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Berecche e la guerra
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== Trama == '''SCENA I - La birreria''' Il testo si apre con la descrizione luminosa di '''Roma''' a mezzogiorno. L'atmosfera della città, che brulica di vita e di colori, cozza con la descrizione dell’interno di una birreria. Il proprietario del locale, di origine tedesca, si mostra turbato dall'idea della guerra che incombe. '''Federico Berecche''', il protagonista, è un frequentatore abituale della birreria. Orgoglioso delle sue presunte origini tedesca, Berecche ha sempre esaltato le virtù germaniche e si mostra, in disaccordo con gli altri intellettuali presenti, assai offeso dalla scelta di neutralità adottata dal governo italiano. Sconfitto dalle argomentazioni dei compagni, l'uomo si licenzia bruscamente dalla compagnia per fare ritorno a casa. '''SCENA II - Di sera, per via''' Federico Berecche vive in una traversa isolata di via Nomentana, in una zona semirurale e silenziosa. La strada è poco illuminata, ma una Madonnina accesa ogni sera da tre zitelle dona alle strade un barlume di luce. La guerra incombente spinge Berecche a riflettere non solo sul futuro incerto degli equilibri globali, ma anche sul destino della propria famiglia. I grandi alberi lungo la via, immobili e insensibili, gli ricordano che ci sono cose che il conflitto non potrà comunque cambiare. Le certezze di Berecche iniziano a cedere, a confondersi: qualunque sia l’esito della guerra, nulla lenirà il rancore della moglie né il dolore che lui stesso prova nell'osservare la '''figlioletta cieca'''. Il '''fidanzato della maggiore''' tra le sue figlie è pronto a combattere per l’Italia, anche se questo significa andare contro i suoi fratelli arruolati per l’Austria. Berecche teme che anche il figlio Faustino si arruoli volontario e, per amore, si sente pronto a seguirlo, ma il pensiero lo spaventa. Davanti alla Madonnina, si scopre il capo e prega in silenzio. '''SCENA III – La guerra sulla carta''' Berecche, ormai anziano, osserva una carta geografica piena di bandierine colorate che rappresentano i paesi coinvolti nella Prima guerra mondiale. Questo gli fa riaffiorare un ricordo d’infanzia: quarant’anni prima, da bambino di nove anni, guardava suo padre e i suoi amici discutere animatamente della guerra franco-prussiana del 1870, segnando sulla carta le mosse degli eserciti con bandierine francesi e prussiane. Quel gioco di guerra, allora innocente e affascinante per il bambino, ora gli appare nella sua crudele realtà. Berecche si rende conto, con stupore e amarezza, che i tedeschi — popolo che lui aveva ammirato per il rigore, la disciplina e il metodo — hanno davvero creduto di poter condurre la guerra come un gioco di bandierine, invadendo il Belgio e marciando sulla Francia con presunzione e brutalità. '''La sua fede nella Germania “maestra di metodo e civiltà” crolla''': ciò che egli aveva sempre ammirato come ordine e intelligenza si rivela ora bestialità e arroganza militare. Sconvolto, Berecche si sente '''tradito nei suoi ideali''': ha costruito tutta la propria vita e il proprio pensiero sul modello tedesco, ma ora quella Germania “gigante” si rivela un mostro ottuso, un “bestione” che vuole schiacciare l’Europa. Il suo stupore si riassume in una parola ripetuta più volte: “Incredibile! Incredibile!” '''SCENA IV – La guerra in famiglia''' Nel frattempo, la guerra entra tragicamente anche nella sua casa. Dalla sala da pranzo provengono urla e pianti: Berecche scopre che il fidanzato della figlia Carlotta, '''Gino Viesi''', trentino (quindi suddito austriaco), ha ricevuto una lettera con la notizia che uno dei suoi fratelli è morto in Galizia e l’altro è disperso: entrambi richiamati dall’Austria a combattere. Gino, disperato, accusa Berecche e tutti gli italiani di non capire il dramma dei trentini e triestini costretti a combattere per l’Austria, nemica dell’Italia. Rimprovera la neutralità italiana: mentre l’Italia resta a guardare, loro vengono mandati “al macello”. Berecche tenta di rispondergli con argomenti legali (“finché siete sotto l’Austria, essa ha diritto di richiamarvi”), ma il giovane lo travolge, accusandolo di giustificare il padrone che frusta gli schiavi. Il conflitto si accende anche in famiglia: Berecche scopre che il figlio Faustino è andato per le strade di Roma con i dimostranti che gridano “Viva la Francia! Viva il Belgio!”; la moglie lo tratta come se fosse lui il responsabile di tutti i mali, solo perché