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Di là del mare

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Illustrazione di Alfredo Montalti in apertura a Di là del mare.

La novella Di là del mare è la dodicesima, nonché ultima, novella della raccolta Novelle Rusticane di Giovanni Verga. Viene composta tra maggio e giugno del 1882, durante un soggiorno londinese dello scrittore.[1] A differenza di molti altri testi del volume, la novella non nasce da una precedente pubblicazione in rivista, ma è concepita fin dall’inizio in funzione dell’assetto definitivo del libro. Essa viene infatti pensata come testo di chiusura della raccolta, con una precisa funzione strutturale e simbolica: l’allontanamento dall’ambientazione rurale siciliana e l’apertura verso uno spazio cosmopolita e borghese segnano un netto scarto rispetto alle novelle precedenti e introducono una riflessione più esplicitamente introspettiva e autoriflessiva.
Di là del mare, dunque, può essere letta non soltanto come la semplice conclusione della raccolta, quanto come una chiave interpretativa dell’intera opera: la novella si distingue per il suo stretto legame con la dimensione più intima e segreta della vita interiore di Giovanni Verga, rivelandosi profondamente connessa alla sua esperienza umana ed emotiva. L’analisi dell’opera verghiana non può quindi prescindere da una riflessione sul modo in cui l’esperienza biografica viene trasfigurata nella scrittura narrativa. Se si accoglie l'interpretazione proposta da Cesareo, secondo cui nella novella Di là del mare sarebbe adombrata la figura di Giselda Fojanesi - la giovane fiorentina al centro dello scandalo che segnò la rottura dell’amicizia tra Verga e Mario Rapisardi -, emerge con particolare evidenza il peso del dramma umano nella genesi dell’opera. Come ricordato dallo stesso Cesareo (Verga intimo, «Giornale di Sicilia», Palermo, 28-29 gennaio 1922), tale vicenda biografica contribuì a imprimere alla novella una tonalità emotiva più sommessa, accompagnata da una sensibilità intensa e partecipe nei confronti del reale.[2]

Nel corso del 1882 l’editore Casanova sollecita più volte la consegna della novella, [3] necessaria a completare il numero dei testi previsti per il volume. I ritardi nella stampa, dovuti in larga parte alla preparazione dell’edizione illustrata, consentono tuttavia a Verga di rifinire il testo e di riflettere sull’ordinamento complessivo della raccolta. Di là del mare viene quindi pubblicata nella prima edizione del 1883 come novella conclusiva delle Novelle rusticane. La ristampa del 1885 non presenta interventi significativi d’autore,[4] mentre nell’edizione definitiva del 1920 Verga sottopone il testo a una revisione coerente con il generale lavoro di riscrittura dell’opera.[5] Tali interventi non alterano la funzione conclusiva della novella, che continua a configurarsi come momento di distacco e di disillusione, in cui si riflette in forma problematica la posizione dello scrittore rispetto al mondo rappresentato.

Di là del mare - Trama

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Illustrazione di Alfredo Montalti in chiusura a Di là del mare.

