E due!
La novella E due! è stata pubblicata per la prima volta col titolo Strigi sulla rivista «Il Marzocco» il 29 settembre 1901; segue un ulteriore pubblicazione col titolo definitivo in «Novella» il 25 agosto 1919; ed è infine inclusa in Scialle nero, la prima raccolta di novelle con cui inizia l’ambizioso progetto delle Novelle per un anno, inaugurato nel 1922 dall’editore Bemporad di Firenze.
Trama
[edit]Dopo aver vagato a lungo per il quartiere dei Prati di Castello, Diego Bronner si ferma sul Lungotevere dei Mellini per riposarsi. Sul ponte Margherita assiste al suicidio di un uomo che si getta nel fiume. Diego è incapace di reagire e torna a casa sconvolto. Lì lo aspetta la madre, perennemente preoccupata per la felicità del figlio, giovane di talento rovinato da cattive compagnie e tormentato da un processo infamante. Quella stessa notte, Diego ritorna sul ponte e, replicando gli stessi gesti dello sconosciuto che stava lì prima di lui, si getta nel vuoto.
Commento
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E due! è la decima novella di Scialle Nero. S’inserisce, pertanto, in quella che viene convenzionalmente definita la seconda parte della raccolta e che viene caratterizzata da certi cambiamenti tematici e strutturali, come la nuova ambientazione romana e la prevalenza di un forte ripiegamento introspettivo da parte dei protagonisti. Ciò nonostante, nei personaggi romani resta ugualmente predominante quell’irrimediabile senso di svuotamento esistenziale che accompagna anche i personaggi delle prime novelle e alla cui base è centrale lo scontro tra la propria individualità e la società. Similmente, il passaggio dalla provincia siciliana alla Roma continentale non presenta alcuna vera differenza di prospettive, né offre alcuna salvifica e insperata soluzione; può forse esserlo l’America ma viene sempre vista come un qualcosa di lontano, una possibilità destinata a restare solo un sogno poiché ormai è tutto tragicamente determinato.
La vicenda di Diego Bronner si svolge in una sola notte. Sono tre gli anni trascorsi da quel «processo scandaloso, che aveva sollevato tanto rumore e infamato tanti giovanotti»[1]; sette i mesi in cui si fa divorare dal «triste ozio»[2]; ventisei gli anni di vita; ma una sola è la notte in cui tutto avviene. Anche in questa novella fabula e intreccio non coincidono, e l’analessi è uno strumento fidato per restituire quel contesto narrativo indispensabile a comprendere il momento culminante della storia. Nella narrazione di Pirandello, è come se i fatti, e con essi il lettore, giungessero sempre troppo tardi, quando ormai la frattura è irreparabile e non vi è più alcuna possibile soluzione al dramma di una vita distrutta. L’unica cosa che viene concessa al lettore è osservare immobile e impotente la fine. Immobile e impotente è, non a caso, Diego Bronner quando assiste al suicidio dell’uomo ignoto, il cui cappello lasciato sulla cimasa del ponte è l’unica traccia del suo passaggio. Lo stesso cappello che Diego non troverà quando tornerà di nuovo sul ponte e al cui posto lascia il proprio (simbolo dell’assenza su cui si basa l’intera storia), e ancora lo stesso cappello lasciato da Mattia Pascal qualche anno più tardi.
