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==Commento== [[File:MZ 1901 (P.1).jpg|thumb|right|Pagine della prima pubblicazione della novella ''E due!'', apparsa sulla rivista ''[https://it.wikipedia.org/wiki/Il_Marzocco/ Il Marzocco]'' il 29 settembre 1901]] [[File:MZ 1901 (P.2).jpg|thumb|right]] ''E due!'' è la decima novella di ''Scialle Nero''. S’inserisce, pertanto, in quella che viene convenzionalmente definita la seconda parte della raccolta e che viene caratterizzata da certi cambiamenti tematici e strutturali, come la nuova ambientazione romana e la prevalenza di un forte ripiegamento introspettivo da parte dei protagonisti. Ciò nonostante, nei personaggi romani resta ugualmente predominante quell’irrimediabile senso di svuotamento esistenziale che accompagna anche i personaggi delle prime novelle e alla cui base è centrale lo scontro tra la propria individualità e la società. Similmente, il passaggio dalla provincia siciliana alla Roma continentale non presenta alcuna vera differenza di prospettive, né offre alcuna salvifica e insperata soluzione; può forse esserlo l’America ma viene sempre vista come un qualcosa di lontano, una possibilità destinata a restare solo un sogno poiché ormai è tutto tragicamente determinato. La vicenda di Diego Bronner si svolge in una sola notte. Sono tre gli anni trascorsi da quel «processo scandaloso, che aveva sollevato tanto rumore e infamato tanti giovanotti»<ref>Pirandello Luigi, ''Novelle per un anno'', vol. I, a cura di S. Costa, Mondadori, Milano, 2021, p. 151.</ref>; sette i mesi in cui si fa divorare dal «triste ozio»<ref>''Ibidem.''</ref>; ventisei gli anni di vita; ma una sola è la notte in cui tutto avviene. Anche in questa novella fabula e intreccio non coincidono, e l’analessi è uno strumento fidato per restituire quel contesto narrativo indispensabile a comprendere il momento culminante della storia. Nella narrazione di Pirandello, è come se i fatti, e con essi il lettore, giungessero sempre troppo tardi, quando ormai la frattura è irreparabile e non vi è più alcuna possibile soluzione al dramma di una vita distrutta. L’unica cosa che viene concessa al lettore è osservare immobile e impotente la fine. Immobile e impotente è, non a caso, Diego Bronner quando assiste al suicidio dell’uomo ignoto, il cui cappello lasciato sulla cimasa del ponte è l’unica traccia del suo passaggio. Lo stesso cappello che Diego non troverà quando tornerà di nuovo sul ponte e al cui posto lascia il proprio (simbolo dell’''assenza'' su cui si basa l’intera storia), e ancora lo stesso cappello lasciato da Mattia Pascal qualche anno più tardi. Altro elemento ricorrente è la figura materna. Dalla prospettiva di una madre stanca, affettuosa e mite, si viene a conoscenza degli eventi che tanta tristezza hanno portato nella vita famigliare, senza per questo essere persuasi che Diego sia davvero innocente. Del resto, la veridicità di quanto accaduto, il modo in cui il figlio e altri amici si sono approfittati di un russo ubriaco e crapulone, è di per sé irrilevante e il processo che ne seguì va chiaramente inteso in senso metaforico. La colpa della madre è forse quella di non aver intuito come la vita del figlio fosse già compromessa ben prima di conoscere quel «cagliostro»<ref>''Ivi'', p. 153.</ref> di Lululloff: «s’era proposto di non leggere più, di non scrivere un rigo; e andava lì, in quella casa, con quei compagni, per abbrutirsi, per uccidere in sé, per affogare nel bagordo un sogno, il suo sogno giovanile, poiché le tristi necessità della vita gl’impedivano d’abbandonarsi a esso, come avrebbe voluto»<ref>''Ivi'', pp. 153-54.</ref>. È possibile supporre che tutto ebbe inizio con la morte del padre, da cui l’esigenza per Diego di trovare un impiego senza troppe pretese, quindi l’impossibilità di portare avanti il proprio sogno giovanile, per poi arrivare alla sua volontà autodistruttiva e a ciò che ne seguì: il processo, lo scandalo, la perdita del lavoro e infine la morte. Il processo scandaloso ha la funzione di decretare la definitiva estraneità di Diego alla società, al mondo e persino alla vita: colpevole di accidia, di non aver voluto assumersi certe responsabilità a seguito della morte del padre, colpevole di opporsi al destino che gli toccò. Ciò di cui sia la madre che il figlio sono consapevoli è che per lui non c’è più posto in quel mondo; ed entrambi sanno che andare altrove è la sola alternativa. La madre pensa all’America, «lei magari ne sarebbe morta – ma il suo figliuolo avrebbe ripreso la vita»<ref>''Ivi'', p. 151.</ref>, dove Diego avrebbe potuto rimettersi in gioco, tornare a vivere e a scrivere come faceva una volta. Diego non pensa all’America, non potrebbe mai sopportare di abbandonare sua madre in quel modo, e una parte di lui sa già che quell’''altrove'' è solo la morte. Più precisamente, egli non sa ancora quale azione intraprendere finché il suo doppio, il suo alter ego, la sua volontà inespressa, non glielo mostra; sa, invece, che la sua vita è finita molto tempo fa, col suo sogno irrealizzabile, e sa che è incapace di rendere felice la madre, causandole nient’altro che tristezza e sfogando su di lei un ingiusto rancore frutto del proprio senso di colpa e dell’odio che prova. Odio che nutre verso sé stesso, per i doveri di cui non riesce a farsi carico, verso il mondo, a causa della sua completa indifferenza verso le miserie dei molti, e verso la sorte, che tanta ingenerosa è stata nei suoi confronti. «Come se non ci fosse»<ref>''Ivi'', p. 149.</ref> è lo stato d’essere di Diego e il suo suicido è una conseguenza deterministica. L’ennesima vita distrutta a cui assistiamo impotenti e incapaci di reagire, le cui cause in ultima istanza sembrano talmente aleatorie e relative da rendere vano ogni tentativo di ricercarvi una soluzione, una spiegazione appagante, o anche solo confortante.
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