Durante una traversata notturna in mare, un uomo e una donna vivono la loro ultima sera insieme, consapevoli che all’arrivo dovranno separarsi perché lei è attesa dal marito. Il paesaggio notturno, la musica malinconica che giunge dalla poppa e il movimento regolare del vapore creano un’atmosfera sospesa, in cui la donna, turbata, confessa che ricorderà sempre quell’ultima sera. All’alba, quando la Sicilia appare all’orizzonte, i due osservano insieme la costa che si avvicina e parlano dei luoghi e delle leggende. Ma quando il marito della donna arriva in barca per accoglierla, la separazione diventa inevitabile: lei pronuncia un “arrivederci”, senza sapere quando potranno rivedersi, e lascia l’amante per tornare alla sua vita. Passano mesi, finché la donna gli scrive dandogli appuntamento in una casetta isolata tra le vigne, segnata da una croce di gesso. L’uomo l’attende e quando lei arriva, bianca e sconvolta dall’emozione, i due si abbracciano e trascorrono insieme ore di passione. Lei decide impulsivamente di non lasciarlo più e i due fuggono insieme. Vivono allora un periodo di felicità vagabonda, spostandosi in montagna, camminando tra boschi e vallate, immersi nella natura e lontani da tutti. Ma la vita intorno a loro continua, immutabile: i paesaggi restano eterni, mentre gli uomini e le loro storie passano. Un giorno, però, arriva dalla città una notizia minacciosa: una sola parola del marito basta a separare di nuovo gli amanti. A dividerli è la forza sociale e invisibile del ruolo che entrambi ricoprono: lei è costretta a sottomettersi alla volontà del marito e, pur piangendo tra le braccia dell’amante, parte. Molto tempo dopo i due si rivedono durante la festa del carnevale, lei gli dà un appuntamento dicendo: «Avvenga che può! Voglio vedervi!». Ma quando si ritrovano il giorno dopo, l’incontro è diverso: il loro amore, contaminato dall’esperienza mondana, non ha più la pura intensità del passato. Si amano ancora, ma alla fine si lasciano con un senso di vuoto. Lei parte l’indomani con il primo treno, costretta ancora una volta a seguire il marito. Anche l’uomo, dopo aver ricevuto un telegramma, deve ripartire e sulla carta di questo lei ha scritto “Per sempre” accanto a una data. Alla stazione l’uomo vede i nomi di due innamorati incisi con il carbone e questo gli riporta alla mente la donna. Anche nella grande città nebbiosa, in cui ora vive, tra rumori, folla e attività incessante, rivive nei suoi pensieri la loro storia. Alla fine, preso dalla nostalgia, desidera scrivere il nome di lei su una pagina o su un sasso, come quei due sconosciuti che avevano inciso il ricordo del loro amore sul muro della stazione.

Personaggi

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  • Protagonista femminile: rappresenta il fulcro affettivo della vicenda amorosa. La donna simboleggia la dimensione emotiva esplicita dell’amore, riflettendo la tensione tra l’intimità personale e le esigenze imposte dalla realtà sociale. I suoi pensieri e le sue emozioni si manifestano attraverso parole rare, ma significative, che scandiscono il dialogo con l’uomo e rivelano la profondità del suo sentimento. Soprattutto nell’ultimo incontro con l’amante, la donna incarna la tensione tra l’esperienza sentimentale intensa e l’ineluttabile influenza della realtà sociale, simbolo della trasformazione dei legami personali tra individui.[6]
  • Protagonista maschile: silenzioso e introverso, esprime i propri sentimenti attraverso un monologo interiore che accompagna ogni evento della vicenda. [7] Pur parlando poco, la sua mente osserva e interpreta il paesaggio e i dettagli della Sicilia, evocando luoghi e figure delle Novelle rusticane. La sua presenza sottolinea la capacità della narrativa verghiana di rendere la soggettività interiore e più potente delle parole, creando un dialogo implicito tra i protagonisti in cui i silenzi hanno valore comunicativo. Egli rappresenta la dimensione contemplativa e riflessiva dell’amore, in cui la percezione e la memoria assumono ruolo narrativo centrale.
  • Il marito: figura secondaria, la cui presenza segna il momento di rottura dell’idillio amoroso. La funzione narrativa si concentra sulla sua capacità di intervenire come ostacolo inevitabile, simbolo delle convenzioni e delle regole sociali che limitano la libertà individuale. In questo senso, contribuisce a sviluppare il tema verghiano della fatalità e dell’ineluttabilità della vita.
  • Il paesaggio e i luoghi della Sicilia: assume una funzione narrativa quasi antropomorfica, evocando le figure e le storie delle Novelle rusticane, riflettendo le emozioni dei protagonisti.
  • Fantasmi dei personaggi del Rusticane: luoghi e figure, Mazzarò e Don Licciu Papa e le campagne siciliane fungono da testimoni della memoria letteraria, collegando le esperienze individuali dei protagonisti all’universo narrativo verghiano.[8] Pur non intervenendo nella trama, la loro presenza mentale sottolinea il richiamo metaletterario e il tema dell’ineluttabilità, mostrando come il passato continui a influenzare vicende e sentimenti.