Altro elemento ricorrente è la figura materna. Dalla prospettiva di una madre stanca, affettuosa e mite, si viene a conoscenza degli eventi che tanta tristezza hanno portato nella vita famigliare, senza per questo essere persuasi che Diego sia davvero innocente. Del resto, la veridicità di quanto accaduto, il modo in cui il figlio e altri amici si sono approfittati di un russo ubriaco e crapulone, è di per sé irrilevante e il processo che ne seguì va chiaramente inteso in senso metaforico. La colpa della madre è forse quella di non aver intuito come la vita del figlio fosse già compromessa ben prima di conoscere quel «cagliostro»[3] di Lululloff: «s’era proposto di non leggere più, di non scrivere un rigo; e andava lì, in quella casa, con quei compagni, per abbrutirsi, per uccidere in sé, per affogare nel bagordo un sogno, il suo sogno giovanile, poiché le tristi necessità della vita gl’impedivano d’abbandonarsi a esso, come avrebbe voluto»[4]. È possibile supporre che tutto ebbe inizio con la morte del padre, da cui l’esigenza per Diego di trovare un impiego senza troppe pretese, quindi l’impossibilità di portare avanti il proprio sogno giovanile, per poi arrivare alla sua volontà autodistruttiva e a ciò che ne seguì: il processo, lo scandalo, la perdita del lavoro e infine la morte. Il processo scandaloso ha la funzione di decretare la definitiva estraneità di Diego alla società, al mondo e persino alla vita: colpevole di accidia, di non aver voluto assumersi certe responsabilità a seguito della morte del padre, colpevole di opporsi al destino che gli toccò.
Ciò di cui sia la madre che il figlio sono consapevoli è che per lui non c’è più posto in quel mondo; ed entrambi sanno che andare altrove è la sola alternativa. La madre pensa all’America, «lei magari ne sarebbe morta – ma il suo figliuolo avrebbe ripreso la vita»[5], dove Diego avrebbe potuto rimettersi in gioco, tornare a vivere e a scrivere come faceva una volta. Diego non pensa all’America, non potrebbe mai sopportare di abbandonare sua madre in quel modo, e una parte di lui sa già che quell’altrove è solo la morte. Più precisamente, egli non sa ancora quale azione intraprendere finché il suo doppio, il suo alter ego, la sua volontà inespressa, non glielo mostra; sa, invece, che la sua vita è finita molto tempo fa, col suo sogno irrealizzabile, e sa che è incapace di rendere felice la madre, causandole nient’altro che tristezza e sfogando su di lei un ingiusto rancore frutto del proprio senso di colpa e dell’odio che prova. Odio che nutre verso sé stesso, per i doveri di cui non riesce a farsi carico, verso il mondo, a causa della sua completa indifferenza verso le miserie dei molti, e verso la sorte, che tanta ingenerosa è stata nei suoi confronti. «Come se non ci fosse»[6] è lo stato d’essere di Diego e il suo suicido è una conseguenza deterministica. L’ennesima vita distrutta a cui assistiamo impotenti e incapaci di reagire, le cui cause in ultima istanza sembrano talmente aleatorie e relative da rendere vano ogni tentativo di ricercarvi una soluzione, una spiegazione appagante, o anche solo confortante.
Confronto fra Edizioni
[edit]Nel confronto tra la prima versione del 1901 pubblicata sulla rivista «Il Marzocco» (cui si farà riferimento con l’abbreviazione MZ) e quella del 1922 esistono diversi interventi, prevalentemente aggiuntivi che espuntivi, da cui è possibile rilevare una resa del linguaggio più marcatamente espressionistica. Non vengono segnalate varianti minime ortografiche o di punteggiatura (del tipo: lampioni/fanali), ma solo le frasi che sono presenti in una versione e assenti nell’altra, e quelle riformulate in modo sostanziale (non solo stilistico).
Prima grande modifica riguarda il titolo, da Strigi in MZ a E due! già nella seconda edizione su rivista del 1919, richiamando in tal modo la battuta finale della novella e contribuendo a definire fin da subito una struttura circolare. Si passa, inoltre, da un titolo che richiama l’idea di presenze ostili, maligne, figure che incombono e opprimono, a uno quasi banale, ironico, volutamente in contrasto con la tensione e l’amarezza del contenuto.
