall’altra parte del fanale, per vedere l’effetto del suo cappello, solo là, su la cimasa, illuminato, come quell’altro. E rimase un pezzo, chinato sul parapetto, col collo proteso, a contemplarlo, come se lui non ci fosse più. A un tratto rise orribilmente: si vide là appostato come un gatto dietro il fanale: e il topo era il suo cappello... – Via, via! pagliacciate! – Ritornò risolutamente al posto di prima, scavalcò il parapetto: si sentí drizzare i capelli sul capo, sentí il tremito delle mani che si tenevano rigidamente afferrate: le schiuse, si protese nel vuoto.» E due!, 1922: «Dopo circa un’ora, Diego Bronner era di nuovo seduto sull’argine del fiume, al posto di prima, con le gambe penzoloni. Continuava per il cielo la fuga delle nuvolette lievi, basse, cineree. Il cappello di quell’ignoto sul parapetto del ponte non c’era più. Forse eran passate di là le guardie notturne e se l’erano preso. All’improvviso, si girò verso il viale, ritraendo le gambe; scese dalla spalletta dell’argine e si recò là, sul ponte. Si tolse il cappello e lo posò allo stesso posto di quell’altro. – E due! – disse. Ma come se facesse per giuoco; per un dispetto alle guardie notturne che avevano tolto di là il primo. Andò dall’altra parte del fanale, per vedere l’effetto del suo cappello, solo là, su la cimasa, illuminato come quell’altro. E rimase un pezzo, chinato sul parapetto, col collo proteso, a contemplarlo, come se lui non ci fosse più. A un tratto rise orribilmente: si vide là appostato come un gatto dietro il fanale: e il topo era il suo cappello... – Via, via, pagliacciate! – Scavalcò il parapetto: si sentí drizzare i capelli sul capo: sentí il tremito delle mani che si tenevano rigidamente aggrappate: le schiuse; si protese nel vuoto.»<ref>Pirandello L., ''op. cit.'', p. 155.</ref> In conclusione, se MZ predilige una maggiore immediatezza narrativa e una minore astrazione, l’edizione del 1922 viene arricchita per mezzo di un linguaggio più simbolico e introspettivo.
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