Tecnica narrativa

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La struttura tripartita: enunciazione, rievocazione, dissolvimento
La novella presenta una struttura tripartita, nella quale ciascuna sezione contribuisce a scandire il progressivo distanziamento emotivo e narrativo tra i due protagonisti. La prima parte funge da cornice enunciativa: l’incontro ravvicinato dei due personaggi sul ponte del vapore, immersi in un’atmosfera sospesa e notturna, definisce da subito il tono elegiaco e il ritmo lento della narrazione. La seconda parte è dominata dalla rievocazione, affidata alla voce maschile, che ricostruisce le fasi della relazione passata attraverso un intreccio di descrizioni e dialoghi riportati. Tale sezione, caratterizzata da un linguaggio più denso e da un uso marcato di isotopie sensoriali e affettive, mette in scena lo scarto tra ciò che l’uomo ricorda e ciò che la donna lascia trasparire con il suo silenzio. La terza parte coincide con il dissolvimento: il racconto si assottiglia, si incrina, finché i personaggi non risultano più reciprocamente raggiungibili - proprio come preannunciato dal titolo.

Il dialogo come forma di monologo interiore
Uno degli aspetti più rilevanti della tecnica narrativa di Di là del mare è l’uso del dialogo, che però si configura, in larga parte, come una variante del monologo interiore piuttosto che come autentico scambio comunicativo. L’uomo parla poco o nulla; la donna interviene con frasi brevi, spezzate, che sembrano sorgere più come riflessi di un pensiero affaticato che come vere battute di scambio. Il dialogo quindi non mira a restituire la comunicazione tra due personaggi, bensì rappresentare la loro impossibilità di comunicare, facendo emergere in superficie la solitudine di entrambi. Nella scena sul ponte della nave, durante il ritorno verso la Sicilia, il colloquio si configura come un «solo, lungo silenzio». Le rare parole pronunciate dalla donna («vi ricorderete sempre di questa ultima sera?», per rispondersi poi da sola «io si!») non costituiscono un autentico botta e risposta, ma scandiscono i pensieri della donna: sono un ritmo mentale prima ancora che verbale. Dal canto suo l’uomo, pur tacendo, pensa, e si configura come un interlocutore muto, ma sonoro, la cui voce è interiore, non fonica. [9] Il paesaggio circostante - il mare, il rumore della macchina, il vento notturno - non è un semplice sfondo, ma un terzo polo “interlocutivo”: «si direbbe che le cose parlano, più e meglio degli uomini».

Lessico e Sintassi

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Il linguaggio adottato da Verga in Di là del mare segna una svolta rispetto al tipico registro verghiano, normalmente dominato dall’oralità popolare che registra la coralità del mondo contadino. In questa novella la prosa è intensamente lirica e simbolica, capace di fondere realismo descrittivo, introspezione psicologica e suggestioni paesaggistiche.

  • Lessico intimo e sfumato

La lingua si caratterizza per un tono sommesso, fatto di aggettivi lievi e vocaboli che suggeriscono fragilità, esitazione e dolcezza. Le emozioni non sono urlate, ma filtrate attraverso gesti minimi, posture, silenzi. Emblematica è la figura femminile, colta in un atteggiamento di assorta contemplazione:

«Ella ascoltava, avviluppata nella pelliccia, e colle spalle appoggiate alla cabina, fissando i grandi occhi pensosi nelle ombre vaganti del mare»
(G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.163)

I termini «avviluppata», «pensosi», «ombre vaganti» suggeriscono un'intimità fragile e una disposizione emotiva sospesa, accennata e non dichiarata.