In MZ manca il tragitto psicologico-fisico di Diego, così come l’elemento sonoro dei grilli:
«Dopo aver vagato a lungo per il quartiere addormentato dei Prati di Castello, rasentando i muri delle caserme, sfuggendo istintivamente il lume dei lampioni sotto gli alberi dei lunghissimi viali»[7]
«Solo, nel gran silenzio, s’udiva un lontanissimo zirlío di grilli»[8]
Vengono ampliati i dettagli sul paesaggio, aggiunte che non hanno uno scopo meramente descrittivo ma metaforico, in cui far riflettere lo stato d’animo del personaggio e la sua condizione psicologica, creando una maggiore corrispondenza molto vicina al correlativo oggettivo. Ad esempio, il passo che segue (ed. del 1922), fortemente riflessivo, in MZ resta più aderente all’azione:
«S’era portato con sé, come uno scenario, lo spettacolo di quel cielo corso da quelle nuvolette basse e lievi; e del fiume con quei riflessi dei fanali; lo spettacolo di quelle alte case nell’ombra, là dirimpetto stagliate nel chiarore della città, e di quel ponte con quel cappello… E l’impressione spaventosa, come di sogno, dell’impassibilità di tutte quelle cose ch’erano con lui là, presenti, più presenti di lui, perché lui, anzi, nascosto nell’ombra degli alberi, era veramente come se non ci fosse.»[9]
Assenza importante in MZ è l’episodio del gatto, forse l’aggiunta più significativa:
«A un tratto vide venire a posarsi con un balzo agile e netto, là su la tavola massiccia, il grosso gatto bigio di casa. Due occhi verdi, immobili e vani. Ebbe un momentaneo terrore di quegli occhi, e aggrottò le ciglia, urtato. Pochi giorni addietro, quel gatto era riuscito a far cadere dal muro di quella saletta una gabbia col cardellino, di cui sua madre aveva cura amorosa. Con industriosa e paziente ferocia, cacciando le granfie di tra le gretole, l’aveva tratto fuori e se l’era mangiato. La madre non se ne sapeva ancora dar pace; anche lui pensava tuttora allo scempio di quel cardellino; ma il gatto, eccolo là: del tutto ignaro del male che aveva fatto. Se egli lo avesse cacciato via da quella tavola sgarbatamente, non ne avrebbe mica capito il perché.»[10]
A cui segue immediatamente, non a caso, la teorizzazione della colpa, sentimento che in MZ viene solo vissuto:
«Ed ecco già due prove contro di lui, quella sera. Due altre prove. E questa seconda gli balzava innanzi all’improvviso, con quel gatto; come all’improvviso gli era venuta l’altra, con quel suicidio dal ponte. Una prova: che egli non poteva essere come quel gatto là che, compiuto uno scempio, un momento dopo non ci pensava più; l’altra prova: che gli uomini, alla presenza d’un fatto, non potevano restare impassibili come le cose, per quanto come lui si forzassero, non solo a non parteciparvi, ma anche a tenersene quasi assenti. La dannazione del ricordo in sé, e il non poter sperare che gli altri dimenticassero. Ecco. Queste due prove. Una dannazione e una disperazione.»[11]
Nell’edizione più recente, si rileva una maggiore maturità nella resa dei dialoghi, in cui esprimere, anche in maniera ironica, la valenza drammatica del momento e l’insofferenza del protagonista, senza venir meno alla spontaneità e alla naturalezza del linguaggio parlato:
«Dovremmo metterci a fare i distratti, tutti quanti... per lasciarmi vivere. Distratto io, distratti gli altri... – Che è stato? Niente. Sono stato tre anni “in villeggiatura”. Parliamo d’altro... – Ma non vedi, non vedi come mi guardi anche tu?»[12]
Nella parte finale, quando Diego ritorna sul ponte, i tempi della narrazione si distendono e i leggeri interventi hanno lo scopo di rafforzare la circolarità del racconto e predisporre la sensibilità del lettore al gesto finale, dove le correzioni interpuntive cambiano sensibilmente il ritmo della scrittura. Di seguito il confronto tra il passo finale riportato in MZ e quello dell’edizione del 1922.
Strigi, 1901[13]:
«Dopo circa un’ora Diego Bronner era sul Ponte Margherita. Continuava, come prima, pe’l cielo la fuga delle nuvolette lievi, cineree. Il cappello di quell’ignoto su la cimasa del parapetto non c’era più. Forse eran passate di là le guardie notturne, e se l’eran preso. – E due! – mormorò egli, con un ghigno atroce, posando il suo cappello lì, allo stesso posto, ma come se facesse per gioco, per una beffa alle guardie notturne. Poi andò dall’altra parte del fanale, per vedere l’effetto del suo cappello, solo là, su la cimasa, illuminato, come quell’altro. E rimase un pezzo, chinato sul parapetto, col collo proteso, a contemplarlo, come se lui non ci fosse più. A un tratto rise orribilmente: si vide là appostato come un gatto dietro il fanale: e il topo era il suo cappello... – Via, via! pagliacciate! – Ritornò risolutamente al posto di prima, scavalcò il parapetto: si sentí drizzare i capelli sul capo, sentí il tremito delle mani che si tenevano rigidamente afferrate: le schiuse, si protese nel vuoto.»