tedescofilo. Berecche, umiliato e sconvolto, si chiude nel suo studio: deve fingere ancora di credere nella Germania per conservare un po’ di autorità in casa, ma dentro è distrutto. La Germania, che per lui era stata un ideale di civiltà e metodo, ora gli appare infame e traditrice, responsabile non solo della guerra, ma anche della sua rovina morale e familiare. Nella sua impotenza, vorrebbe “tempestare di colpi di spillo” la Germania sulla carta geografica, simbolo della rabbia impotente di chi ha visto crollare ogni fede. ''' '''SCENA V - La guerra nel mondo''''' La narrazione si apre in un’atmosfera crepuscolare, segnata dal contrasto tra la quiete domestica e il turbamento interiore del personaggio. Berecche, rimasto solo nel suo studio, osserva dalla finestra la moglie e la figlia Margherita — cieca ma pura nella fede — recarsi alla novena per la morte imminente di papa Pio X. In questo gesto semplice e devoto, l’uomo avverte il conflitto tra la fede cieca della bambina e la propria ragione disincantata, incapace di abbandonarsi al sentimento religioso. Il dolore per la guerra che sconvolge l’Europa si intreccia al cordoglio per la morte del pontefice, simbolo della purezza spirituale ormai perduta. Berecche condanna la blasfemia di coloro che invocano Dio a giustificazione dei massacri, rivelando la propria '''crisi morale''' e '''intellettuale''': la “ragione maledetta” lo separa dalla fede, impedendogli la consolazione del credere. La '''tensione familiare''' si acuisce con il ritorno del figlio '''Faustino''', arrestato durante una manifestazione contro la guerra e ora deciso a partire volontario per il fronte, spinto più dall’orgoglio ferito che da ideali patriottici. Il padre, sopraffatto dall’ira e dall’amarezza, rifiuta di incontrarlo, ma nel silenzio della notte, contemplando il cielo stellato, ritrova il distacco lucido del pensatore. Dalla prospettiva cosmica egli relativizza l’intera vicenda umana: la Terra è un “granellino infimo” nell’universo, e la guerra, pur immane, non sarà che una riga nella storia futura. Nel finale, Berecche visita in silenzio la stanza del figlio addormentato e, con un’espressione ironica ma carica di commossa ambiguità (“Viva il Belgio… viva la Francia…”), suggella la propria rassegnata '''partecipazione al dramma collettivo.''' '''SCENA VI - Il signor Livo Truppel''' La narrazione si apre con la descrizione di '''Teutoma (Tonia)''', primogenita del professor Berecche, sposata da tre anni con '''Livo Truppel''', un orologiaio svizzero-tedesco residente a Roma. Il signor Truppel, uomo pacifico e mite, è descritto come un individuo privo di passioni politiche e profondamente '''distaccato dalle identità nazionali'''. La sua vita si svolge serenamente tra il banco di lavoro e l’osservazione contemplativa del cielo, simbolo di un’armonia universale e atemporale. La serenità dell’orologiaio è improvvisamente turbata da un episodio violento: durante una manifestazione patriottica, la sua bottega viene devastata da una folla inferocita che, confondendo il suo cognome tedesco con una presunta appartenenza al nemico, lo aggredisce simbolicamente. Truppel, attonito e impaurito, tenta invano di spiegare la propria estraneità ai fatti bellici e la sua lunga permanenza in Italia. Il vero dramma nasce tuttavia dalla reazione del fratello di Livo, uomo impulsivo e collerico, che riconosce tra i dimostranti Faustino, il giovane cognato, e pretende da Livo un gesto di totale rottura con la famiglia della moglie, spingendolo addirittura a promettere che, qualora incontrasse il suocero, dopo averlo salutato, dovrà sputare in terra come segno di disprezzo. Livo, uomo buono e remissivo, acconsente per placare l’ira del fratello, ma resta intimamente angosciato da quel gesto che ripugna alla sua natura. Quando decide di recarsi segretamente in casa del suocero per evitare ulteriori conflitti, trova però la famiglia già sconvolta da un nuovo, inatteso motivo di turbamento, e preferisce allontanarsi senza farsi vedere. '''SCENA VII - Berecche ragiona''' Il capitolo si apre con la disperazione domestica nella casa dei Berecche, dopo la misteriosa scomparsa di Faustino e del suo amico '''Gino Viesi''', avvenuta da sei giorni. La madre e la sorella '''Carlotta''', travolte dal dolore, si abbandonano a scene di follia e di pianto, mentre il padre, pur profondamente scosso, mantiene un atteggiamento di apparente freddezza razionale. L’ambiente domestico, descritto con vivida '''intensità e realismo''', riflette lo scompiglio emotivo dei personaggi: il