  • Linguaggio figurato e funzione simbolica

Il linguaggio figurato di Di là del mare si affida soprattutto al paesaggio, che accompagna e riflette lo stato d'animo dei personaggi. Il mare e la notte sono descritti attraverso immagini sensoriali concrete:

«il sordo rumore della macchina, e il muggito delle onde che si perdevano verso orizzonti sconfinati»
(G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.163)

Si crea così un'atmosfera di vastità silenziosa e indefinita, in cui i sentimenti sembrano smarrirsi. Particolarmente significativa è l'immagine della «striscia fosforescente che segnava il battello», sulla quale «l'elica spalancava abissi inesplorati»: il movimento dell'acqua e della luce suggerisce un'idea di profondità misteriosa osservata però da lontano, senza che i personaggi vi si immergano davvero.

  • Alternanza tra descrizione e scioglimento emotivo

La prosa procede per ampie descrizioni paesaggistiche, improvvisamente interrotte da brevi scioglimenti emotivi, spesso affidati al dialogo minimo o a una parola isolata. L'addio sulla nave è emblematico:

«Infine alzò gli occhi e gli sorrise tristamente: - Domani! sospirò»
(G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.164)

La sospensione del sentimento è affidata al termine «Domani», che rinvia continuamente la decisione. Lo stesso avviene nell'incontro clandestino, dove l'intensità emotiva esplode in una similitudine improvvisa e violenta:

«Come un tuffo nel sangue! - Era lei!»
(G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.168)

Significato

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La novella Di là del mare, posta da Verga a chiusura delle Novelle rusticane, appare come un testo di bilancio e insieme di rivelazione. L’autore sembra infatti voler comporre una sorta di sintesi dei motivi che innervano l’intero ciclo rusticano, tanto che la novella potrebbe, per paradosso, non solo concluderlo, ma addirittura introdurlo, rivelandone i nuclei tematici più profondi. [10] Il titolo incarna già questa funzione simbolica. L’avverbio “di là” apre uno spazio di ricerca, suggerendo una meta che il mare - «mare amaro» come ne I Malavoglia, e dunque spazio di insidia e trepidazione - sembra occultare. Diversamente dal colle leopardiano, che nasconde ma protegge, il mare verghiano vela un orizzonte inquieto: la felicità non è mai del tutto raggiungibile. Ed è proprio su questo mare che i due amanti trascorrono la loro ultima notte insieme. Il viaggio notturno, immerso in un paesaggio dominato da presenze arcane - il «muggito delle onde», le stelle, la voce lontana di una canzone popolare - fa percepire come la realtà scivoli sempre più nel ricordo, il sogno della felicità si allontana, mentre la verità del distacco si avvicina. [11]

Nel dialogo tra i due - un dialogo fatto in realtà soprattutto di silenzi, dove «si direbbe che le cose parlino più e meglio degli uomini» [12]- emerge la frattura insanabile tra il desiderio e la realtà. L’alba, che nel mondo verghiano non porta quasi mai alla speranza - basti pensare all’arrivo di Nedda nel paese della madre morente - qui annuncia la fine dell’amore.[13] La visione della Sicilia suscita nella donna un dolore acuto: la prospettiva di essere ricondotta alla propria vita mondana, ma priva di orizzonti, lontana dalla breve gioia vissuta “di là del mare”. In queste parole si avverte il tratto autobiografico di Verga, diviso tra il fascino del ritorno e l’angoscia della separazione, tra la Sicilia delle origini e la Milano necessaria alla sua carriera letteraria.[14]