E due!, 1922:
«Dopo circa un’ora, Diego Bronner era di nuovo seduto sull’argine del fiume, al posto di prima, con le gambe penzoloni. Continuava per il cielo la fuga delle nuvolette lievi, basse, cineree. Il cappello di quell’ignoto sul parapetto del ponte non c’era più. Forse eran passate di là le guardie notturne e se l’erano preso. All’improvviso, si girò verso il viale, ritraendo le gambe; scese dalla spalletta dell’argine e si recò là, sul ponte. Si tolse il cappello e lo posò allo stesso posto di quell’altro. – E due! – disse. Ma come se facesse per giuoco; per un dispetto alle guardie notturne che avevano tolto di là il primo. Andò dall’altra parte del fanale, per vedere l’effetto del suo cappello, solo là, su la cimasa, illuminato come quell’altro. E rimase un pezzo, chinato sul parapetto, col collo proteso, a contemplarlo, come se lui non ci fosse più. A un tratto rise orribilmente: si vide là appostato come un gatto dietro il fanale: e il topo era il suo cappello... – Via, via, pagliacciate! – Scavalcò il parapetto: si sentí drizzare i capelli sul capo: sentí il tremito delle mani che si tenevano rigidamente aggrappate: le schiuse; si protese nel vuoto.»[14]
In conclusione, se MZ predilige una maggiore immediatezza narrativa e una minore astrazione, l’edizione del 1922 viene arricchita per mezzo di un linguaggio più simbolico e introspettivo.
Note
[edit]- ↑ Pirandello Luigi, Novelle per un anno, vol. I, a cura di S. Costa, Mondadori, Milano, 2021, p. 151.
- ↑ Ibidem.
- ↑ Ivi, p. 153.
- ↑ Ivi, pp. 153-54.
- ↑ Ivi, p. 151.
- ↑ Ivi, p. 149.
- ↑ Ivi, p. 147.
- ↑ Ibidem.
- ↑ Ivi, p. 149.
- ↑ Ivi, p. 150.
- ↑ Ibidem.
- ↑ Ivi, p. 152.
- ↑ Per la lettura di Strigi, si rimanda all'edizione statica della raccolta presente nell'Edizione Nazionale dell'Opera Omnia di Luigi Pirandello in [1]
- ↑ Pirandello L., op. cit., p. 155.
Bibliografia
[edit]- Costa Simona, Introduzione, in L. Pirandello, Scialle nero, a cura di S. Costa, Mondadori, Milano 1992, pp. VII-XIX.
- Longo Nicola, Roma nelle novelle pirandelliane, in Pirandello tra Leopardi e Roma, Studium, Roma, 2018.
- Lugnani Lucio, Note, in L. Pirandello, Tutte le novelle, 3 voll., a cura di L. Lugnani, Rizzoli, Milano 2007, vol. I.
- Sichera Antonio, Ecce Homo! Nomi, cifre e figure di Pirandello, Olschki, Firenze, 2005.
- Venturini Monica, Dal qui all’oltre. Narrazione e spazialità in «Scialle nero» di Luigi Pirandello, in «Studi (e testi) italiani», 44, 2020, pp. 165-87.
- Zangrilli, Franco, Il paesaggio nella novellistica pirandelliana, in AA.VV., Lo specchio per la maschera. Il paesaggio in Pirandello, Libreria Editrice E. Cassitto, Napoli 1994, pp. 69-134.
- Edizione Nazionale dell'Opera Omnia di Luigi Pirandello in https://www.pirandellonazionale.it/ [data ultima consultazione: 11/01/2026]