dolore familiare si trasforma in spettacolo pubblico, osservato dai curiosi e banalizzato dai commenti del vicinato. Berecche, ormai invecchiato di vent’anni in pochi giorni, si rifugia nel ragionamento come unica forma di difesa dal dolore. Egli proclama di “ragionare perfettamente”, persuaso che la lucidità intellettuale equivalga al controllo delle passioni. In un lungo monologo rivolto al '''medico Fong'''i, personaggio secondario e interlocutore silenzioso, Berecche elabora una giustificazione teorica della propria posizione morale e politica. Si dichiara fautore della disciplina della vita, principio che identifica con la razionalità e il dominio della ragione sulla natura e sui sentimenti. In un primo momento, confessa di aver provato un moto di lealtà verso la Germania, nazione simbolo per lui di ordine e rigore morale; successivamente, afferma di aver soffocato anche tale sentimento, riconoscendo l’errore tedesco e l’esigenza per l’Italia di mantenersi neutrale. Tuttavia, il conflitto tra il “padre” e l’“uomo della ragione” permane: la fuga del figlio, interpretata come ribellione alla disciplina paterna, mina la sua costruzione intellettuale e lo conduce a una contraddizione insanabile. Il dramma raggiunge il culmine quando Fongi annuncia di aver ricevuto una lettera da Faustino, scritta da '''Nizza'''. Nella missiva, il giovane spiega le ragioni della sua partenza: non combatte per la Francia, ma per dimostrare che in Italia esiste ancora una gioventù capace di agire per ideali e non per calcolo o prudenza. Attraverso la metafora dell’“Italia come una vecchia serva decaduta”, Faustino denuncia l’inerzia morale e politica del Paese e contrappone alla mediocrità del presente la generosità e la purezza del sacrificio. La lettera provoca una '''catarsi''' collettiva: la famiglia, fino a quel momento lacerata da urla e accuse, si ritrova unita nel pianto. Perfino Berecche, che aveva cercato rifugio nella ragione, cede finalmente all’emozione, abbraccia la moglie e si abbandona al dolore autentico. Il capitolo si chiude con la commozione generale e con l’esclamazione di Fongi, che definisce la lettera “nobilissima”, suggellando la riconciliazione tra il sentimento e la ragione. '''SCENA VIII - Al bujo''' All’inizio del brano, Berecche, in segreto e con fare misterioso, incarica il guardiano della villetta di procurargli un cavallo da sella. L’uomo, serio e stimato, agisce con circospezione per evitare che la sua famiglia o i conoscenti vengano a sapere della sua decisione. Rientrato nello studio, prepara una domanda indirizzata al Ministero della Guerra, intenzionato ad arruolarsi come volontario, nonostante l’età avanzata (cinquantatré anni) e la salute precaria. La decisione nasce da un impulso irrazionale e idealistico: Berecche, sconvolto dalla partecipazione del figlio Faustino alla guerra e dal '''crollo delle sue certezze''' intellettuali, vuole anche lui “andare in guerra”, riscattando così la propria impotenza morale e il proprio isolamento. La sua preparazione al servizio militare assume tratti '''grotteschi e patetici'''. Si dedica con fervore autodidattico allo studio dell’equitazione, consultando un manuale Hoepli, e il giorno successivo si presenta in una cavallerizza per un “corso accelerato”. Qui il contrasto tra l’entusiasmo visionario di Berecche e la realtà fisica della sua età e inesperienza produce una scena fortemente ironica: l’uomo, goffo e ostinato, tenta di cavalcare “all’inglese”, cade rovinosamente e si ferisce gravemente alla testa. Trasportato al Policlinico e poi ricondotto a casa, Berecche, con la fronte fasciata e gli occhi bendati, giustifica l’accaduto come una semplice “caduta”, evitando di rivelare la verità alla moglie e alle figlie. L’immagine finale, in cui egli stringe al petto la piccola Margheritina – cieca e silenziosa – assume una '''forte valenza simbolica''': il buio della figlia diventa metafora della condizione umana e del proprio stesso destino. Nel buio della coscienza e dell’esistenza, tutto perde senso; la guerra, la storia, la ragione si dissolvono nell’assurdità e nella sofferenza universale. La conclusione, con l’amara invocazione “E di questo, figliuola mia, di tutto questo, siano rese grazie alla Germania!”, riassume l’'''ironia tragica''' del racconto. Berecche, che all’inizio del ciclo era difensore della cultura tedesca e della razionalità, riconosce ora nell’orrore della guerra e nella cecità del mondo la sconfitta definitiva della ragione.
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