L’immagine conclusiva della novella - un uomo a Milano che, nella «città nebbiosa e triste», ascolta un «organino, con cui un mendicante dei paesi lontani andava cercando il pane in una lingua sconosciuta» - richiama la condizione dello stesso Verga. Milano è la città dove egli deve emigrare per trovare il proprio “pane”, e dove la sua lingua, quella della Sicilia, della vita reale dei suoi personaggi, risuona straniera.[15] Il titolo Di là del mare preannuncia questa separazione irrevocabile: non indica un ritorno, ma una distanza. La preposizione “del”, infatti, non indica semplicemente un’origine geografica, come accadrebbe con “dal”, ma rimanda a un’idea di distanza e soprattutto di separazione. Ciò che è “di là” è ciò che non è più raggiungibile, ciò che resta oltre una soglia invalicabile. Il titolo, dunque, non allude a un luogo concreto, ma inscrive sin dall’inizio la vicenda sotto il segno della perdita, anticipando il destino dei due protagonisti.[16]

Di là del mare segna una nuova fase della narrativa verghiana, l’ultima della sua evoluzione. La novella, infatti, mostra un autore che non può più celarsi dietro l’illusione dell’iper personalità assoluta. Se i romanzi precedenti, in particolare I Malavoglia, rivendicano l’idea dell’opera che «deve sembrare essersi fatta da sé», qui il narratore lascia emergere con maggiore evidenza il proprio punto di vista e perfino la propria esperienza autobiografica.[17]

In definitiva, Di là del mare non è solo una storia d’amore perduto, ma è una riflessione sullo scarto tra desiderio e realtà, tra mondo rusticano e società mondana, tra radici e sradicamento. È una chiave di lettura dell’intera opera verghiana, in cui memoria, paesaggio, autobiografia e poetica del “vero” si intrecciano in un equilibrio fra fragile e profondamente rivelatore.[18]

Riferimenti intertestuali nel panorama delle opere verghiane

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Il passaggio della nave nello stretto di Messina introduce il motivo della memoria letteraria: additando i luoghi, l’uomo rievoca personaggi e ambienti delle Rusticane - Malaria, Libertà, Il Mistero, Don Licciu Papa. È un momento quasi programmatico, in cui Verga, attraverso il personaggio maschile, compie una sorta di autoriflessione: rivela ciò che le prefazioni teoriche avevano solo lasciato intravedere, ossia che la sua narrativa nasce sì dall’osservazione, ma soprattutto dalla trasfigurazione immaginativa. Le figure evocate sono «personaggi della leggenda»: questo smaschera il presupposto dell’impersonalità verista, che deve sembrare tale, pur non essendolo mai del tutto. L’autore infatti non scompare, ma resta sempre presente con il proprio punto di vista.[19] Il successivo distacco della donna, che scende nella barca accolta dal marito, non chiude però la vicenda.

«E nella mente gli passano delle larve sinistre, i fantasmi dei personaggi delle sue leggende, col cipiglio bieco e il coltellaccio in mano.»
(G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.167)

il fantasma che appare nella mente dell’uomo - armato di un «coltellaccio» - richiama apertamente Cavalleria rusticana, riaffermando la continuità sotterranea tra questa novella “mondana” e il mondo rusticano.[20]

Dopo molti mesi, i due amanti si ritrovano in un casolare di campagna, tra vigne e carrubi: qui il contrasto tra i due mondi è reso pienamente evidente: l’orologio del vicino paesetto sembra essere come quello che Neddaascoltava durante il viaggio notturno verso la madre malata; le margherite bianche e gialle del sentiero sono quelle che fioriscono alle finestre delle ragazze di Trezza; in generale il paesaggio contadino è quello di tante altre novelle di ambiente campestre, rispetto al quale la donna, con il suo «ombrellino bianco» e il linguaggio sentimentale (l’esclamazione «per sempre!»), appare come un corpo estraneo. Tutto il contesto rurale è quello delle Rusticane, ma trasposto nella prospettiva del visitatore occasionale, che non ne coglie la durezza reale. La distanza sociale e culturale tra i due è incolmabile: due mondi che non si integrano, destinati a rimanere paralleli.[21]

Nella parte più intensa della novella emerge la più malinconica rassegna dei luoghi e dei personaggi rusticani: l’osteria di Malaria, i campi di Mazzarò, le presenze spettrali di curatolo Arcangelo e mastro Cola, e così via. Tutto quello che riaffiora nella memoria porta alla consapevolezza che i miti cadono e che i personaggi, come gli amori, sono passeggeri, mentre il paesaggio resta immobile.[22]

Quando i due amanti si rivedono a una festa di carnevale la passione è ormai fioca. Il mondo mondano si rivela vacuo e illusorio: l’amore autentico resta quello dei personaggi umili (Nedda, Mena, La Lupa) dove la passione è radicata nella vita, qui invece l’amore è un’illusione destinata a scomparire.[23]

Testimoni autografi e a stampa

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La novella Di là del mare è attestata da una tradizione complessa e stratificata, che documenta con chiarezza il processo di elaborazione e revisione condotto da Verga.

La prima stesura autografa, A, è conservata nel Fondo Verga (FV, 016.008/Ingr. 178.135) e nei Microfilm VII del Fondo Mondadori (ft. 473-489) e consta di nove carte autografe scritte e corrette prevalentemente in inchiostro viola, con ampia marginatura laterale e numerazione dell'autore da 1 a 18. Le carte corrispondono a un fascicolo di tre doppi fogli protocollo e a tre carte sciolte scritte surecto e verso. Il titolo Di là del mare compare sulla p.1 al centro del margine superiore in inchiostro viola.
Dal punto di vista testuale, A presenta un'intensa attività correttoria: sulle pp. 1 e 2 si registrano numerose aggiunte e riscritture in inchiostro seppia, che modificano l'andamento sintattico e ritmico del periodo narrativo iniziale (rr.8-25), mentre quasi tutta la p.5 (rr. 72-84: «in mezzo al mare luccicante... saper nulla!» risulta vergata direttamente in seppia, segno di una rielaborazione avanzata di questo segmento descrittivo. Di particolare rilievo è anche la complessa gestione materiale delle carte: la p.14 coincide con il recto della p.16 e il rapporto tra le pp. 13-15 mostra ripensamenti strutturali, con cancellazioni e riscritture che testimoniano un ampliamento e una variazione dell'episodio conclusivo (rr. 172-178).
Sempre nella prima stesura, sul margine destro della p.1 compare un primo progetto di ordinamento della raccolta: «Il Reverendo | Cos'è il Re | Don Licciu Papa | Malaria | La Roba | Storia dell'as.no di S.Gius<eppe> | >Gli orfani< | Il Mistero | Gli Orfani (O- su o-) agg. | I Galantuomini | Libertà». Questo dato conferma che Di là del mare nasce fin dalle prime fasi in stretto rapporto con l'architettura complessiva del volume.

Un'ulteriore fase di rielaborazione è documentata dal testimome A1 (FV, 017.001 / Ingr. 178.047), una carta autografa con nella metà inferiore le rr. 1-7 in una stesura successiva ad A, successivamente cassate in inchiostro blu. Nella parte superiore del foglio, Verga annota diverse ipotesi di ordinamento delle novelle, modificandole del tempo: inizialmente in inchiostro viola, poi con interventi in rosso (dove compare per la prima volta il titolo Di là del mare) e infine in blu, quando viene inserita anche Pane nero e riorganizzata la sequenza secondo l'assetto definitivo. Questo documento rivela l'importanza del testo non solo come unità narrativa autonoma, ma come elemento strutturale della raccolta.

La fase successiva è rappresentata da Ms, un fascicolo non autografo (FV, 017.012 / Ingr. 178.047; FM, Microfilm V, ft. 539-552) che trasmette la trascrizione completa dell'edizione Casanova (C) in inchiostro seppia, con correzioni autografe in inchiostro rosso e alcune in nero. Qui le varianti riguardano soprattutto le scelte lessicali, eliminazione di ripetizioni e aggiustamenti sintattici, in linea con la progressiva asciugatura dello stile verghiano.

Seguono i dattiloscritti Ds1, Ds2, Ds3, tutti sostanzialmente identici nella struttura ma corredati da ulteriori correzioni autografe in inchiostro seppia, che affinano il testo senza modificarne l'impianto narrativo.

La tradizione si chiude con le bozze in colonna, Bz, sei fogli numerati dall'autore da 78 a 83, nei quali compaiono sia le correzioni di Verga in inchiostro nero sia interventi di Zaniboni, segno della fase tipografica ormai avanzata.

Nel complesso, i testimoni di Di là del mare con precisione il passaggio dalla prima ideazione autografa a una forma stilisticamente compatta e definitiva, evidenziando il continuo lavoro di riscrittura e di controllo strutturale esercitato dall'autore. [24]

Sigla Descrizione Archivio/Note
A Carte autografe scritte e corrette dall'autore FV 016.008 / Ingr. 178.135
Carta autografa di una stesura posteriore ad A FV 017.001 / Ingr. 178.047
Ms Fascicolo non autografo con trascrizione dell'edizione Casanova e correzioni autografe FV 017.012 /Ingr. 178.047; FM, Microfilm V, ft. 539-552
Ds¹ Dattiloscritti numerati con trascrizione completa di Ms e correzioni autografe FM, Microfilm V, ft. 740-755
Ds² Dattiloscritto identico a Ds¹ con correzioni autografe FV 018.012.001 / Ingr. 178.173
Ds³ Dattiloscritto identico a D² con correzioni autografe FV 018.012.002 / Ingr. 178.136
Bz Bozze in colonna numerate dall'autore, con correzioni in inchiostro nero e interventi di terzi FV 018.012.003 / Ingr. 178.137; FM, Microfilm V, ft. 553-558

Bibliografia

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  • G.Alfieri, Verga, Roma, Salerno editrice, 2016.
  • A. Casadei, M. Santagata, Manuale di letteratura italiana medievale e moderna, Bari - Roma, Laterza, 2007.
  • C. Musumarra, Di là del mare, saggi di critica verghiana, Palumbo editore, c1993.
  • C. Musumarra (a cura di), Novelle rusticane di Giovanni Verga 1883 - 1983, letture critiche, Palumbo editore, c1984.
  • G. Verga, Novelle rusticane, a cura e con un saggio introduttivo di Luigi Russo, Firenze, Vallecchi editore, 1924.
  • G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016.

Note

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  1. G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, p.XLV
  2. C. Musumarra, Di là del mare, saggi di critica verghiana, Palumbo editore, c1993, p.5
  3. Ivi pp.XLIII-XLIV
  4. Ivi, p.LII
  5. Ivi, p.LX
  6. C. Musumarra (a cura di), Novelle rusticane di Giovanni Verga 1883 - 1983, letture critiche, Palumbo editore, c1984, pp.171-172
  7. Ivi p.165
  8. Ivi pp.166,170
  9. C.Musumarra (a cura di), Novelle rusticane di Giovanni Verga 1883 - 1983, letture critiche, Palumbo editore, p.165
  10. C.Musumarra (a cura di), Novelle rusticane di Giovanni Verga 1883 - 1983, letture critiche, Palumbo editore, p.163
  11. Ivi p.163-164
  12. Ivi, p.165
  13. Ibidem
  14. Ibidem
  15. Ivi, p.172
  16. C. Musumarra, Di là del mare, saggi di critica verghiana, Palumbo editore, c1993, p.19
  17. C. Musumarra (a cura di), Novelle rusticane di Giovanni Verga 1883 - 1983, letture critiche, Palumbo editore, c1984, p.167
  18. Ivi, p.172
  19. Ivi, p.167
  20. Ivi, p.168
  21. Ivi, pp.168-169
  22. Ivi, p.170
  23. Ivi, p.171-172
  24. G. Verga, Novelle rusticane, edizione critica a cura di Giorgio Forni - edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, Novara, Interlinea, 2016, pp.XCVI-XCVIII